Ebbene, proprio come alla fine degli anni 70, sembra necessario tirare la linea, per stabilire sul piano  epistemologico, metodologico e  concettuale le relazioni e le  modalitàdi determinazione dellADESSO da parte dellALLORA.

Il racconto e linterazione di ogni Sara avvengono nellADESSO della seduta e della vita, ma trovano valenza clinica in rapporto agli eventi e alle narrazioni dellALLORA. La teoria classica con la sua articolata architettura di congetture  riguardanti la genesi, lo sviluppo, la struttura e il funzionamento dellapparato, forniva:

 a. la cornice e lo spazio logico in cui collocare e rendere intelligibili le narrazioni, le azioni” e, sotto forma di transfert, anche le interazioni di Sara;

b. un set di regole di trasformazione per leggere le differenti modalitàdi determinazione del passato rispetto al presente;

c. una giustificazione del metodo perchéera la stessa architettura di congetture a giustificare la triade interpretazione-insight-cambiamento.

Non possiamo più contare su tale giustificazione perchéla mente èciò che fa il cervello e il cervello non funziona al modo in cui pretendeva lapparato freudiano. Non si puònemmeno contare  sui dati relativi allefficacia, perchéil verdetto di Dodo” avverte che le terapie funzionano, ma non per i motivi  per cui pretendono di funzionare. Dunque lefficacia non puògiustificare nessuna delle teorie che governano la pratica.

Al posto della robusta continuitàpsichica” possiamo disporre soltanto di una più  labile continuitànarrativa” o biograficache, però, dal punto di vista psicoanalitico, èanche il luogo dellauto-fraintendimento e dellauto-inganno. Possiamo contare anche sulla piùsolida continuità organismica, che ci rassicura garantendo la natura essenzialmente storica di ogni organismo vivente, ma èdi scarsa utilitàsul piano operativo perché  ben poco puòdirci riguardo al modo in cui lADESSO di Sara dipende dai suoi ALLORA. Loggetto, il compito e lo scopo di una teoria generale è infatti questo: spiegare, tramite una rete di ipotesi suscettibili di controllo, il modo in cui  avviene la determinazione dell’ ADESSO” da parte dell’ ALLORA.

Questo compito non puòessere demandato néalle neuroscienze, in una riedizione del riduzionismo ottocentesco, néa una pura ermeneutica dei significati (mentalismo) néa una ossessiva classificazione  statistica delle conseguenze di ogni possibile evento come il comportamentismo cognitivista ha fatto diventare di moda e come il revival del concetto di trauma rischia di reintrodurre in psicoanalisi. Non alle neuroscienze, il cui oggetto éla spiegazione del comportamento in quanto determinato dalla struttura e funzionamento del substrato neurale. Esse hannno lonere di spiegare la  natura prima e il modo in cui essa, nella deriva evolutiva, ha imparato a supportare la natura seconda, ma non possono spiegare questultima, che si pone come loggetto principe del mondo 3 (Popper). Quanto alla nozione di trauma ècerto che un evento puòdeterminare un ADESSO, ma nel senso che puòinfluire sullorganizzazione del sistema impattando con i processi e le regole di relazione e organizzazione di quel sistema, che appunto dovrebbero essere oggetto della teoria. Proprio questo è il compito specifico della psicologia, che studia il comportamento di un soggetto, che emerge dalla deriva evolutiva in una precisa situazione storica e culturale. Più specificamente  èil compito della psicologia clinica, che  dopo un secolo e piùdi psicoanalisi e di pratica clinica, possiede una massa non trascurabile di conoscenze, inferenze, generalizzazioni e concettualizzazioni, che pertengono, però, a orizzonti teorici discontinui, falsificati (teoria freudiana dellapparato), pertinenti a territori teorici disparati  o mediati da ambiti non coerenti tra loro come accade per  i dati delle neuroscienze o per quelli dellinfant research e della tradizione bowlbiana e neo-bowlbiana.

