Dunque, se “là fuori” non c’è una realtà oggettiva e oggettivamente percepibile, cosa c’è “là fuori”? Le due posizioni estreme rispetto a questa domanda sono storicamente quella idealista e quella naturalista oggettualista. La risposta idealista è espressa  nella sua massima compiutezza e rigore da Berkeley: “in verità è un’opinione stranamente diffusa tragli uomini che le case, le montagne, i fiumi, insomma tutti gli oggetti sensibili abbiano un’esistenza naturale o reale, distinta dal loro essere percepiti dall’intelletto. Ma per quanto siano grandi la fiducia e il consenso di cui questo principio gode nel mondo, chiunque se la senta di metterlo in discussione scoprirà se non mi sbaglio, che esso implica una contraddizione manifesta. Infatti i suddetti oggetti non sono altro che le cose che percepiamo con i sensi  e non percepiamo altro che le nostre idee o sensazioni”.
Sul versante opposto si collocano sia il senso comune che l’ oggettualismo naturalistico, che per quanto riguarda gli aspetti più prossimi all’ambito psicologico trovano la massima espressione nel fisicalismo tedesco della scuola di Berlino così espresso nel testo-manifetso del 1873: gli organismi sono sistemi di atomi mossi da forze, regolati dal principio di conservazione dell'energia. Le forze (essenzialmente di attrazione e repulsione) sono le cause reali del moto. Le forze devono spiegare anche i fenomeni superiori come la coscienza e la volontà secondo un  riduzionismo radicale espresso, per esempio, nell’incipit del “Progetto” freudiano: “l’intenzione di questo progetto è di dare una psicologia che sia una scienza naturale, ossia di rappresesentare i processi psichici come stati quantitativamente determinati di particelle materiale identificabili, al fine di renderli chiari e incontestabili”.
Le due posizioni massimizzano l’una il “soggetto” l’altra l’ “oggetto”. Oggi prevalgono le posizioni integrazioniste. Vediamo per esempio in che modo sorprendente B. Russell conclude il suo saggio sulla mente: “Tutti i nostri dati, tanto quelli della fisica quanto quelli della psicologia, sono soggetti a leggi causali psicologiche; ma le leggi causali, almeno nella fisica tradizionale, si possono formulare solo nei termini della materia, che costituisce  insieme una deduzione e una costruzione, ma non è mai un dato. Sotto questo aspetto, la psicologia è più vicina alla realtà della fisica”. Dunque il soggetto sembra prevalere sull’oggetto: il “mondo là fuori” e il significato sembrano essere sopratutto  una “cosa della mente”, qualcosa che si costruisce nella mente e tra menti.
Allora cosa c’è la fuori? Nulla, tutto o cosa? Fuori c’è il minestrone quantistico, che con qualche semplificazione siamo abituati a chiamare materia, (che però, come dice Russell è una deduzione e una costruzione, non un dato!)  e su cui, da qualche tempo a questa parte, cerchiamo di farci qualche idea e, a dire il vero, più si va avanti e più anche la solidissima materia sembra doversi  dissolvere in qualcosa di più impalpabile.
Ognuno di noi, tutta la nostra specie, tutte le specie, ogni vivente è come  se siamo dentro una scatola chiusa ma mobile  con un forellino o una finestrella da cui entrano dati,  informazioni attraverso qualcuno dei nostri sensi. Fino a ieri si riteneva che queste informazioni fossero essi stessi significati. Oggi appare sempre più chiaro che non è così. Per provare a capirne di più dobbiamo provare a raccontarci la storia sin dall’inizio.


Per semplificare il compito ci riferiamo, prevalentemente, a quello dei cinque sensi che ci sembra più rilevante e partiamo dall’assunto che la finestrella della nostra scatola sia un “occhio che guarda”, ma, in realtà e fuori metafora, è un occhio che progressivamente si è reso capace di funzionare come naso, orecchio, palato e tatto, mani, gambe, ali, cervello, mente,  Io.…
In una delle più belle tra le sue Cosmicomiche, Italo Calvino (1965) racconta l’invenzione dell’occhio, attribuendone la paternità, non a un primo essere grezzamente occhiuto, ma a un organismo non vedente, che ha sollecitato altri organismi all’invenzione dell’occhio, creando la bellezza della sua conchiglia e costringendo l’occhio a svilupparsi per ammirarla. Non è certamente andata così, ma è una bella metafora del legame tra osservatore e osservato. Il mondo dei qualia, quale noi lo conosciamo, cominciò a essere costruito da esseri davvero minimi, procarioti, che impararono a selezionare, nel garbuglio delle onde, quelle, che siamo abituati a chiamare luce, servendosene per produrre lo straordinario comportamento, noto come fototassi. In questo modo, essi cominciarono ad accendere la ...luce e a illuminare la scena della vita, che, sino allora, era sempre stata buia – questo, però, possiamo dirlo solo ora a partire dalla luce. In tal modo, essi costruirono in un colpo solo l’osservatore e l’osservato, anzi, costruirono l’osservazione e l’osservato inventando l’osservatore: un minuscolo occhio e un piccolissimo cervello. L’occhio elementare della larva del verme marino Platynereis dumerilii (Jékeli et al., 2008, Arendt et al., 2002) permette di allungare lo sguardo sino a cogliere una semplice articolazione di questa geniale invenzione che, col tempo, permetterà di dipingere la Cappella Sistina, disegnare la mappa dell’universo e scrivere la formula della relatività. Gli occhi di questi piccoli animali sono formati da due sole cellule, una con pigmento e una foto-recettrice. Un filamento nervoso connette il foto-recettore e le cellule coinvolte nel movimento. Il fotorecettore capta la luce e la converte in segnale elettrico, che, viaggiando lungo la proiezione neurale, realizza la connessione con un fascio di cellule, che terminano con una serie di ciglia: occhio, luce, movimento e, in mezzo, un minuscolo cervello. L’invenzione dei procarioti fu ereditata dagli eucarioti, che la svilupparono, costruendo, col tempo, quadri comando sempre più sofisticati ed efficienti per ...accendere la luce, i suoni, gli odori e i sapori del mondo e attrezzandosi di ciglia, pinne, ali e arti per circolarvi dentro sino alla gazzella che, grazie a un significato, può sperare di evitare il leopardo e a Dante, che, muovendosi nella selva dei segni dei segni dei segni, ha potuto vedere i suoi esistenti mondi inesistenti. Verrebbe da dire che l’invenzione dei procarioti sta al super-occhio del nostro Io come l’invenzione della ruota sta alla Ferrari. Ciò che era davvero difficile era inventare la ... ruota! Da allora, per centinaia di milioni di anni, miliardi di miliardi di organismi e miliardi e miliardi di differenti utilizzazioni di quello strano mondo di qualia, organizzati in modo differente, hanno scavato la loro galleria di possibilità di vita nel ventre dell’universo quantistico, imparando del tutto a caso manipolazioni originali di pezzetti di quel mondo, in una serie ininterrotta di esperimenti cruciali, in cui posta in gioco è sempre stata la vita.
Una linea sperimentale imprevedibile e improbabile – favorita dalle caratteristiche di quel pezzo di brodaglia quantistica stiracchiata dalla deriva dei continenti, che forma la lunga spaccatura, che dal Mar Morto raggiunge l’Africa australe – cominciata una decina di milioni di anni fa, ma diventata più evidente negli ultimi tre, gettò le basi per quello straordinario superocchio che è l’Io, capace di muovere consapevolmente le cose, manipolando i segni delle cose. Le differenze riscontrabili tra i vari organismi nell’utilizzazione del mondo là fuori a partire dai qualia  e dunque a partire dai segni delle cose invece che dalle cose, nella differente complessità nell’universo di segni, in cui essa è esercitata e, dunque, le differenze tra una mosca, una gazzella, un bonobo e un uomo sono valutabili in termini di complessità del cervello, che, a sua volta, consente di manipolare la complessità crescente dell’universo dei segni e dei segni dei segni. La lunga storia degli infiniti intrecci di questa duplice complessità correlata è, verosimilmente, il nido in cui si è schiuso, nel corso di due miliardi di anni, l’uovo del nostro super-occhio o, se preferite, l’uovo dell’Io!
Torniamo all’occhio. L’occhio che è la finestrella della nostra scatola chiusa e mobile è, in un certo senso, ancora l’occhio di quell’antico minuscolo vivente che lo inventò, inventando in quel modo anche la luce. Il nostro occhio è ancora quello ma nel frattempo è diventato molto più complesso e specializzato. Naturalmente esistono occhi molto differenti: quello delle renne vede l’ultravioletto che noi non vediamo (alle renne serve per vedere i licheni, unico cibo possibile quando c’è la neve!), quello della rana vede solo gli oggetti in movimento (per la rana sono importanti solo gli oggetti in movimento: cibo, partner, nemico), quello di molti insetti vedono un mondo assai più riccamente colorato (perchè il colore dei fiori è determinante per questi organismi, che peraltro anticipando Calvino, hanno “convinto” le piante a produrre fiori!), quello dei gatti e dei gufi sa vedere anche al buio (noi abbiamo preferito inventare fonti di luce artificiale: fiamme, torce, lampioni a gas, lampadine…!). Non ha molto senso chiedersi quale è l’occhio migliore: quello migliore è quello di ogni organismo perché è quello migliore per quell’organismo che proprio per questo se lo è scelto. Lo scopo della finestrella è infatti utilizzare le informazioni che entrano dalla finestrella per muoversi più efficacemente nel minestrone quantistico e mantenersi in vita. Dalla finestrella però non entrano né cose né significati, entrano solo “differenze”, cioè le differenze che le modificazioni del minestrone quantistico  producono nel cervello. Il cervello, infatti, come non si stanca di ripetere Edelman, parla solo con sé stesso. Dalla finestrella non entrano né cose né significati, ma solo differenze, che il cervello, dialogando con sè stesso e le sue modificazioni, può assumere come segni.
E dunque per capire come l’occhio costruisce il mondo e le cose, dobbiamo rivolgerci all’evoluzione. L’occhio, che nella nostra semplificazione è metafora dell’io cosciente e della sua strumentazione e funzionamento, ha imparato a costruire il mondo e i significati integrando le acquisizioni, salendo progressivamente tre differenti gradini: Il gradino evolutivo, quello culturale, e quello soggettuale. I tre gradini poggiano tutti sulla memoria e, in un certo senso, sulla narrazione, perché a guardar bene anche il DNA è un immenso archivio di narrazioni e di memoria.

