La gente pensa e anche noi pensiamo (almeno quando non ci mettiamo a riflettere sul significato!) che “là fuori ci sia la realtà”; che sia una realtà precisa che è proprio “come è”; che, anzi, spesso non ci possiamo fare proprio niente per cambiarla e in quei casi ci diciamo “che bisogna accettare la realtà”; che, se i nostri sensi e il nostro cervello funzionano a dovere,  abbiamo tutto quello che serve per cogliere questa “realtà così com’è”; che, se vediamo qualcuno comportasi  “come se la realtà non fosse come effettivamente è”, siamo autorizzati a pensare che “quello è fuori di testa” e che o i suoi cinque sensi o il suo cervello non funzionino bene; che se qualcuno ci fa notare  che la realtà non è come noi la vediamo, è ragionevole che ci possiamo offendere perché pensiamo stia alludendo a un nostro “errore” o, peggio,  a una nostra malevola intenzione (non sto barando!)  o, peggio ancora a un nostro “mal funzionamento” (guarda che non sono pazzo!). Tutte queste convinzioni, cui  tutti facciamo riferimento nella vita quotidiana, dal punto di vista del buon senso, hanno qualcosa di ragionevole e hanno anche una loro “verità” e sarebbero effettivamente “solidamente vere” se davvero “là fuori” ci fosse davvero “una realtà come é”, correntemente percepibile e percepita da tutti in modo oggettivo. Là fuori, però, una tale “realtà come è” non c’è. Questo fatto ha molto a che fare con il problema del significato perché lo complica molto. Anzi, è proprio il fatto che “là fuori” non c’è una “realtà come è” a rendere  complicato, ma straordinariamente importante da un punto di vista  non solo psicologico e clinico, il problema del significato.
Il problema del “cosa c’è la fuori?” l’uomo se lo è posto da tempo immemorabile, almeno dal tempo in cui fissava il quadro  del “mondo là fuori” in un racconto delle origini che stabiliva il modo in cui il mondo era stato fatto “così come è” da una divinità come nella genesi biblica o in modi più complicati e connessi alle teogonie come nel mondo greco, in quello mesoamericano o in quello indiano. Queste narrazioni stabilivano già che “là fuori” c’è un “mondo come è”. Nel mondo occidentale  questo problema è stato il problema principe della filosofia che lo ha dibattuto da 25 secoli, a partire anche da quelle narrazioni, e continua a dibatterne.
Ad Aristotele risale la formula più fortunata che, sopratutto dal XIII secolo con la scolastica,  ha dominato il mondo culturale. E’ la formula che definisce la verità come adaequatio rei et intellectus, che, dunque stabilisce che i significati stanno là fuori e alla filosofia resta il compito di  stabilire  le metodologie per cogliere la verità e i significati che stanno là fuori. Quasi all’alba della scienza moderna la distinzione cartesiana tra res cogitans e res extensa, prosegue nella stessa direzione, liberando anzi, la res extensa dai lacci e lacciuoli dell’aristotelismo medioevale e rendendola disponibile all’indagine e alla conoscenza scientifica. La formula dualistica cartesiana, però, apre anche il campo nuovo della dialettica tra spirito e materia e quello assai spinoso del rapporto anima-corpo, che diventerà infine del rapporto mente-corpo.
Dopo Cartesio altro momento cruciale è quello fornito dalla formula kantiana della Ding an sich (la “cosa in sé”) distinta sia dal fenomeno che dal noumeno. (Il  fenomeno è l’ambito della conoscenza umana (sensibilità, emozione, ragione), il noumeno è l’ambito della cosa in sé inattingibile se non tramite operazioni mentali, la ding an sich, la cosa in sè, è del tutto inattingibile alla mente). La formula kantiana  spariglia per sempre la semplicità della formula aristotelica e attraverso la complessa dialettica tra idealismo e empirismo giunge sino a noi. C’è che il punto di vista scientifico si è quasi naturalmente  collocato nella deriva  che dall’adaequatio rei et intellectus di  Arstotele, passando  per  la res extensa di cartesio e il fenomenismo kantiano giunge all’oggettualismo della scienza dell’ottocento che ispira direttamente, nella lettura peraltro radicale del fisicalismo della scuola di Berlino, Freud e la formazione della teoria psicoanalitica tra le fine del XIX e l’inizio del XX secolo.  Oggi però  vediamo le cose in maniera più complessa e possiamo tranquillamente dire senza ripudiare nulla della conoscenza scientifica e, anzi, valorizzandola, che “là fuori” non c’é alcuna realtà “così come è” e alcun significato. Questo però non era il punto di partenza della psicoanalisi classica a riguardo del problema del significato


La maniera più semplice per esplorare rapidamente la concezione freudiana  dell’interpretazione e del significato è quella di partire dai modelli  del lavoro analitico proposti da Freud stesso: il modello archeologico e quello del lavoro “per via del levare”. L’archeologo al lavoro sul sito, (soprattutto il tipo d’archeologo, cui faceva riferimento Freud, che inevitabilmente pensava a Schliemann e ad Evans), utilizza la tecnica del “levare”, con un duro e paziente lavoro di vanga, per “scoprire” i manufatti che “stanno lì” (muri, basamenti, colonne, rovine, frammenti di vasi, di statue e di pitture e, magari, il tesoro di Priamo e gli ori degli Atridi). Nella collina  di Hissarlik, di Tell-el-Amarna o di Choluca nulla, se non forse qualche frammento disperso,  fa presagire  che, sotto gli arbusti, gli alberi o la sabbia, si celino le memorie  di Troia, della città di Amenofis o della immensa piramide dei Toltechi, così come nel tell del sintomo, nulla lascia presagire il rimosso; ma essi “stanno lì” in attesa di essere scoperti, il significato è racchiuso e conservato nella matrice, che lo preserva e nasconde. Schliemann, però, non ha trovato la Troia che avrebbe desiderato, una specie di Pompei imbalsamata nel giorno della tragedia, con i graffiti sui muri e le porte Scee spalancate o divelte dall’irrompere degli Elleni, il tempio di Athena,  le zampe o uno zoccolo, almeno, del cavallo di Odisseo e, dappertutto, il sigillo onnipresente  della furia devastatrice degli Achei. L’archeologo trova frammenti e rovine che dovrà  interrogare, classificare, collegare, comporre e ricomporre  come Evans con il palazzo di Crosso (purtroppo!) e come Freud con i pensieri del sogno e le vestigia del rimosso. Per Scliemann, per Evans e per Freud, però, le vestigia stanno lì vere, definite, determinate,  talvolta, anche - (ahimé solo apparentemente e spesso falsamente!) - compiute, come il tesoro degli Atridi   o come il Principe dei gigli. L’archeologo e Freud devono ambedue avere conoscenze: studiare cosa cercare e dove, distinguere una collina da un tell, conoscere la tipologia dei manufatti, sapere come si ricuperano i frammenti, come si scavano, si ripuliscono e si ricompongono nella forma preesistente, integrando i pezzi mancanti  sino a far rivivere l’antica forma del vaso, del tempio o della statua.
Il punto fondamentale nella visione freudiana del “significato” è, dunque, che il significato esiste, immutato e immutabile e, dunque, può essere colto. Freud non ha dubbi sull’ipotesi che  “nella vita psichica, nulla può perire una volta formatosi, che tutto in qualche modo si conserva e che, in circostanze opportune, ogni cosa può essere riportata alla luce”. In questo modello l’accento del problema non cade  sul significato, ma sulle regole dell’individuazione, della comprensione e della traduzione: il significato esiste! Questa impostazione permette anche di capire il terreno, in cui germinano sia la Deutung, l’interpretazione,  che la Bedeutung, il significato.
 Il significato  è il “significato inconscio”, da intendere come il significato dell’azione, del comportamento e del sintomo, che,  per quanto apparentemente illogici, irrealistici e irrazionali, riacquistano intelligibilità e razionalità, quando  vengono connessi ai loro moventi inconsci. La  restituzione dell’intelligibilità al sintomo, tramite l’individuazione del significato inconscio, fondano a un tempo sia il “metodo scientifico”, che scopre i significati, sia  il metodo della cura.  
Il metodo (dell’indagine e della cura) ha sin dall’inizio su questo punto una lineare coerenza.  Già in quello strano antefatto della psicoanalisi, che è il caso di Anna O., Breuer scoprì che il sintomo svanisce, quando è riesumato l’ambito mnestico-emozionale, in cui si radica. L’isterico, dunque,  soffre di ricordi. La teoria del trauma sessuale precoce (“del falso nesso”) configurava, perciò, il metodo come un’indagine archeologico-poliziesca sulle tracce  del ricordo sepolto del trauma, da cui prende vigore il falso nesso. La congettura si dimostrò erronea, ma Freud non mollò la presa e, spostando l’accento sul “fantasma”, firmò la nascita di quello, che si può indicare come il teorema conoscitivo. La definiva strutturazione della topica e della dinamica e la concezione del sintomo come compromesso tra desiderio (rimosso) e difesa (inconscia), fissarono, per sempre,  la linea portante della strategia terapeutica: se il sintomo è determinato dal rimosso (e dalla difesa inconscia), la strategia terapeutica non può  consistere che in un lavoro di coscientizzazione, che alla fine renderà obsoleto il sintomo. La struttura dell’apparato consente la conservazione d’ogni elemento mnestico (con le sue associazioni) e la reperibilità degli indizi, che consentono di rivelare  il significato e, di modificare il rimosso (1915), tramite l’interpretazione e l’insigh