Non so tirare la linea, ma negli anni impiegati a scivere La mente del corpo” ho esplorato il territorio di una costruenda teoria soggettuale e intersoggettuale dellazione del soggetto, individuando i punti chiave, che la conformazione del territorio candida a essenziali punti di orientamento per la sua costruzione, e conducendo una prima raccolta dei dati che possono fungere da indicatori del percorso. Da questo lavoro ho tratto la convinzione che, dopo 40 anni di traversata del deserto, la formulazione di una nuova teoria generale sarebbe impresa possibile, se non ci fosse  una nutrita serie di ostacoli da superare.

Il primo e piùgrave ostacolo èla convinzione degli analisti che non ci  sia necessitàalcuna  di tale teoria, che il ventaglio di teorie di cui disponiamo  sia ampio, ricco e adeguato. La seconda difficoltà, affine alla prima, èla consolidata convinzione che la seduta sia contemporaneamente il luogo della cura, della ricerca e della prova, che i dati della  seduta siano dei veri datie che, dunque,  la teoria clinica sia autosufficiente, autofondata e persino empiricamente costruita e validata.

Questi ostacoli di tipo, direi, ideologico  sono difficilmente superabili, ma, nel contempo, sembra essersi addolcito quello che fino a tempi assai recenti era lo scoglio più insormontabile. I rapaportiani fallirono nel loro tentativo di riformulazione a causa della nozione di fantasia inconscia, che sembrava indispensabile per la spiegazione dellintenzionalità inconscia. Gill e Klein, che a quel concetto non sapevano rinunciare, si consegnarono alla Scilla mentalista, mentre Rubinstein,  con la sua impostazione neometapsicologista  e neurofisiologista, finì nelle braccia della Cariddi riduzionista. Oggi, per quanto non se ne parli, èancora così. Nel panorama della psicoanalisi degli ultimi decenni, infatti, le avanguardie intersoggettive e relazionali hanno raccolto la bandiera dellalternativa psicologica, sollevata da Klein e Gill. A essi si contrappongono quanti, cercando un sostituto biologico sostenibile per la falsificata biologia freudiana, si raccolgono dietro la bandiera, che fu di Rubinstein, impugnata in modo esplicito dalla neuro-psicoanalisi e da quanti si affidano in modo diretto alle neuroscienze.

Alla radice del problema, cera proprio  lassenza nellarmamentario concettuale di Freud della nozione di soggetto, che lo costringeva a risolvere  il problema della continuità del vissuto in termini psicologici alti e, dunque, in termini di continuità psichica e in termini di desideri, fantasie, intenzioni inconsce. Questa necessità oltre che al mentalismo  porta anche a un paradosso logico. Se per spiegare il comportamento di Maria introduco sotto qualche forma unintenzione inconscia, sto introducendo intelligenza” per riempire i buchi di non conoscenza a riguardo del processo reale, che genera il comportamento che sto spiegando. Questa intelligenza introdotta nella testa di Maria si rivela una proiezione, dellintelligenza, che emerge in Maria come effetto dellazione e del funzionamento della sua totalità, cioèdellinsieme dellattività del suo sistema organismico-soggettuale. Se, nella costruzione della teoria e nella spiegazione del comportamento di Maria, tale effetto della totalità di Maria è considerato causa di uno specifico comportamento, si èimplicitamente provveduto a miniaturizzare la totalitàdi Maria e a collocare questa piccola Maria omuncolare tra i processi, che dovrebbero determinare proprio leffetto che mi ripropongo di spiegare. In sintesi, si ètrasformato leffetto in causa e la totalità – mentalizzata e omuncolarizzata  – in un pezzo del processo.

La nozione di soggetto puòfarci scivolare indenni tra mentalismo e riduzionismo consentendo di riconoscere che la contrapposizione, per oltre mezzo secolo considerata insanabile tra biologia (pulsione) e relazione (soggettivitàe intersoggettività), rispecchia, una caratteristica essenziale delloggetto stesso di una psicologia clinica. Tale oggetto non puòessere, infatti, se non lazione umana soggettiva e intersoggettiva, che, assunta nella sua complessità, esige la coniugazione, in un modello unitario, della natura prima e della seconda, della linearità e della circolarità, dei processi e dei significati.