  1. Evoluzione : il primo gradino è puramente evolutivo. Il nostro occhio (e anche il nostro Io) è l’evoluzione dell’occhietto del vermetto che abbiamo detto, proprio di quello. Buona parte  del mondo “là fuori” è costruito dall’evoluzione di quell’occhio.  Il nostro “occhio” infatti si costruisce in base a quanto hanno progressivamente  inventato i procarioti, i primi eucarioti, gli insetti, gli anfibi, i rettili, e infine i mammiferi. Noi sottovalutiamo che condividiamo gran parte del nostro DNA con tutta la materia vivente: il nostro “occhio” ha un capitale  di conoscenza evolutiva che è del solo 1% differente da quello dello scimpanzé comune (su tre miliardi di basi solo 30 milioni sono diverse), condividiamo il 30% del DNA con Saccharomyces cerevisiae, un organismo unicellulare meglio noto come lievito di birra, il 50% con le piante e il 90% con i topi. Il mondo e i significati costruiti dall’occhio di un’aragosta, di un cobra,  di un coccodrillo, di un merlo, di un gatto, di uno scimpanzé e di un homo habilis (ma sotto molti aspetti anche dell’inquilino del piano di sotto) sono variazioni progressive sul tema e si differenziano in base al bonus-malus di ciascuna specie in rapporto al premio di sopravvivenza, padre e madre di tutti i significati.

 2. Cultura: il secondo gradino è essenzialmente culturale. Pre sumibilmente il mondo e i significati costruiti dall’occhio di un’australopitecina come Lucy o di un homo habilis non era sostanzialmente differente da quella degli attuali scimpanzé e gorilla, ma da  Erectus in poi le cose cambiano. Per capirlo basta dare uno sguardo al paleosuolo di Isernia, ma sopratutto cambiano con velocità impressionante quando l’occhio impara a parlare e con una velocità ancora maggiore a partire dalla cosidetta rivoluzione neolitica e con l’invenzione della “città”.
A prescindere dal problema del modo concreto, in cui, alcune centinaia di migliaia d’anni fa, un gruppo di primati ha cominciato a sviluppare forme più complesse di comunicazione sino a crearsi un vero, flessibile linguaggio, si può considerare l’impatto, che questa rivoluzionaria tecnologia organismica ha prodotto sull’ occhio che guarda là fuori. Il linguaggio, infatti, offre un meta-posizionamento radicalmente nuovo rispetto a quello della gazzella, che fiuta il leopardo, o dello scimpanzé, che può avvicinare una sedia, afferrare un bastone e servirsene per raggiungere la banana, rimasta, per qualche tempo, assente dal suo campo visivo. Consente di oggettivare cose, azioni, esseri, eventi e connessioni tra cose, azioni, esseri, eventi e di connettere rappresentazioni e parole, articolandole in frasi e, dunque, in azioni rappresentate e dunque di rendere esistente ciò che là fuori non esiste. Man mano ha permesso di istituire relazioni astratte (temporali, spaziali, causali...) tra cose, esseri ed eventi e di oggettivare non solo ciò che è diretto risultato dei processi (rappresentazioni di cose e rappresentazioni di azioni), ma anche ciò che è prodotto del linguaggio stesso (racconti, discorsi, idee, progetti...), generando, così, il pensiero. È la tecnologia radicalmente nuova della simbolizzazione linguistica, che consente alla materia biologicamente organizzata in un organismo soggettuale, di superare quella, che è sempre apparsa al pensiero occidentale l’invincibile antinomia tra materia e spirito, tra natura e cultura, tra spirito e materia e che si scioglie, invece, nell’anello ricorsivo, che lega computazione, linguaggio e pensiero. In tale anello, il legame circolare tra linguaggio e pensiero funziona come un acceleratore potente, che riorganizza a un livello radicalmente meta l’attività dell’organismo e la sua ecologia e la sua attività nella sua ecologia. In questo modo, anzi, questa rivoluzionaria tecnologia trasforma l’evoluzione darwiniana in lamarckiana (Ramachandran), consentendo a ogni generazione di trasferire le acquisizioni e gli apprendimenti, di accumulare le conoscenze assai più rapidamente di quanto non possa fare il gioco delle combinazioni genetiche, rendendo possibili le generalizzazioni, le congetture e il pensiero strumentale. In secondo luogo, essa permette un salto qualitativo nella specificazione dell’osservazione, perché rende possibile all’organismo di agire e di oggettivare contemporaneamente il ruolo dell’osservatore e dell’osservato in un unico display mentale e verbale e all’interno della stessa prospettiva e biografia oltre che in ogni singola azione.
Le conseguenze formative di questa acquisizione selezionata dall’evoluzione sono tanto ovvie, che è quasi un luogo comune affermare che il linguaggio ha fatto l’uomo, asserto da completare, tuttavia, in un più circolare il-linguaggio-ha-fatto-l’uomo-che-ha-fatto-il-linguaggio. Il linguaggio ha fatto l’uomo, consentendo di oggettivare, rappresentare e dire le interazioni tra gli organismi e l’ambiente e le interazioni interindividuali tra gli organismi, trasformando in intersoggettività la già accentuata socialità di un clan di primati. Il linguaggio, infatti, è essenzialmente intersoggettivo: produce soggettività e intersoggettività, che, producendo il linguaggio, si co-producono nella comunicazione e nell’interazione. Non sappiamo, infatti, quando e come, ma il linguaggio ha avviato la costruzione di un mondo ordinato, in cui le cose hanno un nome, rispondono a regole, si collocano secondo regolarità nello spazio e nel tempo onde è possibile prevedere, evitare, agire in vista di uno scopo. Avvenne per il mondo materiale delle cose, delle montagne e delle acque, delle piante, degli animali, delle strade e delle case, ma anche per il mondo delle persone, che diventano padri, madri, nonni, fratelli, sorelle, amici, operai, venditori, contadini, cantanti o calciatori. Parallelamente a questo mondo di fuori, la parola ha consentito la costruzione di un mondo di dentro, che ha un unico centro, itinerante nello spazio e persistente nel tempo, che ogni soggetto colloca nel luogo, in cui pone il proprio io-me e che è precluso a quanti non sono il suo unico abitante. Tale mondo di dentro ha man mano organizzato la sua geografia, in cui i territori si ordinano in pensieri, ricordi, emozioni, sentimenti, sogni, desideri, speranze. Il linguaggio permette ai singoli abitanti di questi mondi di dentro di scambiarsi mondi e pezzi di mondi. Questa singolare attitudine degli umani è diventata, anzi, l’impronta distintiva della specie.
Così dal giorno, in cui i suoni cominciarono a diventare parole, è stato tutto un intrecciarsi di mondi di dentro, che si scambiano mondi di fuori, tanto che non esiste informazione alcuna riguardo al mondo di fuori, se non quelle che passano per le innumeri relazioni, che ci pervengono da tutti i mondi di dentro esistenti o che sono esistiti nel pianeta ed hanno lasciato qualche traccia di sé. Per effetto di questo diuturno scambiare, i mondi di dentro e di fuori si sono agglutinati in un terzo (e unico) tipo di mondo fatto della materia dei mondi di dentro e di fuori così che i cuccioli si fabbricano il loro incipiente mondo di dentro, inglobando pezzi precotti di questo mondo di dentro-fuori transizionale. Il semiologo russo Lotman (1984) ha trovato un bel nome per questo mondo di mezzo, chiamandolo semiosfera, ma, poiché il gioco dello scambio nacque insieme alle parole e insieme a tutti gli io-me, il suo nome appropriato è proprio intersoggettività.

 3. Esperienza soggettuale.  Il terzo gradino su cui poggia l’occhio nella costruzione del mondo là fuori e dei significati, a partire da questo mondo di dentro-fuori transizionale reso possibile dal linguaggio e dalla cultura, è costituita dall’esperienza soggettuale, dalla storia concreta di ogni individuo, che in quel mondo transizionale e intersoggettivo si svolge e si racconta incessantemente. Se il gradino evoluzionistico, sulla base dei qualia, costruisce un mondo là fuori abbastanza simile per tutti i viventi, seppure differenziato tra specie e specie (pensate al mondo acquatico dei pesci, al mondo aereo degli uccelli, al mondo prevalentemente innevato  degli animali artici a quello della savana dei guardiani della prateria…) e se il secondo, quello culturale costruisce il mondo tipicamente umano assai differente da quello di tutte le altre specie viventi e con un enorme impatto anche sul “mondo fisico e geografico”, il terzo gradino costruisce un là fuori che è in gran parte proprio di ogni singolo soggetto ed è funzione della sua esperienza soggettiva. Non ho bisogno di entrare nei particolari sulle caratteristiche che questo terzo gradino dà all’occhio che guarda là fuori. Per più di due anni studiando a oltranza un unico caso clinico nel progressivo incedere dell’interazione terapeutica, abbiamo visto il funzionamento dei vincoli di un soggetto nel costruire il suo mondo e i suoi significati. Il terzo gradino è costituito infatti dalle reti di vincoli che, associando un vissuto del corpo un’emozione a una modificazione  ricorrente nella configurazione neuronale e, quindi a un oggetto, un’immagine, una situazione, una configurazione relazionale, dirige la costruzione del significato e dell’azione di ogni singolo soggetto.

I tre gradini su cui poggia l’occhio che guarda e costruisce il mondo là fuori hanno tutti la stessa logica: utilizzano il passato per prevedere il futuro, in senso sia spaziale che temporale, per avere un vantaggio: se in passato lo  stimolo A ha  prodotto un vantaggio promuoverà ripetizione e nel caso del singolo individuo un’azione di avvicinamento, se ha prodotto uno svantaggio tenderà a produrre allontanamento o in termini di difesa o in termini di fuga.