Gli elementi costitutivi della mappa freudiana del significato sono dunque: 

  1. L’assunto di base, secondo cui ogni eccitamento lascia una traccia nell’apparato, per cui ogni elemento della vita psichica inconscia, permane immutato e immutabile; 
  2. L’apparato psichico, che costruisce i significati secondo la logica della sua struttura e le leggi del suo funzionamento (apparato psichico, processo primario e secondario, teoria della libido, fasi della libido, conflitto e difesa, evoluzione ontogenetica dell’apparato, teoria delle tracce mnestiche e delle organizzazioni della memoria, rimozione originaria, regressione,...);
  3. La grammatica e sintassi dell’inconscio, ricostruita a partire da quella straordinaria stele di Rosetta, che è il sogno,  che ha permesso di decifrare le regole e le leggi del linguaggio inconscio, rendendo possibile la decrittazione di ogni  senso latente, del significato inconscio;
  4. La definizione delle procedure euristiche necessarie a dirigere il lavoro “per via di levare” e cioè le corrette modalità tecniche di conduzione dell’analisi, comprese le precauzioni necessarie a preservare la purezza dei reperti  da ogni intrusione di possibili contaminazioni eventualmente immesse da un inopportuno lavoro per la “via del porre” (neutralità e astinenza).

Sappiamo che questa concezione del significato, che poggia sulla visione complessiva della struttura dell’apparato psichico e del suo funzionamento topico, dinamico, economico, non è più soddisfacente a causa della falsificazione della teoria dell’apparato. Dal punto di vista del problema del significato, il punto di nascita delle aporie è proprio l’assunto naturalista e oggettualista, cui si contrappone l’idea che là fuori non c’è un mondo così com’è.

Dunque, se “là fuori” non c’è una realtà oggettiva e oggettivamente percepibile, cosa c’è “là fuori”? Le due posizioni estreme rispetto a questa domanda sono storicamente quella idealista e quella naturalista oggettualista. La risposta idealista è espressa  nella sua massima compiutezza e rigore da Berkeley: “in verità è un’opinione stranamente diffusa tragli uomini che le case, le montagne, i fiumi, insomma tutti gli oggetti sensibili abbiano un’esistenza naturale o reale, distinta dal loro essere percepiti dall’intelletto. Ma per quanto siano grandi la fiducia e il consenso di cui questo principio gode nel mondo, chiunque se la senta di metterlo in discussione scoprirà se non mi sbaglio, che esso implica una contraddizione manifesta. Infatti i suddetti oggetti non sono altro che le cose che percepiamo con i sensi  e non percepiamo altro che le nostre idee o sensazioni”.
Sul versante opposto si collocano sia il senso comune che l’ oggettualismo naturalistico, che per quanto riguarda gli aspetti più prossimi all’ambito psicologico trovano la massima espressione nel fisicalismo tedesco della scuola di Berlino così espresso nel testo-manifetso del 1873: gli organismi sono sistemi di atomi mossi da forze, regolati dal principio di conservazione dell'energia. Le forze (essenzialmente di attrazione e repulsione) sono le cause reali del moto. Le forze devono spiegare anche i fenomeni superiori come la coscienza e la volontà secondo un  riduzionismo radicale espresso, per esempio, nell’incipit del “Progetto” freudiano: “l’intenzione di questo progetto è di dare una psicologia che sia una scienza naturale, ossia di rappresesentare i processi psichici come stati quantitativamente determinati di particelle materiale identificabili, al fine di renderli chiari e incontestabili”.
Le due posizioni massimizzano l’una il “soggetto” l’altra l’ “oggetto”. Oggi prevalgono le posizioni integrazioniste. Vediamo per esempio in che modo sorprendente B. Russell conclude il suo saggio sulla mente: “Tutti i nostri dati, tanto quelli della fisica quanto quelli della psicologia, sono soggetti a leggi causali psicologiche; ma le leggi causali, almeno nella fisica tradizionale, si possono formulare solo nei termini della materia, che costituisce  insieme una deduzione e una costruzione, ma non è mai un dato. Sotto questo aspetto, la psicologia è più vicina alla realtà della fisica”. Dunque il soggetto sembra prevalere sull’oggetto: il “mondo là fuori” e il significato sembrano essere sopratutto  una “cosa della mente”, qualcosa che si costruisce nella mente e tra menti.
Allora cosa c’è la fuori? Nulla, tutto o cosa? Fuori c’è il minestrone quantistico, che con qualche semplificazione siamo abituati a chiamare materia, (che però, come dice Russell è una deduzione e una costruzione, non un dato!)  e su cui, da qualche tempo a questa parte, cerchiamo di farci qualche idea e, a dire il vero, più si va avanti e più anche la solidissima materia sembra doversi  dissolvere in qualcosa di più impalpabile.
Ognuno di noi, tutta la nostra specie, tutte le specie, ogni vivente è come  se siamo dentro una scatola chiusa ma mobile  con un forellino o una finestrella da cui entrano dati,  informazioni attraverso qualcuno dei nostri sensi. Fino a ieri si riteneva che queste informazioni fossero essi stessi significati. Oggi appare sempre più chiaro che non è così. Per provare a capirne di più dobbiamo provare a raccontarci la storia sin dall’inizio.