La nozione di soggetto consente lassunzione di un punto di vista organismico in grado di supportare una teoria dellazione che, situata nella deriva evolutiva sia per quanto riguarda la selezione dei geni sia per quanto riguarda la selezione dei memi, puòconnettere lanalisi processuale dal basso con lanalisi della narrativa dallalto. La prova del nove della praticabilitàdi questo approccio èdata dalla possibilità  di impostare in modo nuovo il problema dellintenzionalitàinconscia, superando lo scoglio della fantasia inconscia e il suo insuperabile rimando mentalistico. Non ho il tempo e lo spazio concettuale  per descrivere il modo in cui questo ostacolo possa essere superato. Basteràosservare che tutti gli organismi dal paramecio allo scimpanzé, sono intenzionali e lo sono senza bisogno alcuno di formulare intenzioni. Homo appartiene alla classe degli organismi soggettuali e ne condivide le caratteristiche e le funzioni. Egli, grazie alla lingua, sa formulare e costruire simbolicamente intenzioni riflesse, esplicite e comunicabili, exattando, direbbe Gould, lintenzionalitàpiù ampia dellorganismo. Il fatto peròche egli possa esprimere intenzioni consapevoli non implica che tutte le sue azioni  presuppongano unintenzione. Poggiando su quanto la ricerca neuro-psicologica ci ha consentito di apprendere sul sistema delle emozioni, sul suo ruolo nel processo di valutazione\attribuzione di significato,  sulla sua continua attivitàdi  scansione dei pattern percettivi in entrata e dei risultati dellazione in uscita, è possibile pensare a una  intenzionalità senza intenzioni. Si puòcioéipotizzare che la costante processazione in sequenze di valutazione-previsione, in ragione di un significato corporeo ed emozionale, costituisca il nostro meccanismo organismico-processuale di guida nella costruzione del mondo e del me nel mondo e la matrice da cui emergono le effettive intenzioni sia quelle dette e formulate in modo consapevole sia quelle non dette, che innervano silenziosamente il comportamento e le azioni. Questo elementare meccanismo è intenzionale nel senso che seleziona e sceglie in rapporto al risultato. Un osservatore esterno potrebbe anche descrivere lazione conseguente in termini  di intenzioni o di fantasie. Per esempio, la percezione di una certa contrazione dei muscoli facciali, che riattiva la memoria di uno stato del corpo sperimentato, può innescare unaspettativa emozionale negativa e motivare inconsapevolmente unazione di evitamento. Tutta la sequenza èfacilmente descrivibile con un enunciato del tipo quando x allora y, dunque con una teoria o fantasia, che tuttavia sarebbe propriamente effetto, non causa dellazione del soggetto.

I dati e gli elementi che consentono  di riformulare in termini processuali nériduzionisti némentalisti il problema dellintenzionalitàinconscia  permettono  di sperare di porre rimedio anche alla perdita del piùsostanziale vantaggio   della teoria classica, andato perduto nelle concezioni teoriche correnti. La maggior virtùdella teoria classica consisteva nel fatto che essa disponeva di una rete di concetti (carica, controcarica, fissazione, condensazione, spostamento, rimozione, regressione, isolamento) sufficientemente bassi, neutri e lontani dal vissuto esperito, che le consentivano di congetturare i processi, in modo relativamente indipendente dai contenuti. Le teorizzazioni cliniche successive, per la caduta del modello pulsionale, hanno dovuto lasciare cadere i concetti processuali, ritrovandosi:

  • a non possedere più dei concetti abbastanza bassi da un punto di vista gerarchico e abbastanza  neutrali rispetto alla fenomenologia dei vissuti;
  • a dover tuttavia mantenere  concetti come identificazione, proiezione, regressione, transfert, fantasia inconscia, difesa, che dai concetti processuali traevano, però, la forza e la rilevanza;
  • a dover conseguentemente privilegiare i contenuti scambiandoli spesso per processi come avviene in modo trasparente  nel caso dellidentificazione proiettiva, nel revival  delle spiegazioni traumatiche e, più in generale, nelle visioni teoriche fondate su gerarchie di bisogni o di motivazioni.