Visto il ruolo del linguaggio nella costruzione del mondo là fuori sarà utile dedicare un pò di attenzione a come vede le cose la disciplina che del significato si è occupato in maniera, diciamo, professionale. La linguistica quindi.
In latino il termine significatus indicava l’atto del significare, del comunicare con un qualunque mezzo d’espressione. Sono soprattutto le parole a “significare” e ad “avere un significato”, ma anche i simboli e, più in generale, i segni veicolano un significato. In realtà, ogni cosa può avere significato: un’azione, un evento, un’entità, un istituzione (il “significato della costituzione”!). In questi casi, significato equivale a “valore” come nell’aggettivo “significativo”. Le parole hanno un “significato” definito e codificato in un dizionario, ma, spesso, per capire il significato di una frase  non basta conoscere il significato delle parole (“sono in un vicolo cieco”) ed è il contesto a determinare il “significato” (oggi fa proprio freddo = chiudi la finestra!).
La linguistica e, soprattutto la semiotica si sono occupate “professionalmente” del significato. E’ nota la distinzione tra significante (il segno materiale, i suoni che formano la parola “cane”) e significato (l’idea, il concetto di “cane” connesso al segno) ed è anche noto che non vi è alcun rapporto intrinseco tra i due elementi. Più precisamente la semiotica definisce il significare tramite il triangolo semiotico: il significato del segno è dato dalla cooperazione di tre elementi: il simbolo (o segno), l'idea (cioè il concetto) e il referente (cioè la realtà rappresentata dal segno). Il segno non ha alcun rapporto diretto con l'oggetto concreto, ma con l'immagine mentale.
Altri due importanti concetti sono stati precisati dalla semiologia: la definizione semiotica di  connotazione e la nozione di semiosi illimitata. Il concetto di connotazione fu definito in chiave semiotica da Hjelmslev, che in tal modo mise in evidenza un’ambiguità semantica: a volte il rapporto tra significante e significato non è semplicemente denotativo, ma pieno di ulteriori semantizzazioni. Così la foto di un cane avrà una valenza denotativa, ma allo stesso tempo aspetti connotativi, come l'inquadratura, la collocazione, la luce ecc. Peirce, introdusse il concetto di   interpretante. Il segno, infatti, non sta per qualcosa,  sotto tutti gli aspetti, ma in relazione ad  un fondamento condiviso. L'interpretante è la rappresentazione ulteriore dello stesso oggetto o significato. Ad esempio, il medico  coglie il rapporto tra il segno "macchie sulla pelle" e la malattia "morbillo". La parola "morbillo" è l'interpretante del segno. Non si deve confondere l’interprete con l’interpretante: "mentre l'interprete è colui che coglie il legame tra significante e significato, l'interpretante è un secondo significante che evidenzia in che senso si può dire che un certo significante veicola un certo significato". Peirce arriva così ad un concetto di significato del segno, che porta ad una semiosi illimitata, vale a dire ad un processo di significazione del segno, che continua a riprodursi.

Ciò che, nel triangolo semiotico, è indicato come “significato” ( e, dunque il “concetto”, l’ “idea”, per esempio di “tavolo”, indicata dal segno ||tavolo||) è un “fatto mentale”, un’immagine, rappresentazione o contenuto mentale e ciò implica che la significazione, come processo di costruzione, comunicazione e comprensione del senso, avviene, in ultima analisi, in una “mente” o tra “menti”. Già nella lingua vi è dunque un rimando, ad un punto di vista ed ad un ambito “psicologico”, che dovrebbe stabilire in che modo si formi questo “aspetto mentale” del significato, che non si esaurisce nella denotazione  codificata nel dizionario. Già in linguistica  questo problema si pone con il quesito se si debba  collocare il significato “dentro la testa” o “fuori”. Una concezione tradizionale, nota come solipsismo metodologico, sosteneva che il significato è qualcosa di “mentale”, uno “stato psicologico” del soggetto. Putnan critica in modo argomentato questa concezione,  sostenendo che “i significati non sono certo dentro la testa” e propone alternativamente l’ipotesi della “divisione del lavoro linguistico”. Non potremmo usare parole come “olmo” o “alluminio” se nessuno disponesse di un modo per riconoscere gli alberi di olmo e il metallo alluminio; ma non è necessario  che tutti coloro per i quali tale distinzione è importante posseggano la capacità di fare tale distinzione. (...). E sicuramente non  è necessario né pratico che tutti coloro, che hanno occasione di comprare o di portare dell’oro siano capaci di dire senza ombra di dubbio se qualcosa è o non è veramente d’oro. (... ). Chiunque abbia per una ragione qualsiasi  un interesse speciale per l’oro deve acquisire la parola “oro”, ma non è necessario che acquisisca il metodo per riconoscere se qualcosa è o non è oro: per fare questo può affidarsi ad una sottoclasse particolare di parlanti.

Conclusione: Il piano dei processi e il piano delle narrazioni

Noi naturalmente  non siamo né filosofi, né antropologi, né studiosi dell’evoluzione, né linguisti o semiologi. Ascoltiamo cosa hanno da dirci gli specialisti di questi ambiti, siamo particolarmente attenti a quanto ci dicono  i neuroscienziati sul funzionamento  del cervello-mente, ma siamo interessati  al significato da un punto di vista più ristretto e preciso: il punto di vista del significato delle cose che accadono in una seduta.

Già negli ultimi appuntamenti del Laboratorio a Brescia (tra il 2011 e il 2012) cominciammo ad occuparci del significato e anzi, mettemmo a punto uno schema, una vera e propria tabella dei “livelli di emergenza del significato”. A dire il vero, fino a due mesi fa, pensavo di riprendere la tematica del significato proprio a partire da quel testo e da quella tabella. Poi ho deciso di soprassedere e rimandare per un motivo che, del resto, mi era noto già ai tempi in cui quello schema venne elaborato e presentato. Infatti, come era esplicitamente dichiarato, quei livelli di emergenza del significato apparivano significativi solo a livello della narrazione considerata dal punto di vista meta-interattivo, mentre non aveva nulla da dire o, comunque risultava ambigua o reticente, a riguardo dell’interazione in senso stretto. Il fatto è che nell’interazione terapeutica abbiamo a che fare con molteplici livelli di interazione e di narrazione. In sintesi abbiamo:

  1. nella fase introduttiva della terapia (colloqui e questionario), una narrazione di P dell’ “allora” fatta nell’ “adesso”, che presumibilmente è il risultato della rete complessiva delle sue interazioni e meta-interazioni;
  2. questa narrazione è fatta  a T che la recepisce  a partire dalle sue reti di vincoli sia teorici che personali;
  3. con il procedere dell’interazione terapeutica si instaura la normale dinamica di interazione e metainterazione tra T e P;
  4. all’interno di questa dinamica si dipana la narrazione continua di P sia relativa all’allora sia relativa all’adesso e la narrazione parallela di T relativa a questa narrazione a riguardo dell’allora e dell’adesso;
  5. man mano  si agglutina anche un ulteriore livello di narrazione: quello relativo  all’interazione tra P e T, che sarà esplicita in T (e magari anche effettivamente raccontata in questa sede), mentre nel caso di P sarà per lo più implicita:
  6. contemporaneamente però continuano le interazioni e metainterazioni extra-setting di P con genitori, parentela, amici, fidanzati con l’ambiente del lavoro ecc.

Ognuno di questi livelli di interazione avrà un aspetto interattivo e uno meta-interattivo. Abbiamo sempre detto che  “La proprietà fondamentale dell’interazione è che essa “avviene” e non può essere cancellata o modificata dalla meta-interazione, (che la può tradire o falsare, ma non rendere non avvenuta), contemporaneamente, però, essa non può essere colta e raccontata (a se stessi o a un altro) se non tramite una operazione meta-interattiva. L’elemento essenziale della meta-interazione, invece, è che essa implica sempre e comunque una interazione nel senso che, come si è detto, anche una interpretazione, al di là del contenuto, interviene nel contesto come azione con suoi propri significati,  che  non sono necessariamente quelli previsti o voluti dall’intenzionalità dell’agente”.
A partire da questo assunto si spiega che nel redigere la tabella dei livelli di emergenza del significato ci si renda conto che essa può essere applicata soltanto dal punto di vista meta-interattivo, perché il significato emerge solo  da una narrazione esplicita o esplicitabile, dato che l’interazione in sé non può essere colta e raccontata (a se stessi o a un altro) se non tramite una operazione meta-interattiva. A fronte di ciò, tuttavia, si deve comunque rimarcare che l’effettiva marcatura emozionale (di conferma o disconferma dell’esperienza emozionale attesa) avviene a livello interattivo e non può essere cancellata o modificata dalla meta-interazione, (che la può tradire o falsare, ma non rendere non avvenuta).
E’ su questo punto che la tabella del 2011-12 restava reticente. Il lavoro fatto per tre anni e passa sullo sviluppo del singolo caso clinico di Sara ci viene in soccorso. Le analisi e le riflessioni sulle analisi a proposito dei significati emergenti nelle varie fasi di questa terapia si sono sempre poste a livello rigorosamente meta-interattivo sia quando riguardavano le interazioni intra- ed extra-setting di  Sara sia quando riguardavano gli interventi di T. Quando, però, una volta analizzato a fondo il vincolo centrale di Sara,  messi in evidenza i nessi tra il vincolo e “i veri problemi di Sara” e una volta osservate e registrate le modificazioni progressivamente intervenute nel suo comportamento, quasi spontaneamente ci siamo trovati a chiederci come siano nati sia il vincolo sia questi nessi e abbiamo rovesciato la frittata, partendo non più dal presente verso il passato, ma dal passato verso il presente. Con questo rovesciamento del punto di vista  in realtà ci stavamo interrogando sulle effettive interazioni di Sara e sul loro ruolo causativo e, dunque, ci stavamo spostando sul piano effettivamente “interattivo” a riguardo delle interazioni di Sara (nella prima e seconda infanzia, nella pubertà, preadolescenza e preadolescenza, nei vari rapporti amorosi) sino all’interazione terapeutica e ai suoi effetti. Lo facevamo naturalmente nell’unico modo possibile e cioè partendo dalle narrazioni e, dunque,  a partire comunque dalle meta-interazioni.
Ciò ci consente di chiarire l’impostazione del problema del significato: dobbiamo distinguere due piani: il piano dei processi e il piano delle narrazioni:

  1. Il piano dei processi è il piano effettivamente causativo cioè quello in cui le marcature emozionali effettivamente determinano e legano  i vincoli sul piano fattuale. Questo piano non è obbiettivamente raggiungibile in sè. E’, almeno per il momento e per lo stato attuale delle conoscenze, una sorta di noumeno, su cui si possono soltanto avanzare congetture e ipotesi. Sul piano generale, è dunque il piano delle teorie, mentre sul piano del singolo paziente è il campo delle ipotesi e congetture concrete relative alla formazione degli effettivi vincoli di quel preciso paziente alla luce delle sue concrete narrazioni e degli assunti teorici resi disponibili da quelle teorie.
  2. Il piano delle narrazioni è invece quello  in cui effettivamente emergono e possono emergere i significati ed è dunque il piano, sempre meta-interattivo, in cui è possibile interrogarci sui livelli di emergenza del significato.
  3. Infine, nasce un quesito importante: la restituzione congetturale della ricostruzione dei processi che ruolo potrà avere nel lavoro terapeutico complessivo? in che modo dovrà essere fatta e quando?

* Testo presentatp nel gennaio 2016 al Laboratorio di Verona per introdurre lo studio/ricerca sul vincolo e il significato.

 

Il termine “vincolo”, deriva dal latino “vinculum” (da vincire = legare) e denota ciò che lega o serve a legare qualcosa o qualcuno. Indica dunque laccio, legame e, per estensione, condizione che lega o condizione legata. Nel suo campo semantico si possono distinguere due nodi di aggregazione di significato: il primo attiene all’azione stessa del legare e, quindi, indica il fermare, fissare, incatenare immobilizzare qualcuno o qualcosa con qualche tipo di legame o impedimento; il secondo attiene alle conseguenze del legame per il qualcosa o il qualcuno che è stato legato e sta, dunque, per un impedimento, un limite, un blocco o una qualche costrizione.
In senso figurato, vincolo indica legami di natura affettiva, morale, sociale e, in questo senso, l’esistenza del “legame” stabilisce limiti, prescrizioni e aspettative a riguardo dell’azione del soggetto, ma anche doveri e diritti per i soggetti legati dal vincolo. In senso ancora allargato “vincolo” implica un elemento di costrizione (natura insofferente di vincoli) sino alla dipendenza o alla schiavitù morale (i vincoli della dipendenza o del vizio).
In diritto, vincolo si riferisce alla limitazione o alla soggezione di una persona in quanto titolare di una situazione cui fa riscontro un diritto soggettivo altrui o anche la limitazione del diritto di proprietà su un bene (v. di indisponibilità; v. dotale, ecc). In urbanistica e in architettura, riguarda limitazioni e prescrizioni che regolano e limitano la libertà d’azione a riguardo di interventi su beni di interesse storico e artistico (vincolo monumentale) o in contesti considerati “bellezze naturali”( v. paesaggistico).
In meccanica, denota qualsiasi limitazione alla libertà di movimento di un corpo; ne sono esempî comuni: il piano su cui è poggiato un corpo (che ne impedisce la caduta verso il basso), un filo non estensibile, che impedisce a un corpo di allontanarsi dal suo punto di sospensione, le cerniere cilindriche attorno a cui è costretta a ruotare una porta e che ne fissano quindi l’asse di rotazione. Ogni vincolo esercita sul corpo vincolato una forza, detta reazione vincolare, che ne impedisce lo spostamento ed è diretta in senso opposto a quello in cui lo spostamento viene impedito.
In psicologia il termine “vincolo”, per quanto sicuramente utilizzato nel suo significato corrente, non è stato mai operativamente definito e concettualizzato. Ciò non significa, tuttavia, che nell’armamentario concettuale della psicoanalisi, non ci siano dei concetti che in qualche modo insistono su un significato assai prossimo e che potrebbero quindi essere considerati degli antecedenti (per esempio quelli di fissazione, di falso nesso e quello rapaportiano di struttura e, sopratutto, di micro-struttura).
Partiamo da una prima descrizione o definizione molto generica. Utilizziamo il termine “vincolo” per indicare qualunque nesso fisso, stabile e persistente nel tempo che si crea tra un elemento somatico-valoriale (dolore, piacere, emozione, emozione derivata, sentimento) e un elemento simbolico-rappresentazionale (immagine, simbolo, configurazione, idea...). Tale nesso, una volta stabilito e fissato, limita il ventaglio delle azioni possibili del soggetto o può anche prescrivere o inibire una sua specifica azione.
Per cominciare a precisare questa definizione generica e giungere a una descrizione più ravvicinata del vincolo, è necessario analizzare più accuratamente i due elementi collegati dal nesso, indicando, quindi, con maggior precisione che cosa siano i due elementi “somatico-valoriale” e “simbolico-rappresentazionale”, che costituiscomno il nesso descritto dalla definizione provvisoria.

 

  1. “Elemento somatico-valoriale” sta per un qualunque evento corporeo che, per il suo valore edonico positivo o negativo, può fungere da marcatura qualificante in grado, dunque, di muovere una motivazione e favorire o sfavorire una certa azione. Si tratta essenzialmente delle sensazioni della diade piacere-dolore e delle cosidette emozioni primarie, da cui, con lo sviluppo, si specificheranno quelle secondarie sino ai sentimenti. Tali eventi corporei hanno un ruolo essenziale nella regolazione organismica e nel processo di attribuzione del significato. Come risulta dalla ricerca neuroscientifica degli ultimi decenni, l’emozione è, infatti, l’elemento motore del processo d’attribuzione di significato e si pone, anzi, come il processo attraverso cui il cervello computa e determina il valore di uno stimolo (Le Doux, 2002). Utilizzando la tastiera qualitativa e tonale delle emozioni primarie e della gamma piacere-dolore, il cervello codifica a partire dal corpo, il significato di un pattern d’attività cerebrale, che si embrica con i percorsi culturali e sociali dell’emozione, giungendo a regolare la totalità della mente del corpo nella rete complessa delle scene, situazioni e storie. Grazie a questa marcatura edonica, ciò che accade nel corpo funziona come notizia per il cervello, che potrà classificare le situazioni come pericolose, allettanti o neutre. Il cervello si è evoluto, studiando e costruendo il mondo attraverso le proprie modificazioni e, da questo punto di vista, emozioni e sentimenti sono parte essenziale della cognizione e funzionano come un sistema basico di regolazione. In questa ottica, insieme al piacere\dolore, le emozioni “primarie” (rabbia, paura, tristezza, gioia, sorpresa, disgusto,) e successivamente le emozioni derivate o secondarie (allegria, ansia, vergogna, gelosia, invidia, speranza, rimorso\senso di colpa, rassegnazione, perdono, offesa, delusione, disprezzo) e i sentimenti sono i parametri attraverso cui l’organismo attribuisce il significato. Stabilire il modo in cui si forma tale significato, descriverne le configurazioni fondamentali e tipiche e spiegare il modo in cui si costruiscono le regole, che governano la selezione vincolata degli input e delle risposte, potrebbe essere il compito fondamentale di una teoria clinica e, comunque, è il compito che ci siamo, almeno provvisoriamente, dati in questi nostri incontri di studio.
  2. Simbolo\rappresentazione.Meno semplice è descrivere il secondo elemento coinvolto nel nesso, quello che ho indicato, un po alla svelta, come simbolico-rappresentazionale e che supponiamo legarsi nel nesso all’elemento somatico-valoriale. Forse il modo più immediato seppure generico, per indicarlo è quello di utilizzare il semplice termine di “ricordo”, inteso, però, nel senso ampio e più generale di un evento del vissuto che ha lasciato una memoria consapevole o inconsapevole e può essere riattivata da uno stimolo “esterno” o “interno”. Lo stimolo può essere percettivo, (un oggetto, l’immagine (grafica, fotografica, immagimaria...) di un oggetto, un odore, un colore, il timbro di una voce, una parola o una frase detta, udita o letta, il tono di una voce.....), simbolico (il simbolo percepito di qualcosa, che è stata antecedentemente percepita o esperita), onirico (un sogno, il ricordo di un sogno, il racconto di un sogno), pensato, immaginato. Può essere semplice e diretto come in tutti i casi precedenti, o complesso e articolato (una scena, una situazione, un ambiente, un compito, un dovere, un ordine, un’aspettativa, un’attesa...). Può essere qualcosa che sta avvenendo qui e ora, qualcosa che avverrà, qualcosa che forse accadrà o che sicuramente accadrà o che temo possa accadere. In ogni caso si tratta di un evento che interviene nel flusso dei vissuti e che, direttamente o indirettamente, ha o può trovare un antecedente (reale o metaforico) nel vissuto pregresso.