Per semplificare il compito ci riferiamo, prevalentemente, a quello dei cinque sensi che ci sembra più rilevante e partiamo dall’assunto che la finestrella della nostra scatola sia un “occhio che guarda”, ma, in realtà e fuori metafora, è un occhio che progressivamente si è reso capace di funzionare come naso, orecchio, palato e tatto, mani, gambe, ali, cervello, mente,  Io.…
In una delle più belle tra le sue Cosmicomiche, Italo Calvino (1965) racconta l’invenzione dell’occhio, attribuendone la paternità, non a un primo essere grezzamente occhiuto, ma a un organismo non vedente, che ha sollecitato altri organismi all’invenzione dell’occhio, creando la bellezza della sua conchiglia e costringendo l’occhio a svilupparsi per ammirarla. Non è certamente andata così, ma è una bella metafora del legame tra osservatore e osservato. Il mondo dei qualia, quale noi lo conosciamo, cominciò a essere costruito da esseri davvero minimi, procarioti, che impararono a selezionare, nel garbuglio delle onde, quelle, che siamo abituati a chiamare luce, servendosene per produrre lo straordinario comportamento, noto come fototassi. In questo modo, essi cominciarono ad accendere la ...luce e a illuminare la scena della vita, che, sino allora, era sempre stata buia – questo, però, possiamo dirlo solo ora a partire dalla luce. In tal modo, essi costruirono in un colpo solo l’osservatore e l’osservato, anzi, costruirono l’osservazione e l’osservato inventando l’osservatore: un minuscolo occhio e un piccolissimo cervello. L’occhio elementare della larva del verme marino Platynereis dumerilii (Jékeli et al., 2008, Arendt et al., 2002) permette di allungare lo sguardo sino a cogliere una semplice articolazione di questa geniale invenzione che, col tempo, permetterà di dipingere la Cappella Sistina, disegnare la mappa dell’universo e scrivere la formula della relatività. Gli occhi di questi piccoli animali sono formati da due sole cellule, una con pigmento e una foto-recettrice. Un filamento nervoso connette il foto-recettore e le cellule coinvolte nel movimento. Il fotorecettore capta la luce e la converte in segnale elettrico, che, viaggiando lungo la proiezione neurale, realizza la connessione con un fascio di cellule, che terminano con una serie di ciglia: occhio, luce, movimento e, in mezzo, un minuscolo cervello. L’invenzione dei procarioti fu ereditata dagli eucarioti, che la svilupparono, costruendo, col tempo, quadri comando sempre più sofisticati ed efficienti per ...accendere la luce, i suoni, gli odori e i sapori del mondo e attrezzandosi di ciglia, pinne, ali e arti per circolarvi dentro sino alla gazzella che, grazie a un significato, può sperare di evitare il leopardo e a Dante, che, muovendosi nella selva dei segni dei segni dei segni, ha potuto vedere i suoi esistenti mondi inesistenti. Verrebbe da dire che l’invenzione dei procarioti sta al super-occhio del nostro Io come l’invenzione della ruota sta alla Ferrari. Ciò che era davvero difficile era inventare la ... ruota! Da allora, per centinaia di milioni di anni, miliardi di miliardi di organismi e miliardi e miliardi di differenti utilizzazioni di quello strano mondo di qualia, organizzati in modo differente, hanno scavato la loro galleria di possibilità di vita nel ventre dell’universo quantistico, imparando del tutto a caso manipolazioni originali di pezzetti di quel mondo, in una serie ininterrotta di esperimenti cruciali, in cui posta in gioco è sempre stata la vita.
Una linea sperimentale imprevedibile e improbabile – favorita dalle caratteristiche di quel pezzo di brodaglia quantistica stiracchiata dalla deriva dei continenti, che forma la lunga spaccatura, che dal Mar Morto raggiunge l’Africa australe – cominciata una decina di milioni di anni fa, ma diventata più evidente negli ultimi tre, gettò le basi per quello straordinario superocchio che è l’Io, capace di muovere consapevolmente le cose, manipolando i segni delle cose. Le differenze riscontrabili tra i vari organismi nell’utilizzazione del mondo là fuori a partire dai qualia  e dunque a partire dai segni delle cose invece che dalle cose, nella differente complessità nell’universo di segni, in cui essa è esercitata e, dunque, le differenze tra una mosca, una gazzella, un bonobo e un uomo sono valutabili in termini di complessità del cervello, che, a sua volta, consente di manipolare la complessità crescente dell’universo dei segni e dei segni dei segni. La lunga storia degli infiniti intrecci di questa duplice complessità correlata è, verosimilmente, il nido in cui si è schiuso, nel corso di due miliardi di anni, l’uovo del nostro super-occhio o, se preferite, l’uovo dell’Io!
Torniamo all’occhio. L’occhio che è la finestrella della nostra scatola chiusa e mobile è, in un certo senso, ancora l’occhio di quell’antico minuscolo vivente che lo inventò, inventando in quel modo anche la luce. Il nostro occhio è ancora quello ma nel frattempo è diventato molto più complesso e specializzato. Naturalmente esistono occhi molto differenti: quello delle renne vede l’ultravioletto che noi non vediamo (alle renne serve per vedere i licheni, unico cibo possibile quando c’è la neve!), quello della rana vede solo gli oggetti in movimento (per la rana sono importanti solo gli oggetti in movimento: cibo, partner, nemico), quello di molti insetti vedono un mondo assai più riccamente colorato (perchè il colore dei fiori è determinante per questi organismi, che peraltro anticipando Calvino, hanno “convinto” le piante a produrre fiori!), quello dei gatti e dei gufi sa vedere anche al buio (noi abbiamo preferito inventare fonti di luce artificiale: fiamme, torce, lampioni a gas, lampadine…!). Non ha molto senso chiedersi quale è l’occhio migliore: quello migliore è quello di ogni organismo perché è quello migliore per quell’organismo che proprio per questo se lo è scelto. Lo scopo della finestrella è infatti utilizzare le informazioni che entrano dalla finestrella per muoversi più efficacemente nel minestrone quantistico e mantenersi in vita. Dalla finestrella però non entrano né cose né significati, entrano solo “differenze”, cioè le differenze che le modificazioni del minestrone quantistico  producono nel cervello. Il cervello, infatti, come non si stanca di ripetere Edelman, parla solo con sé stesso. Dalla finestrella non entrano né cose né significati, ma solo differenze, che il cervello, dialogando con sè stesso e le sue modificazioni, può assumere come segni.
E dunque per capire come l’occhio costruisce il mondo e le cose, dobbiamo rivolgerci all’evoluzione. L’occhio, che nella nostra semplificazione è metafora dell’io cosciente e della sua strumentazione e funzionamento, ha imparato a costruire il mondo e i significati integrando le acquisizioni, salendo progressivamente tre differenti gradini: Il gradino evolutivo, quello culturale, e quello soggettuale. I tre gradini poggiano tutti sulla memoria e, in un certo senso, sulla narrazione, perché a guardar bene anche il DNA è un immenso archivio di narrazioni e di memoria.