Torniamo a Sara. In seduta  ciòche si passa èun flusso di narrazioni, interazioni e narrazioni di interazioni, verbalizzate o no. Tale flusso non èoggettivato da un osservatore  terzo, neutrale - (fosse anche locchio di una telecamera!), - ma èinvece soggettivizzatodal flusso dei vissuti dei due attori che lo vivono dal loro interno. Conseguentemente ogni narrazione è una costruzione soggettiva nel narrante e nellosservatore e ogni interazione èuna costruzione intersoggettiva dei due attori. Sia le costruzioni soggettive dei due narranti e osservatori sia le loro costruzioni intersoggettive avvengono nellADESSO. Dove sta lALLORA  in tale adesso e in che modo  modo lALLORA  ha determinato lADESSO?

Sembra non possiamo piùaspettarci di trovare un ALLORA conservato immutato e immutabile, come la mummia di Ramses, in qualche angolino della mente o del cervello. Un tale ALLORA non puòessere néraggiunto nériesumato némodificato perché, in quanto fatto, non esiste più e, dunque, come amavano dire i Greci, non lo possono cambiare neanche gli dei!. LALLORA ènellADESSO, nelle  conseguenze che determinano questo ADESSO e non un altro e, dunque, esiste e agisce nei vincoli e tramite i vincoli  che determinano lADESSO. I vincoli fanno sì che Sara e il suo terapista non ripropongano ADESSO un vissuto soggettuale, una configurazione relazionale, dei significati, delle intenzioni, delle immagini, delle emozioni di ALLORA. Essi non costruiscono né soggettivamente né  intersoggettivamente nessun ALLORA. Essi vivono ADESSO la configurazione relazionale, il significato, le intenzioni, le immagini, le emozioni di ADESSO,  perché i vincoli costruiti nei rispettivi ALLORA  consentono di vivere questo ADESSO e non un altro. In questo modo complesso lALLORA determina lADESSO. In modo altrettanto complesso lADESSO  può anche modificare lALLORA, non entitativamente e direttamente, ma attraverso NUOVI ADESSO che possono relativizzare  o sminuire la forza dei vincoli creati dallALLORA mediante nuovi vincoli creati dallADESSO.

Se lALLORA esiste nei vincoli che determinano lADESSO, si potrebbe formulare e formalizzare un concetto di vincolo a indicare un nesso stabile tra un elemento somatico-valoriale e un elemento simbolico-rappresentazionale. Tale nesso limita il ventaglio delle azioni possibili del soggetto o, persino, prescrive o inibisce una specifica azione.

Per elemento somatico-valoriale” intendo un qualunque evento corporeo che, per il suo valore edonico positivo o negativo, può fungere da marcatura qualificante e, dunque, si tratta essenzialmente delle sensazioni della diade piacere-dolore e delle cosidette emozioni primarie (rabbia, paura, tristezza, gioia, sorpresa, disgusto,)  da cui con lo sviluppo si specificheranno quelle secondarie (allegria, ansia, vergogna, gelosia, invidia, speranza, rimorso\senso di colpa, rassegnazione, perdono, offesa, delusione, disprezzo) sino ai sentimenti.

Per elemento simbolico-rappresentazionale” intendo, invece,  un elemento narrazionale che ha lasciato una memoria consapevole o inconsapevole e puòessere richiamata da uno stimolo. Lo stimolo può essere  percettivo, (un oggetto, limmagine (grafica, fotografica...) di un oggetto, un odore, un colore, il timbro di una voce, una parola o una frase detta, udita o letta, il tono di una voce.....), simbolico (il simbolo percepito di qualcosa che èstato  antecedentemente percepito), onirico (un sogno, il ricordo di un sogno, il racconto di un sogno), pensato, immaginato. Puòessere semplice e diretto come in tutti i casi precedenti, o complesso e articolato (una scena, una situazione, un ambiente, un compito, un dovere, un ordine, unaspettativa, unattesa...). Puòessere  qualcosa che sta avvenendo qui e ora, qualcosa che avverrà, qualcosa che forse accadrào che sicuramente accadrào che temo possa accadere. In ogni caso si tratta di un evento che interviene nel flusso dei vissuti e che,  direttamente o indirettamente, ha o puòtrovare un antecedente  nel vissuto pregresso.