 

Ognuno di questi eventi, che intervengono nel flusso dei vissuti, può avere e in genere ha una qualità valoriale sua propria, positiva o negativa, di un qualche livello in una scala variabile non generalizzabile in assoluto: una puntura di spillo è certo dolorosa in sé e tale risulterà per tutte le Marie e i Giacomi, ma il sapore di un frutto o di un alimento o il caldo e il freddo hanno più facilmente aspetti idiosincratici nel livello e nella soglia di piacevolezza o di spiacevolezza. Al di là, tuttavia, della qualità valoriale in sé, ogni evento si inserisce in una storia, in cui le esperienze precedenti concorrono a determinare la qualita valoriale che le attribuirà Maria o Giacomo. Per comprendere, dunque, il significato del vincolo è necessario disporsi in una prospettiva storico-evolutiva in cui occorre tener conto di una tastiera tonale di base relativamente fissa, ma suscettibile di differenze individuali anche notevoli – si pensi alle differenze tra due neonati che abbiano una curva degli zuccheri l’uno ripida e l’altro dolce - e di una sequenza di eventi che invece possono accadere o non accadere. In questa sequenza occorrerà, però, tener conto anche di un altro elemento essenziale. Ogni organismo umano, ogni neonato della specie homo, nasce e può sopravvivere soltanto in un contesto relazionale per cui la sequenza degli eventi avviene sempre in un contesto intersoggettivo e anche la taratura della tastiera e, dunque, l’attribuzione di valore avverrà in un contesto intersoggettivo e culturale.
Nel quadro di uno spazio così delimitato, si può descrivere, in modo più preciso, la nozione di vincolo. Il sistema delle emozioni, momento per momento, in base alla scansione degli oggetti, degli eventi e delle configurazioni relazionali e in base al feedback degli schemi di azione (in entrata e in uscita), attribuisce senso, sulla base della sua enciclopedia codificata, sia ai pattern percettivi in entrata che ai risultati dell’azione, in uscita. Questa processazione in sequenze di valutazione-previsione, in ragione di un significato corporeo, solo riduttivamente può essere detta inconsapevole, essa costituisce, infatti, il nostro meccanismo organismico-processuale di guida nella costruzione del mondo e del me nel mondo e la matrice da cui emergono le effettive intenzioni sia quelle che sono consapevolmente dette o dicibili, sia quelle non dette o non dicibili, che innervano silenziosamente il comportamento e le azioni.
La marcatura emozionale attiva un’anticipazione dell’emozione, anzi, probabilmente una emozione come-se e in tal modo avvia la risposta di avvicinamento, allontanamento o cautela in qualunque ambito motivazionale ponendosi come il meccanismo elementare di formazione delle motivazioni e, dunque, delle intenzioni. Un tale dispositivo allarga l’utilizzabilità del meccanismo biologico dell’emozione, dall’ambito originario della sopravvivenza, all’ambiente antropizzato, culturale, sociale e relazionale. L’ipotesi è che il vissuto delle emozioni, del dolore e del piacere porti alla costruzione di schemi anticipatori di emozione-azione, somaticamente marcati, che hanno struttura scenico-narrativa non verbalizzata e non verbalizzabile e tendono a fissarsi come dei silenziosi attrattori. Questo è, dunque, più precisamente, ciò che intendiamo per “vincolo”: uno schema fisso anticipatorio di emozione-azione, che in virtù della marcatura emozionale, limita il ventaglio delle azioni possibili e anzi, spesso, prescrive una risposta o la inibisce, ponendosi anche come un attrattore. Tali schemi incidono profondamente nell’ambito del sentimento del me e tendono a modellare, tramite la forza della previsione emozionale, dei ventagli di possibilità limitata nell’organizzazione del vissuto e della competenza intenzionale, relazionale e comportamentale del soggetto. In questo senso ciò che siamo abituati a pensare come il profilo di personalità di un soggetto, come la sua struttura caratteriale o come la sua organizzazione interna potrebbe essere considerato il risultato e il frutto di una rete gerarchica di vincoli e di reti di vincoli. Da questo punto di vista, per esempio, la difesa potrebbe essere intesa come uno degli aspetti del funzionamento di questo meccanismo regolatore generale, che opera in gran parte a prescindere dalla consapevolezza, consistendo, in ultima analisi, nella strutturazione progressiva, in base all’esperienza (reale, fantastica o traslata), di specifici schemi di percezione-emozione-previsione-azione nell’ambito delle relazioni con soggetti, oggetti, situazioni e configurazioni relazionali. Un vincolo, in definitiva, è appunto uno schema stabile tra una percezione, un’emozione e un’azione.
Niente vieta d’intendere ogni marcatura di un pattern come un vincolo anche in considerazione del suo ruolo nell’avviare una risposta di avvicinamento, allontanamento o cautela. Non tutte le marcature sono però rigidamente vincolanti, sopratutto non lo sono nel caso delle marcature edoniche positive. Si può, perciò, più convenientemente, riservare questo termine a indicare, seppure nel contesto generale descritto da Damasio, non una semplice valutazione edonica negativa o positiva, ma una saldatura assai più rigida tra uno stimolo (esterno e\o interno), una marcatura emozionale e una prescrizione o divieto di azione a formare uno schema ripetitivo saldamente o relativamente fisso e talvolta persino coatto. Da questo punto di vista la costante scansione degli oggetti, degli eventi e delle configurazioni relazionali e la marcatura dei feedback degli schemi di azione, potrebbe rendere conto del paesaggio complessivo delle azioni di Maria, delle sue preferenze, attitudini e abitudini nel ventaglio delle sue scelte, le situazioni che vive come piacevoli e quelle che considera invece spiacevoli e possibilmente da evitare. I vincoli di Maria sarebbero, invece, come dei veri e propri sensi vietati o dei sensi unici caratterizzati anche da un livello più o meno alto di coazione, che limitano l’azione di Maria al di là del ventaglio variegato delle sue preferenze, in cui mantiene una relativa libertà di scelta o di controllo.

Recentemente, il Centro  SIPRe  di Milano mi ha chiesto di registrare una conversazione / intervista sul ruolo della teoria, sullo stato della teoresi dopo la caduta della metapsicologia, sul rapporto tra teoria psicoanalitica e neuroscienze, sul rapporto  tra teoria generale e pratica clinica e, infine, sul concetto di Io. Dal punto di vista tecnico, il video  mostra chiaramente  di non essere stato registrato negli studios di Hollywood , ma qualcuno potrebbe trovare interessante questa pacata conversazione - (condotta da Flavia Levi) - su alcuni temi centrali della psicoanalisi contemporanea, cui si può accedere tramite questo link : http://www.progettocoppia.org/scano/

 

* testo presentato al Lab 2.0 di Verona il 20. 05. 17.

La teoria classica dellapparato psichico (metapsicologia), su cui poggiano la teoria clinica e la concezione tradizionale del metodo analitico, è da considerare falsificata sin dagli anni 70 in seguito alle analisi storico-critiche  e teorico-critiche dei rapaportiani e alle acquisizioni delle neuroscienze sulla struttura e funzionamento del  cervello reale. Ho argomentato altrove  questo dato difficilmente controvertibile (Scano 1995, 2013, 2015). Il mondo psicoanalitico evitò di prendere atto del venir meno della sua base  fondante e, dopo una prima indignata difesa a oltranza della teoria pulsionale, ha preferito enfatizzare il ruolo della teoria clinica e obliterare lintera questione della teoria generale, sino a negarne necessità e consistenza (Wallerstein,1988). La più parte del mondo psicoanalitico ha così continuato, seppure con aggiustamenti e riformulazioni compromissorie (Scano, 2016),  a legittimare lazione clinica con larmamentario concettuale della teoria classica (processi primari, rimozione, proiezione, identificazione, fantasia inconscia, transfert) e con una sostanziale  fedeltà al metodo fondato sulla triade interpretazione insight cambiamento. Tutto ciò in nome di una malintesa, irrinunciabile fedeltà a Freud, che mal si coniuga con qualsiasi metodologia e intendimento scientifico. Il risultato di questa inerziale e sorprendente deriva storica è che, di fatto, la psicoanalisi può essere considerata, oggi,  una pratica clinica priva di uneffettiva teoria.

Il lavoro svolto dal Laboratorio, dapprima a Brescia e successivamente a Verona, partiva, invece, dallaccettazione della falsificazione della teoria classica e dalla conseguente  necessità di lavorare alla costruzione di una nuova teoria. Quel lavoro quasi trentennale non ha certamente cavato dal capello il coniglio della nuova teoria generale. Ha portato però a una visione complessiva, alla delimitazione di un territorio e a una prima descrizione argomentata del campo, in cui una tale teoria potrebbe costruirsi (Scano 2013, 2015).

In questo breve testo mi ripropongo di riassumere le linee essenziali di questa  prospettiva mettendo in fila, per punti e in sequenza: gli assunti generalissimi, le linee essenziali di una teoria dellinterazione terapeutica, i necessari rimandi a una teoria del soggetto e, infine, le ipotesi-guida del metodo di intervento.

 

a. Assunti generalissimi

 

Limpostazione generale della concezione freudiana della teoria e del metodo poggia necessariamente sullepistemologia e metodologia proprie della filosofia della scienza di fine 800: positivista, dunque, e, per di più, nella sua più rigida accezione fisicalista. Pur con il suo oggetto psichico, così difforme da quello delle scienze della natura, essa si costruì nel campo delloggettualismo naturalista, partendo da unepistemologia dell'oggetto osservato che istruiva una tecnica causativa in senso lineare. Questa caratterizzazione epistemologica fu favorita non poco dalla derivazione della nascente psicoanalisi dallambito medicale e dallinevitabile attrazione di quel modello nel più generale processo di medicalizzazione della malattia mentale e della sofferenza psicologica, che caratterizzò la psichiatria del XIX secolo.

Rompendo drasticamente con questa desueta e lontana eredità, gli assunti generalissimi che possono istruire una visione moderna della teoria e del metodo sono tre:

1. Lambiente ecologico, etologico e culturale, in cui vive, respira, pensa, agisce, opera, si auto-costruisce, auto-sperimenta, auto-percepisce e auto-esprime Homo Sapiens è caratterizzato dalla pervasiva e basica intersoggettività che informa e conchiude la sua natura prima biologica, formattandola in una sua specifica e peculiare natura seconda” (Scano, 2013, 2015).

2. Linterazione terapeutica é di conseguenza essenzialmente intersoggettiva, irriducibile allo schema naturalistico lineare Soggetto\Oggetto // Osservatore\Osservato e tale da esigere uno schema circolare complesso in cui un soggetto osservato osserva   un soggetto osservato che osserva (Scano 2013, 2015).

3. Un cambiamento voluto potrà prodursi soltanto allinterno di tale irriducibile e complessa circolarità (Scano, 2000, 2006a).