  1. Evoluzione : il primo gradino è puramente evolutivo. Il nostro occhio (e anche il nostro Io) è l’evoluzione dell’occhietto del vermetto che abbiamo detto, proprio di quello. Buona parte  del mondo “là fuori” è costruito dall’evoluzione di quell’occhio.  Il nostro “occhio” infatti si costruisce in base a quanto hanno progressivamente  inventato i procarioti, i primi eucarioti, gli insetti, gli anfibi, i rettili, e infine i mammiferi. Noi sottovalutiamo che condividiamo gran parte del nostro DNA con tutta la materia vivente: il nostro “occhio” ha un capitale  di conoscenza evolutiva che è del solo 1% differente da quello dello scimpanzé comune (su tre miliardi di basi solo 30 milioni sono diverse), condividiamo il 30% del DNA con Saccharomyces cerevisiae, un organismo unicellulare meglio noto come lievito di birra, il 50% con le piante e il 90% con i topi. Il mondo e i significati costruiti dall’occhio di un’aragosta, di un cobra,  di un coccodrillo, di un merlo, di un gatto, di uno scimpanzé e di un homo habilis (ma sotto molti aspetti anche dell’inquilino del piano di sotto) sono variazioni progressive sul tema e si differenziano in base al bonus-malus di ciascuna specie in rapporto al premio di sopravvivenza, padre e madre di tutti i significati.

 2. Cultura: il secondo gradino è essenzialmente culturale. Pre sumibilmente il mondo e i significati costruiti dall’occhio di un’australopitecina come Lucy o di un homo habilis non era sostanzialmente differente da quella degli attuali scimpanzé e gorilla, ma da  Erectus in poi le cose cambiano. Per capirlo basta dare uno sguardo al paleosuolo di Isernia, ma sopratutto cambiano con velocità impressionante quando l’occhio impara a parlare e con una velocità ancora maggiore a partire dalla cosidetta rivoluzione neolitica e con l’invenzione della “città”.
A prescindere dal problema del modo concreto, in cui, alcune centinaia di migliaia d’anni fa, un gruppo di primati ha cominciato a sviluppare forme più complesse di comunicazione sino a crearsi un vero, flessibile linguaggio, si può considerare l’impatto, che questa rivoluzionaria tecnologia organismica ha prodotto sull’ occhio che guarda là fuori. Il linguaggio, infatti, offre un meta-posizionamento radicalmente nuovo rispetto a quello della gazzella, che fiuta il leopardo, o dello scimpanzé, che può avvicinare una sedia, afferrare un bastone e servirsene per raggiungere la banana, rimasta, per qualche tempo, assente dal suo campo visivo. Consente di oggettivare cose, azioni, esseri, eventi e connessioni tra cose, azioni, esseri, eventi e di connettere rappresentazioni e parole, articolandole in frasi e, dunque, in azioni rappresentate e dunque di rendere esistente ciò che là fuori non esiste. Man mano ha permesso di istituire relazioni astratte (temporali, spaziali, causali...) tra cose, esseri ed eventi e di oggettivare non solo ciò che è diretto risultato dei processi (rappresentazioni di cose e rappresentazioni di azioni), ma anche ciò che è prodotto del linguaggio stesso (racconti, discorsi, idee, progetti...), generando, così, il pensiero. È la tecnologia radicalmente nuova della simbolizzazione linguistica, che consente alla materia biologicamente organizzata in un organismo soggettuale, di superare quella, che è sempre apparsa al pensiero occidentale l’invincibile antinomia tra materia e spirito, tra natura e cultura, tra spirito e materia e che si scioglie, invece, nell’anello ricorsivo, che lega computazione, linguaggio e pensiero. In tale anello, il legame circolare tra linguaggio e pensiero funziona come un acceleratore potente, che riorganizza a un livello radicalmente meta l’attività dell’organismo e la sua ecologia e la sua attività nella sua ecologia. In questo modo, anzi, questa rivoluzionaria tecnologia trasforma l’evoluzione darwiniana in lamarckiana (Ramachandran), consentendo a ogni generazione di trasferire le acquisizioni e gli apprendimenti, di accumulare le conoscenze assai più rapidamente di quanto non possa fare il gioco delle combinazioni genetiche, rendendo possibili le generalizzazioni, le congetture e il pensiero strumentale. In secondo luogo, essa permette un salto qualitativo nella specificazione dell’osservazione, perché rende possibile all’organismo di agire e di oggettivare contemporaneamente il ruolo dell’osservatore e dell’osservato in un unico display mentale e verbale e all’interno della stessa prospettiva e biografia oltre che in ogni singola azione.
Le conseguenze formative di questa acquisizione selezionata dall’evoluzione sono tanto ovvie, che è quasi un luogo comune affermare che il linguaggio ha fatto l’uomo, asserto da completare, tuttavia, in un più circolare il-linguaggio-ha-fatto-l’uomo-che-ha-fatto-il-linguaggio. Il linguaggio ha fatto l’uomo, consentendo di oggettivare, rappresentare e dire le interazioni tra gli organismi e l’ambiente e le interazioni interindividuali tra gli organismi, trasformando in intersoggettività la già accentuata socialità di un clan di primati. Il linguaggio, infatti, è essenzialmente intersoggettivo: produce soggettività e intersoggettività, che, producendo il linguaggio, si co-producono nella comunicazione e nell’interazione. Non sappiamo, infatti, quando e come, ma il linguaggio ha avviato la costruzione di un mondo ordinato, in cui le cose hanno un nome, rispondono a regole, si collocano secondo regolarità nello spazio e nel tempo onde è possibile prevedere, evitare, agire in vista di uno scopo. Avvenne per il mondo materiale delle cose, delle montagne e delle acque, delle piante, degli animali, delle strade e delle case, ma anche per il mondo delle persone, che diventano padri, madri, nonni, fratelli, sorelle, amici, operai, venditori, contadini, cantanti o calciatori. Parallelamente a questo mondo di fuori, la parola ha consentito la costruzione di un mondo di dentro, che ha un unico centro, itinerante nello spazio e persistente nel tempo, che ogni soggetto colloca nel luogo, in cui pone il proprio io-me e che è precluso a quanti non sono il suo unico abitante. Tale mondo di dentro ha man mano organizzato la sua geografia, in cui i territori si ordinano in pensieri, ricordi, emozioni, sentimenti, sogni, desideri, speranze. Il linguaggio permette ai singoli abitanti di questi mondi di dentro di scambiarsi mondi e pezzi di mondi. Questa singolare attitudine degli umani è diventata, anzi, l’impronta distintiva della specie.
Così dal giorno, in cui i suoni cominciarono a diventare parole, è stato tutto un intrecciarsi di mondi di dentro, che si scambiano mondi di fuori, tanto che non esiste informazione alcuna riguardo al mondo di fuori, se non quelle che passano per le innumeri relazioni, che ci pervengono da tutti i mondi di dentro esistenti o che sono esistiti nel pianeta ed hanno lasciato qualche traccia di sé. Per effetto di questo diuturno scambiare, i mondi di dentro e di fuori si sono agglutinati in un terzo (e unico) tipo di mondo fatto della materia dei mondi di dentro e di fuori così che i cuccioli si fabbricano il loro incipiente mondo di dentro, inglobando pezzi precotti di questo mondo di dentro-fuori transizionale. Il semiologo russo Lotman (1984) ha trovato un bel nome per questo mondo di mezzo, chiamandolo semiosfera, ma, poiché il gioco dello scambio nacque insieme alle parole e insieme a tutti gli io-me, il suo nome appropriato è proprio intersoggettività.