     

b. Linterazione come oggetto formale di una teoria dellinterazione terapeutica

In questo quadro dichiaratamente organismico, evoluzionistico, intersoggettivo e complesso loggetto formale della teoria del trattamento non può essere  né la freudiana mente (relativamente) isolata del soggetto-osservato né la mente in relazione in senso debole, degli intersoggettivismi attualmente prevalenti. Assumiamo invece che le interazioni tra un T(erapista) e un P(aziente) si auto-organizzano, in un sistema complesso (SISTEMA T\P) nel quadro delimitato e definito dalle regole del setting prescritto. Il sistema T-P non è tuttavia regolato dalle regole del setting, (che si limitano a fissare, circoscrivere e disegnare il campo), né genericamente da quelle di ciascuno dei due soggetti. Il sistema è governato invece dalle regole grammaticali e sintatiche proprie di ogni accoppiamento strutturale tra due io nella specificazione concreta istruita dalla narrativa culturale, biografica e personale dei due soggetti in interazione.

(NB. La nozione di accoppiamento strutturale (Maturana, Varela, 1985) è usata in biologia per indicare la relazione di congruenza strutturale tra un organismo e lambiente, in cui si realizza la sua ontogenesi, o quella esistente tra più unità cellulari, che si aggregano a formare una unità pluricellulare o, ancora, quella che si stabilisce quando  due o più organismi si trovano nel corso della loro ontogenesi a costituire (a essere immersi in) una rete di interazioni ricorrenti e stabili sino a formare sistemi o unità di un livello ulteriore e specificamente sociale).

Ne consegue che:

  1. Linterazione e il sistema di interazioni, che in quanto sequenza di eventi costruiscono una storia e in quanto sequenza di eventi narrati costruiscono una narrativa, è ciò attraverso cui si realizza il cambiamento. Linterazione tra T e P si pone, dunque, come leffettivo oggetto formale della teoria (Scano, 2006a);
  2. Il processo, attraverso cui si realizza il cambiamento voluto, non è governato dalle regole del setting prescritto, ma da quelle più sotterranee del setting reale, che si stabilisce e auto-costruisce nel fluire dellinterazione tra le rispettive catene di vincoli dei due soggetti nel quadro più generale della grammatica e sintassi di ogni accoppiamento strutturale e nella scena spazio-temporale del setting prescritto;
  3. Ogni interazione ha una duplice valenza: a) in quanto evento e storia (interazione); b)  in quanto evento narrato (meta-interazione). Ogni interazione deve essere dunque considerata da punto di vista interattivo e meta-interattivo. I due punti di vista definiscono due differenti domini e due differenti campi di variabili: il dominio delle variabili interattive e il dominio della variabili meta-interattive. Le prime sono proprie di ogni interazione tra soggetti, le seconde caratterizzano linterazione in quanto terapeutica e definiscono i fattori  specificamente tecnici e clinici (Scano, 2006a, 2013);
  4. La proprietà fondamentale dellinterazione è che essa avviene e non può essere cancellata o modificata da una successiva meta-interazione, che la può tradire o falsare, ma non rendere non avvenuta, contemporaneamente, però, essa non può essere colta e raccontata, a se stessi o a un altro, se non tramite una operazione meta-interattiva;
  5. La proprietà fondamentale della meta-interazione, invece, è che essa implica sempre e comunque uninterazione a prescindere dallintenzionalità dellagente. Uninterpretazione, ad esempio, al di là del contenuto, interviene come azione con suoi propri significati, che non sono necessariamente quelli previsti o voluti dallinterpretante;
  6. La simmetria speculare delle due leggi essenziali dellinterazione e della meta-interazione prescrive  per ogni interazione terapeutica una logica invincibilmente circolare. T nella sua azione clinica e tecnica, si colloca tendenzialmente dal punto di vista esterno (meta-interazione) situandosi in una posizione analoga a quella del biologo, che studia la lumaca e seguendo una logica lineare. Egli tuttavia, consapevolmente o no, è contemporaneamente immerso nella situazione intersoggettiva, in cui si muove, interagisce e conosce secondo una posizione e unepistemologia autonoma sia in quanto soggetto interagente sia come sottosistema del sistema complessivo T\P.  Benché  assuma, infatti, un punto di vista esterno (rispetto alla diade, al paziente e a se stesso), sotto molti  aspetti analogo a quello dellosservatore-scienziato, egli si trova, tuttavia, inesorabilmente collocato allinterno per quanto attiene a se stesso e per quanto attiene alla diade così che funziona, consapevolmente o suo malgrado, secondo la logica circolare propria di ogni interazione intersoggettuale (Scano, 2006a, 2013);
  7. T non può cambiare P per causalità lineare diretta o di contatto (salvo per aspetti relativi a conoscenza di dati e apprendimento di procedure). Il cambiamento voluto dovrà conseguentemente essere inteso come il risultato di una processualità complessa e come possibilità emergente nella co-evoluzione del sottosistema P nellambito dellevoluzione e ri-organizzazione complessiva del sistema T\P;
  8. Il sistema T\P, come tutti gli organismi e i sistemi di organismi, ha una specifica epistemologia autonoma, interna, cioè il suo proprio modo di conoscere\cambiare, ma è passibile di studio da un punto di vista esterno e a partire da una epistemologia eteronoma.

 

c.  I sottosistemi P e T:

 

La psicoanalisi classica, a causa dei già ricordati vincoli epistemologici e storico-culturali , non poteva dotarsi di  una vera, esplicita teoria del soggetto, che era suffragata da una meccanicistica teoria dellapparato (la macchina psichica che produce il comportamento), cui di solito si fa riferimento con il termine di metapsicologia. Essa istruiva e giustificava  la teoria clinica e la teoria della tecnica. La falsificazione della teoria dellapparato avrebbe dovuto aprire la strada alla formulazione di una più coerente teoria del soggetto, cui, seppure in modo ambiguo e non dichiarato, sembravano tendere le formule spesso confuse della galassia teorica nota come relazional-oggettuale. A oggi, non sembra potersi intravedere allorizzonte una compiuta e condivisa teoria della soggettività. La costruzione di una tale teoria non è compito di una teoria del trattamento, che tuttavia deve necessariamente farvi riferimento dato che T e P sono sistemi intersoggettuali/soggettuali, che formano un sistema intersoggettuale/soggettuale. Ho descritto altrove le linee generali di una possibile teoria del soggetto (Scano, 2015, pp.159-301). Qui ci si può attenere a questi sintetici assunti e asserti essenziali:

  1. La soggettualità nelle sue molteplici  realizzazioni, da quella elementare del batterio o del paramecio sino al modo umano di essere un soggetto, è il format generale della vita in questo pianeta. Disponendo di un cervello-che-costruisce-una-mente, homo realizza la sua soggettualità auto-riflessiva e auto-cosciente con la costruzione di un Io della mente (Scano, 2008, 2013, 2015).
  2. Lio della mente, in ultima analisi, è la capacità di distinguere nellosservazione losservatore dallosservato, sapendo svolgere contemporaneamente il ruolo dellosservatore e dellosservato (Scano, 2015). Tale capacità divenne possibile con lacquisizione del linguaggio flessibile, che   comparve, sembra, tra i 100.000 e i 50.000 anni fa.
  3. La soggettualità non nasce in un luogo virtuale  o sostanziale (mente, anima...) ma in un corpo cui il cervello pone mente” (Damasio). La mente è la mente del corpo. Cfr. Scano, 2015.
  4. A partire da queste premesse il soggetto appare come laprirsi di un punto di vista e di un irripetibile punto di osservazione nellorizzonte eco-eto-intersoggettivo umano, da cui guardare, osservare e costruire il suo mondo. La persistenza nel tempo del punto di vista, della prospettiva e delle narrazioni, grazie alla memoria e al flusso continuo del racconto, fa emergere il protagonista della biografia: l'io-me. LIo (la soggettività) nasce, dunque, nellintersezione di un organismo con lintersoggettività e si auto-costruisce  come interfaccia tra lunità dellorganismo e la totalità delluniverso intersoggettivo e oggettivo(ib.)
  5. Tale interfaccia ha un suo punto di gravità interno, epistemico e narrativo (biografia narrata) e una sua postazione osservazionale, che con lesercizio dei processi organismici costruisce un irripetibile Io-me. Conseguentemente, la soggettività può essere descritta come lintersoggettività osservata, incarnata da un soggetto che si osserva, costruisce e organizza affidando il mantenimento della propria coerenza operazionale nell'ambito semantico, linguistico, sociale e culturale a ciò che indichiamo come Io o come l'ambito di esperienza di un organismo che, guardando alla continuità sequenziale dei suoi vissuti, utilizza il pronome "io" per designare il protagonista di tale biografia come agente attivo o passivo delle azioni indicate da tutti i verbi che ha usato e userà in prima persona.

  6. Da questo punto di vista il me, come coscienza globale del corpo e dellintero organismo, è essenziale per lIo, per il quale, invece, è essenziale il linguaggio, che, promuovendo lio a soggetto della frase, veicola il me come soggetto dellazioneoggettivandolo nell'auto-coscienza (ib.).
  7. LIo della mente, da un lato, è effetto e conseguenza dei processi, dallaltro, grazie al meta-posizionamento consentito dal linguaggio, è un osservatore, che si delimita dallambiente e si racconta gli eventi, guidandoli attraverso lazione intenzionale (ib.).
  8. Lio si costruisce tramite  regole di costruzione valide per tutti i membri della specie Homo. Tale sistema di regole è determinato a) dalla struttura e dal funzionamento del cervello; b) dallambiente fisico in interazione con il quale tale cervello si è evoluto; c) dallambiente umano in cui insieme alla evoluzione stessa della specie sono co-evoluti lambiente umano e il cervello umano; d) dalle strutture specifiche dellambiente antropizzato, in cui evolve ogni cucciolo di sapiens.
  9. Ogni particolare "Io della mente", pur costruito secondo regole universali, costituisce una singolarità, che  si differenzia da ogni altra in virtù della storia particolare propria di quel singolo soggetto nel contesto sociale, geografico, storico e culturale in cui nasce  e si svolge la sua esistenza.
  10. I mattoni essenziali di cui si compone ogni Io sono: la memoria, le emozioni, il sistema di regolazione emotiva, lauto-etero regolazione guidata da tale sistema, la costruzione di mappe e schemi di azione, il linguaggio, la giunzione tra lIo linguistico e il Me corporeo, lattitudine metaforica nel quadro dellinsieme delle conoscenze che mutua dallambiente e che per lo più ha ereditato dagli io che lo hanno preceduto (ib.).
  11. La costruzione dellio della mente  coincide in gran parte con l'organizzazione del sistema intenzionale, che procede con lo sviluppo delle emozioni secondarie e dei sentimenti dallo spettro delle emozioni primarieTale sviluppo avviene  con la formazione di vincoli, cioè con lo stabilirsi  di nessi stabili tra uno stato del corpo esperito   e uno stimolo in entrata. Le interazioni con stimoli percettivi e, in generale  con situazioni, persone, eventi e oggetti, vengono categorizzate nei termini della loro conseguenza somatica ed emozionale. Ogni soggetto consta, dunque, di una enciclopedia di nessi emozionalmente marcati, fissati nella memoria del vissuto, tra stati del corpo positivi o negativi ed eventi, accadimenti, scenari, situazioni, esiti, che anticipa il risultato emozionale di uneventuale interazione con tali eventi, soggetti, oggetti, e situazioni. La disponibilità in linea di questi nessi marcati funziona come un filtro di previsione\valutazione e consente una continua attività di attribuzione di significato e di anticipazione per evenienze che, in quanto tali, sarebbero imprevedibili per il genoma, funzionando come incentivo, campanello di allarme o segnale di stop (Scano, 2008c, 2013, 2015).
  12. Questa griglia di valutazione e lettura degli stimoli, eventi e configurazioni, (ma anche dellesito anticipato delle azioni stesse dell'organismo) esplora e valuta a tutto campo l'orizzonte del soggetto e ne modella lintenzionalità. Questa sottostante attività corporea di significazione, che anima intenzioni, motivazioni e azioni, costituisce il sostrato narrante nella tessitura dellIo della mente. Così, se osserviamo dal basso la costruzione dellIo nella complessiva organizzazione organismica, possiamo identificare e distinguere una totalità narrante, a indicare che tutto quanto è io-me è effetto dei processi globali dell organismo e un vissuto narrato a indicare che, contemporaneamente, tutto quanto è io è opera di narrazione e linguaggio. Si può indicare il primo punto di vista come totalità  narrante, il secondo come Io narrato (ib.).
  13. Momento cruciale di tale costruzione è la giunzione tra lio narrato (il personaggio e lautore delle narrazioni) e il me corporeo". Tale giunzione avviene nel contesto biologicamente e culturalmente vincolato della situazione di accudimento che indirizza, organizza, governa e realizza linnesto tra processi e linguaggio, coniugando corporeità e soggettività con la formazione dellIo della mente, che si costruisce nellaccoppiamento strutturale. Il rapporto bimbo-madre anticipa, esemplifica, indirizza e realizza laggancio tra i processi organismici somaticamente percepiti dal bimbo e il linguaggio nel persistente e continuo intrecciarsi del processuale, corporeo, emozionale e azionale relazionarsi del bimbo e del corporeo, emozionale, azionale, linguistico-verbale e culturale relazionarsi della madre (ib.).
  14. Questa giunzione si realizza grazie al flusso linguistico-narrazionale della madre, che incessantemente narra, (in prima, seconda e terza persona) le gesta, le azioni e i vissuti del il bimbo, che parallelamente sperimenta per via corporea quanto la madre narra in parole.  Questa reiterata  interazione realizza una sequenza ininterrotta di frasi azionali, in cui il bimbo è posto come soggetto di una frase, in cui il verbo è rappresentato dal concreto agire del bimbo e il soggetto dal suo vissuto corporeo, progressivamente  segmentato dalla narrazione materna attraverso la costante lettura delle espressioni sensoriali, emozionali e azionali e il rimando sia al codice linguistico e culturale sia al suo stesso codice corporeo emozionale. Per esempio, Maria mangia o sorride o piange, detto in lingua nella narrazione materna, si pone come una frase-azione, in cui il soggetto è il flusso segmentato del vissuto corporeo, corrispondente al mangiare, sorridere e piangere, mentre il verbo è leffettiva azione compiuta del sorridere, piangere o mangiare, vissuto e percepito dallinterno e dal basso. In questi verbi-azione-frase, cioè, le sensazioni e gli stati del me si connettono nel raccontare della madre alle posizioni formali del soggetto e dell’oggetto  mentre lo stato interno del bimbo è connesso al soggetto e all'oggetto tramite la mediazione delle cose dette e indicate allinterno di unanticipazione corporea della struttura formale della frase (ib.).
  15. L’ organizzazione del sistema intenzionale (consapevole e inconsapevole), che costruisce i significati e innesca l'azione del soggetto, è regolato da una grammatica neuro-biologica e da una sintassi intersoggettiva. La grammatica è costituita dal funzionamento della coppia piacere/dolore e dalle reazioni del sistema delle emozioni primarie, che automaticamente attribuisce un significato corporeo agli eventi, connotando secondo regole fissate dallevoluzione i valori primari del piacere, del dolore, della paura, della rabbia, della gioia, della sorpresa  e del disgusto. Il sistema delle emozioni si pone, quindi, come una sorta di grammatica, perché consente di identificare, costruire, scambiare con sé e con gli altri questo genere di significati, istruendo una semantica e una pragmatica elementari. La grammatica delle emozioni precisa, invece, la sua sintassi nellambito di una sorta di bio-sociologia basica, che riflette i vincoli e le possibilità dincontro\scontro tra gli individui della specie. Essa si costruisce, infatti, con la specificazione delle regole, che governano la declinazione del linguaggio emozionale nellambito del rapporto tra il singolo individuo e gli altri membri a lui prossimi della specie, determinando concretamente in tal modo lo sviluppo delle emozioni secondarie specificamente sociali e intersoggettive (ansia, vergogna, gelosia, invidia, speranza, rimorso, senso di colpa, rassegnazione, perdono, offesa, delusione, disprezzo). Tali regole coordinano il significato emozionale e corporeo del soggetto con la corrispettiva dinamica emozionale degli altri soggetti nellambito e nellesercizio di scene e canovacci relazionali, determinati dalla struttura elementare della socialità umana, preformata dalla biologia sociale della specie, ma formattata nella cultura complessiva, in cui si svolgono le interazioni specifiche di quel soggetto. I due sistemi di regole, benché profondamente embricati tra loro, agiscono diversamente: il primo sistema diciamo la grammatica – è di marca corporea e auto-centrica e determina vincoli nellanticipazione di significato in termini di peso e valore di uno stimolo o di un pattern relazionale, determinati dalla diretta e semplice marcatura corporea; la seconda, invece, diciamo la sintassi prende forma dal confronto tra il peso e valore attribuito da un soggetto e quello attribuito dagli altri soggetti, con cui si trova a contatto e in cui, dunque, lattribuzione del significato corporeo deve inserirsi in canovacci e scene accettate, per evitare che la frase, che si costruisce lazione che si propone, sia considerata erronea dallaltro e punita con un peso e un valore negativi, che potrebbero contraddire la semplice marcatura emozionale diretta. I due sistemi, profondamente embricati, costituiscono il cardine della regolazione del me (self-regulation) nella regolazione del noi (interpersonal-regulation).
  16. Questa concezione del sistema intenzionale, del suo sviluppo e del suo funzionamento, (in connessione  con lattitudine metaforica della mente), sembra poter occupare in una teoria del soggetto il ruolo e i compiti svolti nella teoria classica dal concetto di inconscio.

 

d.  il contesto soggettuale e il concetto di vincolo

 

Se la soggettività è l’auto-costituirsi di un punto di vista in cui e da cui  un soggetto-narrante si auto-racconta, allora il suo vissuto e il suo raccontarsi saranno  modellati dal punto di vista e da un costante lavoro di contestualizzazione, determinato dalle regole della sua  organizzazione e, in concreto, dal conseguente fissarsi di vincoli, di catene di vincoli e di una organizzazione gerachica di vincoli. Chiamiamo contesto soggettuale” (Scano, 2012) l’organizzazione specifica del punto di vista soggettuale propria di ogni soggetto in conseguenza dell’esercizio  di questo set di regole e dei vincoli  che esse hanno prodotto e producono nel fluire del vissuto e dell’esperire. Tale nozione ricopre l’area  occupata nella teoria classica dal transfert, ma anche dalla resistenza e dalla difesa. Non si tratta di un contesto lineare, ma di un costante e stratificato esercizio di contestualizzazione, che costruisce il vissuto, il racconto del vissuto pregresso, la lettura del mondo interazionale, la costruzione dell’azione, la progettazione del futuro.

La più parte del cono  del contesto soggettuale è costituito da significati attivi, (perché regolano le emozioni, innescano azioni, danno origine a progetti, teorie e intenzioni), ma, non dicibili: sono “significati senza parola”. Tale zona oscura del cono del contesto soggettuale è costituita da nessi vincolati e marcati emozionalmente, ma inaccessibili alla coscienza.   Tali strutture  emozionali vincolate e marcate si organizzano a costituire sistemi di categorizzazione per la processazione del vissuto che determinano le aspettative desiderate o temute, innescano lintenzionalità consapevole e inconsapevole e, in ultima analisi,  governano lazione e il comportamento complessivo del soggetto.  Le strutture  emozionalmente marcate (vincoli) possono dare vita,  al livello delle narrazioni  più prossime alla coscienza o dichiaratamente coscienti, a convinzioni e teorie relative al funzionamento  della mente (propria e altrui), che guidano il comportamento intenzionale sia consapevole che inconsapevole.