 3. Esperienza soggettuale.  Il terzo gradino su cui poggia l’occhio nella costruzione del mondo là fuori e dei significati, a partire da questo mondo di dentro-fuori transizionale reso possibile dal linguaggio e dalla cultura, è costituita dall’esperienza soggettuale, dalla storia concreta di ogni individuo, che in quel mondo transizionale e intersoggettivo si svolge e si racconta incessantemente. Se il gradino evoluzionistico, sulla base dei qualia, costruisce un mondo là fuori abbastanza simile per tutti i viventi, seppure differenziato tra specie e specie (pensate al mondo acquatico dei pesci, al mondo aereo degli uccelli, al mondo prevalentemente innevato  degli animali artici a quello della savana dei guardiani della prateria…) e se il secondo, quello culturale costruisce il mondo tipicamente umano assai differente da quello di tutte le altre specie viventi e con un enorme impatto anche sul “mondo fisico e geografico”, il terzo gradino costruisce un là fuori che è in gran parte proprio di ogni singolo soggetto ed è funzione della sua esperienza soggettiva. Non ho bisogno di entrare nei particolari sulle caratteristiche che questo terzo gradino dà all’occhio che guarda là fuori. Per più di due anni studiando a oltranza un unico caso clinico nel progressivo incedere dell’interazione terapeutica, abbiamo visto il funzionamento dei vincoli di un soggetto nel costruire il suo mondo e i suoi significati. Il terzo gradino è costituito infatti dalle reti di vincoli che, associando un vissuto del corpo un’emozione a una modificazione  ricorrente nella configurazione neuronale e, quindi a un oggetto, un’immagine, una situazione, una configurazione relazionale, dirige la costruzione del significato e dell’azione di ogni singolo soggetto.

I tre gradini su cui poggia l’occhio che guarda e costruisce il mondo là fuori hanno tutti la stessa logica: utilizzano il passato per prevedere il futuro, in senso sia spaziale che temporale, per avere un vantaggio: se in passato lo  stimolo A ha  prodotto un vantaggio promuoverà ripetizione e nel caso del singolo individuo un’azione di avvicinamento, se ha prodotto uno svantaggio tenderà a produrre allontanamento o in termini di difesa o in termini di fuga.

Visto il ruolo del linguaggio nella costruzione del mondo là fuori sarà utile dedicare un pò di attenzione a come vede le cose la disciplina che del significato si è occupato in maniera, diciamo, professionale. La linguistica quindi.
In latino il termine significatus indicava l’atto del significare, del comunicare con un qualunque mezzo d’espressione. Sono soprattutto le parole a “significare” e ad “avere un significato”, ma anche i simboli e, più in generale, i segni veicolano un significato. In realtà, ogni cosa può avere significato: un’azione, un evento, un’entità, un istituzione (il “significato della costituzione”!). In questi casi, significato equivale a “valore” come nell’aggettivo “significativo”. Le parole hanno un “significato” definito e codificato in un dizionario, ma, spesso, per capire il significato di una frase  non basta conoscere il significato delle parole (“sono in un vicolo cieco”) ed è il contesto a determinare il “significato” (oggi fa proprio freddo = chiudi la finestra!).
La linguistica e, soprattutto la semiotica si sono occupate “professionalmente” del significato. E’ nota la distinzione tra significante (il segno materiale, i suoni che formano la parola “cane”) e significato (l’idea, il concetto di “cane” connesso al segno) ed è anche noto che non vi è alcun rapporto intrinseco tra i due elementi. Più precisamente la semiotica definisce il significare tramite il triangolo semiotico: il significato del segno è dato dalla cooperazione di tre elementi: il simbolo (o segno), l'idea (cioè il concetto) e il referente (cioè la realtà rappresentata dal segno). Il segno non ha alcun rapporto diretto con l'oggetto concreto, ma con l'immagine mentale.
Altri due importanti concetti sono stati precisati dalla semiologia: la definizione semiotica di  connotazione e la nozione di semiosi illimitata. Il concetto di connotazione fu definito in chiave semiotica da Hjelmslev, che in tal modo mise in evidenza un’ambiguità semantica: a volte il rapporto tra significante e significato non è semplicemente denotativo, ma pieno di ulteriori semantizzazioni. Così la foto di un cane avrà una valenza denotativa, ma allo stesso tempo aspetti connotativi, come l'inquadratura, la collocazione, la luce ecc. Peirce, introdusse il concetto di   interpretante. Il segno, infatti, non sta per qualcosa,  sotto tutti gli aspetti, ma in relazione ad  un fondamento condiviso. L'interpretante è la rappresentazione ulteriore dello stesso oggetto o significato. Ad esempio, il medico  coglie il rapporto tra il segno "macchie sulla pelle" e la malattia "morbillo". La parola "morbillo" è l'interpretante del segno. Non si deve confondere l’interprete con l’interpretante: "mentre l'interprete è colui che coglie il legame tra significante e significato, l'interpretante è un secondo significante che evidenzia in che senso si può dire che un certo significante veicola un certo significato". Peirce arriva così ad un concetto di significato del segno, che porta ad una semiosi illimitata, vale a dire ad un processo di significazione del segno, che continua a riprodursi.

Ciò che, nel triangolo semiotico, è indicato come “significato” ( e, dunque il “concetto”, l’ “idea”, per esempio di “tavolo”, indicata dal segno ||tavolo||) è un “fatto mentale”, un’immagine, rappresentazione o contenuto mentale e ciò implica che la significazione, come processo di costruzione, comunicazione e comprensione del senso, avviene, in ultima analisi, in una “mente” o tra “menti”. Già nella lingua vi è dunque un rimando, ad un punto di vista ed ad un ambito “psicologico”, che dovrebbe stabilire in che modo si formi questo “aspetto mentale” del significato, che non si esaurisce nella denotazione  codificata nel dizionario. Già in linguistica  questo problema si pone con il quesito se si debba  collocare il significato “dentro la testa” o “fuori”. Una concezione tradizionale, nota come solipsismo metodologico, sosteneva che il significato è qualcosa di “mentale”, uno “stato psicologico” del soggetto. Putnan critica in modo argomentato questa concezione,  sostenendo che “i significati non sono certo dentro la testa” e propone alternativamente l’ipotesi della “divisione del lavoro linguistico”. Non potremmo usare parole come “olmo” o “alluminio” se nessuno disponesse di un modo per riconoscere gli alberi di olmo e il metallo alluminio; ma non è necessario  che tutti coloro per i quali tale distinzione è importante posseggano la capacità di fare tale distinzione. (...). E sicuramente non  è necessario né pratico che tutti coloro, che hanno occasione di comprare o di portare dell’oro siano capaci di dire senza ombra di dubbio se qualcosa è o non è veramente d’oro. (... ). Chiunque abbia per una ragione qualsiasi  un interesse speciale per l’oro deve acquisire la parola “oro”, ma non è necessario che acquisisca il metodo per riconoscere se qualcosa è o non è oro: per fare questo può affidarsi ad una sottoclasse particolare di parlanti.

Conclusione: Il piano dei processi e il piano delle narrazioni

Noi naturalmente  non siamo né filosofi, né antropologi, né studiosi dell’evoluzione, né linguisti o semiologi. Ascoltiamo cosa hanno da dirci gli specialisti di questi ambiti, siamo particolarmente attenti a quanto ci dicono  i neuroscienziati sul funzionamento  del cervello-mente, ma siamo interessati  al significato da un punto di vista più ristretto e preciso: il punto di vista del significato delle cose che accadono in una seduta.

Già negli ultimi appuntamenti del Laboratorio a Brescia (tra il 2011 e il 2012) cominciammo ad occuparci del significato e anzi, mettemmo a punto uno schema, una vera e propria tabella dei “livelli di emergenza del significato”. A dire il vero, fino a due mesi fa, pensavo di riprendere la tematica del significato proprio a partire da quel testo e da quella tabella. Poi ho deciso di soprassedere e rimandare per un motivo che, del resto, mi era noto già ai tempi in cui quello schema venne elaborato e presentato. Infatti, come era esplicitamente dichiarato, quei livelli di emergenza del significato apparivano significativi solo a livello della narrazione considerata dal punto di vista meta-interattivo, mentre non aveva nulla da dire o, comunque risultava ambigua o reticente, a riguardo dell’interazione in senso stretto. Il fatto è che nell’interazione terapeutica abbiamo a che fare con molteplici livelli di interazione e di narrazione. In sintesi abbiamo:

  1. nella fase introduttiva della terapia (colloqui e questionario), una narrazione di P dell’ “allora” fatta nell’ “adesso”, che presumibilmente è il risultato della rete complessiva delle sue interazioni e meta-interazioni;
  2. questa narrazione è fatta  a T che la recepisce  a partire dalle sue reti di vincoli sia teorici che personali;
  3. con il procedere dell’interazione terapeutica si instaura la normale dinamica di interazione e metainterazione tra T e P;
  4. all’interno di questa dinamica si dipana la narrazione continua di P sia relativa all’allora sia relativa all’adesso e la narrazione parallela di T relativa a questa narrazione a riguardo dell’allora e dell’adesso;
  5. man mano  si agglutina anche un ulteriore livello di narrazione: quello relativo  all’interazione tra P e T, che sarà esplicita in T (e magari anche effettivamente raccontata in questa sede), mentre nel caso di P sarà per lo più implicita:
  6. contemporaneamente però continuano le interazioni e metainterazioni extra-setting di P con genitori, parentela, amici, fidanzati con l’ambiente del lavoro ecc.

Ognuno di questi livelli di interazione avrà un aspetto interattivo e uno meta-interattivo. Abbiamo sempre detto che  “La proprietà fondamentale dell’interazione è che essa “avviene” e non può essere cancellata o modificata dalla meta-interazione, (che la può tradire o falsare, ma non rendere non avvenuta), contemporaneamente, però, essa non può essere colta e raccontata (a se stessi o a un altro) se non tramite una operazione meta-interattiva. L’elemento essenziale della meta-interazione, invece, è che essa implica sempre e comunque una interazione nel senso che, come si è detto, anche una interpretazione, al di là del contenuto, interviene nel contesto come azione con suoi propri significati,  che  non sono necessariamente quelli previsti o voluti dall’intenzionalità dell’agente”.
A partire da questo assunto si spiega che nel redigere la tabella dei livelli di emergenza del significato ci si renda conto che essa può essere applicata soltanto dal punto di vista meta-interattivo, perché il significato emerge solo  da una narrazione esplicita o esplicitabile, dato che l’interazione in sé non può essere colta e raccontata (a se stessi o a un altro) se non tramite una operazione meta-interattiva. A fronte di ciò, tuttavia, si deve comunque rimarcare che l’effettiva marcatura emozionale (di conferma o disconferma dell’esperienza emozionale attesa) avviene a livello interattivo e non può essere cancellata o modificata dalla meta-interazione, (che la può tradire o falsare, ma non rendere non avvenuta).
E’ su questo punto che la tabella del 2011-12 restava reticente. Il lavoro fatto per tre anni e passa sullo sviluppo del singolo caso clinico di Sara ci viene in soccorso. Le analisi e le riflessioni sulle analisi a proposito dei significati emergenti nelle varie fasi di questa terapia si sono sempre poste a livello rigorosamente meta-interattivo sia quando riguardavano le interazioni intra- ed extra-setting di  Sara sia quando riguardavano gli interventi di T. Quando, però, una volta analizzato a fondo il vincolo centrale di Sara,  messi in evidenza i nessi tra il vincolo e “i veri problemi di Sara” e una volta osservate e registrate le modificazioni progressivamente intervenute nel suo comportamento, quasi spontaneamente ci siamo trovati a chiederci come siano nati sia il vincolo sia questi nessi e abbiamo rovesciato la frittata, partendo non più dal presente verso il passato, ma dal passato verso il presente. Con questo rovesciamento del punto di vista  in realtà ci stavamo interrogando sulle effettive interazioni di Sara e sul loro ruolo causativo e, dunque, ci stavamo spostando sul piano effettivamente “interattivo” a riguardo delle interazioni di Sara (nella prima e seconda infanzia, nella pubertà, preadolescenza e preadolescenza, nei vari rapporti amorosi) sino all’interazione terapeutica e ai suoi effetti. Lo facevamo naturalmente nell’unico modo possibile e cioè partendo dalle narrazioni e, dunque,  a partire comunque dalle meta-interazioni.
Ciò ci consente di chiarire l’impostazione del problema del significato: dobbiamo distinguere due piani: il piano dei processi e il piano delle narrazioni:

  1. Il piano dei processi è il piano effettivamente causativo cioè quello in cui le marcature emozionali effettivamente determinano e legano  i vincoli sul piano fattuale. Questo piano non è obbiettivamente raggiungibile in sè. E’, almeno per il momento e per lo stato attuale delle conoscenze, una sorta di noumeno, su cui si possono soltanto avanzare congetture e ipotesi. Sul piano generale, è dunque il piano delle teorie, mentre sul piano del singolo paziente è il campo delle ipotesi e congetture concrete relative alla formazione degli effettivi vincoli di quel preciso paziente alla luce delle sue concrete narrazioni e degli assunti teorici resi disponibili da quelle teorie.
  2. Il piano delle narrazioni è invece quello  in cui effettivamente emergono e possono emergere i significati ed è dunque il piano, sempre meta-interattivo, in cui è possibile interrogarci sui livelli di emergenza del significato.
  3. Infine, nasce un quesito importante: la restituzione congetturale della ricostruzione dei processi che ruolo potrà avere nel lavoro terapeutico complessivo? in che modo dovrà essere fatta e quando?