La struttura e il concreto funzionamento del contesto soggettuale nella regolazione dell’intenzionalità e dell’azione del soggetto è determinata dai vincoli, dalla loro stratificazione gerarchica e dalla costante attività attrattiva nei confronti della stimolazione in entrata e della valutazione delle azioni in uscita. Il termine “vincolo” indica semplicemente un nesso stabile che si stabilisce tra un elemento somatico-valoriale (dolore, piacere, emozione, emozione derivata, sentimento) e un elemento simbolico-rappresentazionale. Tale nesso determina un significato e istruisce (e talvolta prescrive) un’azione. In definitiva dunque un vincolo è uno schema stabile tra una percezione, unemozione e unazione.

Per “elemento somatico-valoriale” si intende un qualunque evento corporeo che, per il suo valore edonico positivo o negativo, può fungere da marcatura qualificante e, dunque, si tratta essenzialmente delle sensazioni della diade piacere-dolore e delle cosidette emozioni primarie, da cui con lo sviluppo si specificheranno quelle secondarie sino ai sentimenti. Tali eventi corporei hanno un ruolo essenziale nella regolazione organismica e nel processo di attribuzione del significato. Il modo più semplice di indicare, invece, l’elemento simbolico-rappresentazionale, è quello di utilizzare il semplice termine “ricordo”, non nel senso corrente di “memoria rievocata o rievocabile”, ma in quello più  ampio  e generale di evento del vissuto che ha lasciato una memoria consapevole o inconsapevole e può essere riattivata da uno stimolo “esterno” o “interno” (sensibilizzazione).

e. Ipotesi basilari di una teoria dellintervento terapeutico

A partire da questa visione complessiva relativa

  1. al sistema T/P  e in particolare dallassunto secondo cui le interazioni tra un T(erapista) e un P(aziente) si auto-organizzano, in un sistema complesso (SISTEMA T\P) regolato dalle regole grammaticali e sintatiche che governano ogni accoppiamento strutturale tra due io nella specificazione concreta istruita dalla narrativa culturale, biografica e personale dei due soggetti in interazione;
  2. e al sottosistema P e in particolare dallasserto secondo cui“ lorganizzazione soggettuale, la regolazione della sua intenzionalità e, in definitiva, il suo vissuto e la sua azione emergono da una organizzazione gerarchica di nessi marcati (vincoli), che costituiscano i mattoni essenziali dellintenzionalità soggettuale, della motivazione, dellazione e, conseguentemente, della modalità specifica di costruzione del significato,

si può formulare una sequenza di ipotesi sintetiche, che disegnano gli snodi cruciali di una possibile teoria generale dellintervento terapeutico.

 

1. Ipotesi I (sul cambiamento)

Il cambiamento emerge come co-evoluzione del sistema P nella evoluzione complessiva del sistema T\P. Tale evoluzione, divergente rispetto a quella inerziale del sistema, costituisce una singolarità, si verifica in conseguenza di eventi interattivi e meta-interattivi ed è funzione:

  1. della maggiore o minore rigidità dellorganizzazione iniziale
  2. di una sufficientemente positiva interazione tra il contesto soggettuale di P e il contesto soggettuale di T.

 

2. Ipotesi II (sull apertura e chiusura dei sistemi)

I sistemi P e T sono sistemi aperti, organizzazionalmente chiusi, che tendono a modificarsi, mantenendo (e per mantenere) la loro organizzazione e la loro unità di funzionamento.  Tale tendenza al mantenimento dellequilibrio sistemico poggia in ultima analisi sul sistema delle emozioni come meccanismo biologico di modulazione e controllo dello stato del corpo. Gli schemi di allontanamento dalle previsioni di emozione negativa (o stati del corpo negativi)  e quelli di avvicinamento,  tesi a promuovere le previsioni di emozioni positive, costituiscono in ultima analisi la tessitura portante del contesto e, per quanto attiene alla previsione di emozioni negative, funzionano secondo uno schema analogo a quello freudiano del segnale dangoscia.

3. Ipotesi III (sullinterazione e metainterazione)

In una situazione di accoppiamento strutturale sufficientemente profonda si attiva, progressivamente e in misura variabile, dai livelli più superficiali a quelli più profondi, lintera struttura del contesto soggettuale di P e di T e dunque lintero ventaglio dei nessi marcati e vincolati. Il flusso effettivo delle transazioni viene continuamente processato in linea dalla attività di questa matrice complessa di attribuzione di significato, su cui lattività meta-interattiva può intervenire solo a posteriori.

 

4. Ipotesi IV (sulla domanda):

P presenta, in genere in modo facilmente leggibile da parte di T, sia i suoi vincoli più superficiali (p.e. sotto forma di comportamenti più o meno coatti  o come veri e propri sintomi) sia le conseguenze più massive dellintera organizzazione vincolata (sotto forma p. e. di sofferenza psicologica, di comportamenti egodistonici, di anomalie nellumore, nellautonomia, nellautostima, nella fiducia e sicurezza ). I vincoli più superficiali in genere rappresentano anche il punto di giustificazione della domanda esplicita e consapevole di P allinizio del trattamento. La domanda effettiva può invece essere inferita da un processo di analisi della domanda che implica una più attenta percezione della gerarchia dei vincoli e la loro  inferita articolazione con i deficit dellintera organizzazione vincolata.

 

5. Ipotesi V (sulla resistenza)

In virtù della chiusura sistemica e del suo contesto soggettuale, P tende a leggere lazione di T e la situazione relazionale nei termini delle anticipazioni e significati preordinati dai suoi vincoli e, più superficialmente nei termini delle sue teorie esplicite e implicite, costruendo i contesti secondo le sue modalità di significazione e giustificando in tal modo le sue azioni e i suoi vissuti. Ciò si tradurrà nel flusso delle interazioni come resistenza, che consiste nella frizione tra i contesti costruiti da P e i contesti costruiti da T.

 

6. Ipotesi V (sui vissuti tradizionalmente indicati come transferali)

Con lapprofondirsi dellaccoppiamento strutturale viene progressivamente attivata lintera struttura del cono soggettuale e, dunque, lintero ventaglio dei nessi marcati e degli schemi di significazione-azione, che come una sorta di monitor di controllo legge e dà senso a quanto avviene in superficie nella interazione avvertibile e avvertita.  Man mano P risponde a ogni azione, emozione, comunicazione o comportamento (espliciti o inferiti) di T anche con le strutture più elementari del campo e cioè con  lintera enciclopedia dei suoi nessi marcati oltre che con le sue teorie e generalizzazioni esplicite o implicite. Gli elementi in genere non dicibili della parte oscura del cono soggettuale possono funzionare  come un campo di metaforizzati, che istruisce una metafora detta o agita. In questo caso il vissuto, lazione, il desiderio, lemozione y di P sta allazione, emozione, desiderio, scopo o comunicazione di T (percepita o attribuita a T) come  il vissuto, lazione, il desiderio, lemozione y di P sta ad x in cui x è un elemento del campo dei metaforizzati. In questo contesto le strutture più organizzate in termini linguistici del contesto soggettuale trasformano la metafora nelle varie situazioni secondo derivati e trasformazioni, che possono appartenere al registro logico, simbolico o metaforico. Le strutture più elementari del campo rispondono, sembra, con trasformazioni che pertengono sempre e solo al registro metaforico.

 

7. Ipotesi VI (sulla "difesa")

Alcune di queste trasformazioni nel registro logico, simbolico o metaforico in virtù dellesercizio possono fissarsi come modalità ripetitive o persino coatte dando luogo a una sorta di collasso del sistema di modulazione delle emozioni. Si tratta di meccanismi concettualizzati in passato come di difesa.

 

8. Ipotesi VII (fattori di cambiamento)

 

  1. del progressivo instaurarsi di un accoppiamento strutturale sufficientemente profondo da rimettere in gioco i livelli sufficientemente bassi e nodali del contesto soggettuale e dei suoi vincoli;
  2. del progressivo approfondirsi, nel contesto di tale accoppiamento strutturale, del lavoro di identificazione e progressiva chiarificazione dei vincoli più rilevabili da un punto di vista fenomenologico e delle convinzioni (consapevoli e inconsapevoli) relative alla propria mente e allaltrui. Tale lavoro analitico  restituisce senso (rendendoli intelligibili e sensati allinterno del vissuto del soggetto) i sintomi e i comportamenti limitativi o autolesivi. Tale lavoro oltre a promuovere la fiducia tecnica (alleanza terapeutica) dovrebbe favorire una esperienza di comprensione almeno superficiale;
  3. del riconoscimento e della risoluzione dei problemi del processo di soluzione, cioè dei problemi introdotti dai processi che nella  tradizione analitica sono indicati come transferali. Tale lavoro consente al terapista di entrare nella pelle dellaltro  riconoscendo a un tempo il proprio (del T) ruolo nella costruzione dei contesti e la sua  eventuale complicità nei contesti dei contesti;
  4. dello sforzo di disambiguazione delle metafore tramite il ricorso da parte del terapista non tanto e non solo al suo dizionario e al suo codice denotativo, ma alla sua enciclopedia e al suo codice connotativo. Tale sforzo è una effettiva azione di apertura e comprensione, che implicherà i sentimenti e le emozioni del terapista, le quali presumibilmente fungeranno da perturbazione a confronto con le teorie, le aspettative e le risposte attese da parte di P.
  5. Della conseguente effettiva interazione, che dovrebbe\potrebbe portare a forme negate di essere con, a nuove metafore e a nuove narrazioni presumibilmente anche attraverso test di saggio secondo le ipotesi di Weiss e Samson;
  6. Lapparizione di metafore nuove, lesperienza di sentimenti nuovi e via via anche di emozioni nuove (nel senso di nuova associazione emozione-oggetto) dovrebbe segnare i punti di snodo del processo.

La congettura, dunque, è: 1) che linterazione tra T e P può determinare eventi nuovi, inattesi e perturbanti al livello degli snodi semantici propri di una relazione intersoggettiva intensa; 2) che la struttura metaforica dei fenomeni  cui si riferiva il termine transfert può consentire la produzione di un senso nuovo; 3) che le caratteristiche della metafora rendono in qualche modo dicibile il senso così costruito. La metafora interviene in questo processo sia in quanto azione (accanto a molte altre possibili forme di azione) sia in quanto meccanismo semiotico.