* Testo presentatp nel gennaio 2016 al Laboratorio di Verona per introdurre lo studio/ricerca sul vincolo e il significato.

 

Il termine “vincolo”, deriva dal latino “vinculum” (da vincire = legare) e denota ciò che lega o serve a legare qualcosa o qualcuno. Indica dunque laccio, legame e, per estensione, condizione che lega o condizione legata. Nel suo campo semantico si possono distinguere due nodi di aggregazione di significato: il primo attiene all’azione stessa del legare e, quindi, indica il fermare, fissare, incatenare immobilizzare qualcuno o qualcosa con qualche tipo di legame o impedimento; il secondo attiene alle conseguenze del legame per il qualcosa o il qualcuno che è stato legato e sta, dunque, per un impedimento, un limite, un blocco o una qualche costrizione.
In senso figurato, vincolo indica legami di natura affettiva, morale, sociale e, in questo senso, l’esistenza del “legame” stabilisce limiti, prescrizioni e aspettative a riguardo dell’azione del soggetto, ma anche doveri e diritti per i soggetti legati dal vincolo. In senso ancora allargato “vincolo” implica un elemento di costrizione (natura insofferente di vincoli) sino alla dipendenza o alla schiavitù morale (i vincoli della dipendenza o del vizio).
In diritto, vincolo si riferisce alla limitazione o alla soggezione di una persona in quanto titolare di una situazione cui fa riscontro un diritto soggettivo altrui o anche la limitazione del diritto di proprietà su un bene (v. di indisponibilità; v. dotale, ecc). In urbanistica e in architettura, riguarda limitazioni e prescrizioni che regolano e limitano la libertà d’azione a riguardo di interventi su beni di interesse storico e artistico (vincolo monumentale) o in contesti considerati “bellezze naturali”( v. paesaggistico).
In meccanica, denota qualsiasi limitazione alla libertà di movimento di un corpo; ne sono esempî comuni: il piano su cui è poggiato un corpo (che ne impedisce la caduta verso il basso), un filo non estensibile, che impedisce a un corpo di allontanarsi dal suo punto di sospensione, le cerniere cilindriche attorno a cui è costretta a ruotare una porta e che ne fissano quindi l’asse di rotazione. Ogni vincolo esercita sul corpo vincolato una forza, detta reazione vincolare, che ne impedisce lo spostamento ed è diretta in senso opposto a quello in cui lo spostamento viene impedito.
In psicologia il termine “vincolo”, per quanto sicuramente utilizzato nel suo significato corrente, non è stato mai operativamente definito e concettualizzato. Ciò non significa, tuttavia, che nell’armamentario concettuale della psicoanalisi, non ci siano dei concetti che in qualche modo insistono su un significato assai prossimo e che potrebbero quindi essere considerati degli antecedenti (per esempio quelli di fissazione, di falso nesso e quello rapaportiano di struttura e, sopratutto, di micro-struttura).
Partiamo da una prima descrizione o definizione molto generica. Utilizziamo il termine “vincolo” per indicare qualunque nesso fisso, stabile e persistente nel tempo che si crea tra un elemento somatico-valoriale (dolore, piacere, emozione, emozione derivata, sentimento) e un elemento simbolico-rappresentazionale (immagine, simbolo, configurazione, idea...). Tale nesso, una volta stabilito e fissato, limita il ventaglio delle azioni possibili del soggetto o può anche prescrivere o inibire una sua specifica azione.
Per cominciare a precisare questa definizione generica e giungere a una descrizione più ravvicinata del vincolo, è necessario analizzare più accuratamente i due elementi collegati dal nesso, indicando, quindi, con maggior precisione che cosa siano i due elementi “somatico-valoriale” e “simbolico-rappresentazionale”, che costituiscomno il nesso descritto dalla definizione provvisoria.

 

  1. “Elemento somatico-valoriale” sta per un qualunque evento corporeo che, per il suo valore edonico positivo o negativo, può fungere da marcatura qualificante in grado, dunque, di muovere una motivazione e favorire o sfavorire una certa azione. Si tratta essenzialmente delle sensazioni della diade piacere-dolore e delle cosidette emozioni primarie, da cui, con lo sviluppo, si specificheranno quelle secondarie sino ai sentimenti. Tali eventi corporei hanno un ruolo essenziale nella regolazione organismica e nel processo di attribuzione del significato. Come risulta dalla ricerca neuroscientifica degli ultimi decenni, l’emozione è, infatti, l’elemento motore del processo d’attribuzione di significato e si pone, anzi, come il processo attraverso cui il cervello computa e determina il valore di uno stimolo (Le Doux, 2002). Utilizzando la tastiera qualitativa e tonale delle emozioni primarie e della gamma piacere-dolore, il cervello codifica a partire dal corpo, il significato di un pattern d’attività cerebrale, che si embrica con i percorsi culturali e sociali dell’emozione, giungendo a regolare la totalità della mente del corpo nella rete complessa delle scene, situazioni e storie. Grazie a questa marcatura edonica, ciò che accade nel corpo funziona come notizia per il cervello, che potrà classificare le situazioni come pericolose, allettanti o neutre. Il cervello si è evoluto, studiando e costruendo il mondo attraverso le proprie modificazioni e, da questo punto di vista, emozioni e sentimenti sono parte essenziale della cognizione e funzionano come un sistema basico di regolazione. In questa ottica, insieme al piacere\dolore, le emozioni “primarie” (rabbia, paura, tristezza, gioia, sorpresa, disgusto,) e successivamente le emozioni derivate o secondarie (allegria, ansia, vergogna, gelosia, invidia, speranza, rimorso\senso di colpa, rassegnazione, perdono, offesa, delusione, disprezzo) e i sentimenti sono i parametri attraverso cui l’organismo attribuisce il significato. Stabilire il modo in cui si forma tale significato, descriverne le configurazioni fondamentali e tipiche e spiegare il modo in cui si costruiscono le regole, che governano la selezione vincolata degli input e delle risposte, potrebbe essere il compito fondamentale di una teoria clinica e, comunque, è il compito che ci siamo, almeno provvisoriamente, dati in questi nostri incontri di studio.
  2. Simbolo\rappresentazione.Meno semplice è descrivere il secondo elemento coinvolto nel nesso, quello che ho indicato, un po alla svelta, come simbolico-rappresentazionale e che supponiamo legarsi nel nesso all’elemento somatico-valoriale. Forse il modo più immediato seppure generico, per indicarlo è quello di utilizzare il semplice termine di “ricordo”, inteso, però, nel senso ampio e più generale di un evento del vissuto che ha lasciato una memoria consapevole o inconsapevole e può essere riattivata da uno stimolo “esterno” o “interno”. Lo stimolo può essere percettivo, (un oggetto, l’immagine (grafica, fotografica, immagimaria...) di un oggetto, un odore, un colore, il timbro di una voce, una parola o una frase detta, udita o letta, il tono di una voce.....), simbolico (il simbolo percepito di qualcosa, che è stata antecedentemente percepita o esperita), onirico (un sogno, il ricordo di un sogno, il racconto di un sogno), pensato, immaginato. Può essere semplice e diretto come in tutti i casi precedenti, o complesso e articolato (una scena, una situazione, un ambiente, un compito, un dovere, un ordine, un’aspettativa, un’attesa...). Può essere qualcosa che sta avvenendo qui e ora, qualcosa che avverrà, qualcosa che forse accadrà o che sicuramente accadrà o che temo possa accadere. In ogni caso si tratta di un evento che interviene nel flusso dei vissuti e che, direttamente o indirettamente, ha o può trovare un antecedente (reale o metaforico) nel vissuto pregresso.

 

Ognuno di questi eventi, che intervengono nel flusso dei vissuti, può avere e in genere ha una qualità valoriale sua propria, positiva o negativa, di un qualche livello in una scala variabile non generalizzabile in assoluto: una puntura di spillo è certo dolorosa in sé e tale risulterà per tutte le Marie e i Giacomi, ma il sapore di un frutto o di un alimento o il caldo e il freddo hanno più facilmente aspetti idiosincratici nel livello e nella soglia di piacevolezza o di spiacevolezza. Al di là, tuttavia, della qualità valoriale in sé, ogni evento si inserisce in una storia, in cui le esperienze precedenti concorrono a determinare la qualita valoriale che le attribuirà Maria o Giacomo. Per comprendere, dunque, il significato del vincolo è necessario disporsi in una prospettiva storico-evolutiva in cui occorre tener conto di una tastiera tonale di base relativamente fissa, ma suscettibile di differenze individuali anche notevoli – si pensi alle differenze tra due neonati che abbiano una curva degli zuccheri l’uno ripida e l’altro dolce - e di una sequenza di eventi che invece possono accadere o non accadere. In questa sequenza occorrerà, però, tener conto anche di un altro elemento essenziale. Ogni organismo umano, ogni neonato della specie homo, nasce e può sopravvivere soltanto in un contesto relazionale per cui la sequenza degli eventi avviene sempre in un contesto intersoggettivo e anche la taratura della tastiera e, dunque, l’attribuzione di valore avverrà in un contesto intersoggettivo e culturale.
Nel quadro di uno spazio così delimitato, si può descrivere, in modo più preciso, la nozione di vincolo. Il sistema delle emozioni, momento per momento, in base alla scansione degli oggetti, degli eventi e delle configurazioni relazionali e in base al feedback degli schemi di azione (in entrata e in uscita), attribuisce senso, sulla base della sua enciclopedia codificata, sia ai pattern percettivi in entrata che ai risultati dell’azione, in uscita. Questa processazione in sequenze di valutazione-previsione, in ragione di un significato corporeo, solo riduttivamente può essere detta inconsapevole, essa costituisce, infatti, il nostro meccanismo organismico-processuale di guida nella costruzione del mondo e del me nel mondo e la matrice da cui emergono le effettive intenzioni sia quelle che sono consapevolmente dette o dicibili, sia quelle non dette o non dicibili, che innervano silenziosamente il comportamento e le azioni.
La marcatura emozionale attiva un’anticipazione dell’emozione, anzi, probabilmente una emozione come-se e in tal modo avvia la risposta di avvicinamento, allontanamento o cautela in qualunque ambito motivazionale ponendosi come il meccanismo elementare di formazione delle motivazioni e, dunque, delle intenzioni. Un tale dispositivo allarga l’utilizzabilità del meccanismo biologico dell’emozione, dall’ambito originario della sopravvivenza, all’ambiente antropizzato, culturale, sociale e relazionale. L’ipotesi è che il vissuto delle emozioni, del dolore e del piacere porti alla costruzione di schemi anticipatori di emozione-azione, somaticamente marcati, che hanno struttura scenico-narrativa non verbalizzata e non verbalizzabile e tendono a fissarsi come dei silenziosi attrattori. Questo è, dunque, più precisamente, ciò che intendiamo per “vincolo”: uno schema fisso anticipatorio di emozione-azione, che in virtù della marcatura emozionale, limita il ventaglio delle azioni possibili e anzi, spesso, prescrive una risposta o la inibisce, ponendosi anche come un attrattore. Tali schemi incidono profondamente nell’ambito del sentimento del me e tendono a modellare, tramite la forza della previsione emozionale, dei ventagli di possibilità limitata nell’organizzazione del vissuto e della competenza intenzionale, relazionale e comportamentale del soggetto. In questo senso ciò che siamo abituati a pensare come il profilo di personalità di un soggetto, come la sua struttura caratteriale o come la sua organizzazione interna potrebbe essere considerato il risultato e il frutto di una rete gerarchica di vincoli e di reti di vincoli. Da questo punto di vista, per esempio, la difesa potrebbe essere intesa come uno degli aspetti del funzionamento di questo meccanismo regolatore generale, che opera in gran parte a prescindere dalla consapevolezza, consistendo, in ultima analisi, nella strutturazione progressiva, in base all’esperienza (reale, fantastica o traslata), di specifici schemi di percezione-emozione-previsione-azione nell’ambito delle relazioni con soggetti, oggetti, situazioni e configurazioni relazionali. Un vincolo, in definitiva, è appunto uno schema stabile tra una percezione, un’emozione e un’azione.
Niente vieta d’intendere ogni marcatura di un pattern come un vincolo anche in considerazione del suo ruolo nell’avviare una risposta di avvicinamento, allontanamento o cautela. Non tutte le marcature sono però rigidamente vincolanti, sopratutto non lo sono nel caso delle marcature edoniche positive. Si può, perciò, più convenientemente, riservare questo termine a indicare, seppure nel contesto generale descritto da Damasio, non una semplice valutazione edonica negativa o positiva, ma una saldatura assai più rigida tra uno stimolo (esterno e\o interno), una marcatura emozionale e una prescrizione o divieto di azione a formare uno schema ripetitivo saldamente o relativamente fisso e talvolta persino coatto. Da questo punto di vista la costante scansione degli oggetti, degli eventi e delle configurazioni relazionali e la marcatura dei feedback degli schemi di azione, potrebbe rendere conto del paesaggio complessivo delle azioni di Maria, delle sue preferenze, attitudini e abitudini nel ventaglio delle sue scelte, le situazioni che vive come piacevoli e quelle che considera invece spiacevoli e possibilmente da evitare. I vincoli di Maria sarebbero, invece, come dei veri e propri sensi vietati o dei sensi unici caratterizzati anche da un livello più o meno alto di coazione, che limitano l’azione di Maria al di là del ventaglio variegato delle sue preferenze, in cui mantiene una relativa libertà di scelta o di controllo.

Recentemente, il Centro  SIPRe  di Milano mi ha chiesto di registrare una conversazione / intervista sul ruolo della teoria, sullo stato della teoresi dopo la caduta della metapsicologia, sul rapporto tra teoria psicoanalitica e neuroscienze, sul rapporto  tra teoria generale e pratica clinica e, infine, sul concetto di Io. Dal punto di vista tecnico, il video  mostra chiaramente  di non essere stato registrato negli studios di Hollywood , ma qualcuno potrebbe trovare interessante questa pacata conversazione - (condotta da Flavia Levi) - su alcuni temi centrali della psicoanalisi contemporanea, cui si può accedere tramite questo link : http://www.progettocoppia.org/scano/