Un vincolo sarebbe in sintesi uno schema fisso anticipatorio di emozione-azione, che in virtùdella marcatura emozionale, limita il ventaglio  delle azioni possibili e anzi, spesso, prescrive una risposta o la inibisce, ponendosi anche come un attrattore sul piano logico, analogico o metaforico.

Un costrutto come questo si propone come una forma neutra, indipendente dal contenuto,  ma capace tuttavia di esprimere qualunque contenuto, collocabile ai vari livelli della stratificazione del vissuto in  senso sia temporale che funzionale e capace dunque di funzionare come mattone nelle costruzione di  più complesse reti di vincoli. Da questo punto di vista  il concetto di vincolo sembra in grado di unificare i territori che nella teoria tradizionale erano suddivisi tra i concetti di transfert, difesa e resistenza. Mi piace sottolineare che questo concetto, seppure in termini diversi, insiste sullo stesso tema su cui si affaticò Rapaport per oltre venti anni con il suo lavoro e con il continuo richiamo alla necessità di definire formazione, nutrimento e cambiamento delle strutture.

Prima di finire devo assolvere un compito. Il dott.  Candido, raccomandandomi di salutarvi, mi ha pregato di dirvi di non badare troppo ai peli nelluovo che il dottor Scano ama seminare e di rallegrarvi, invece, del fatto di possedere la migliore delle teorie possibili, che, dice, è cosa di grande aiuto nel lavoro clinico. Sara è una paziente e non mi ha consegnato messaggi, so però che, se avesse potuto,  mi avrebbe chiesto di dirvi che il dottor Candido è certamente una splendida persona  voi peròragazzi bisogna vi diate da fare!.

Là, innanzi a noi, c’è un paziente. Pensiamo a Sara o a Giuseppe. Già dopo i primi colloqui, giungiamo a conoscere i fatti più importanti della sua biografia, i personaggi della sua famiglia, le scelte di vita, gli studi, il lavoro. Ci facciamo un quadro delle sue relazioni, dei problemi -  soprattutto di quelli che lo hanno indotto a chiedere  una terapia - eventualmente dei suoi sintomi. Oltre a questi dati, avremo anche una certa percezione del suo mondo interno, del suo paesaggio emozionale, delle sue modalità e difficoltà affettive e, oltre a queste valutazioni inferite dal suo raccontarsi,  avremo, in maniera  forse assai meno consapevole, anche una serie di impressioni  derivate dal suo modo di proporsi, dai suoi atteggiamenti, dal modo di esprimersi, dalla sua immagine complessiva, dalla sua  espressività mimica, dal suo concreto proporsi innanzi a noi. Presumibilmente avremo anche la disponibilità di unaltra serie di dati di diversa natura e cioè linsieme delle risposte, consapevoli e non, suscitate nel nostro vissuto dai racconti e dalle nostre percezioni del suo raccontarsi complessivo. Potremo considerare questo primo mucchietto di percezioni e conoscenze come una sorta di fotografia, che, per definizione, sappiamo inadeguata, provvisoria, sotto molti aspetti anche ingannevole e comunque incompleta.  Man mano che le sedute si susseguono molti aspetti della fotografia si precisano. Emergono eventi e personaggi nuovi che intervengono nella narrazione. Lentamente si definiscono meglio molti aspetti, ora luno ora laltro, del suo profilo complessivo. Una relazione terapeutica, però, non ha uno scopo primariamente conoscitivo. Non lavoriamo per produrre una fotografia sempre più accurata e precisa, anche se naturalmente avviene anche questo. La sequenza dei racconti va a salti e a strappi, guidata dal concreto accadere (fatti, eventi, problemi, sogni, auto-percezioni, auto-valutazioni, stati danimo) e dal susseguirsi dei vissuti sia esterni che interni alla terapia. A margine di questo fluire il paziente porterà nuovi racconti o magari racconti differenti di eventi già raccontati, sogni, associazioni, ricordi, fantasie.

Ora il problema è: abbiamo un telaio o una cornice in cui disporre questi elementi più o meno coerenti  e che tipo di nessi (fattuali? semantici? associativi? causali?) possiamo stabilire tra i vari elementi disposti nel quadro? Cosa ci autorizza, per esempio, a pensare che un certo evento accaduto, supponiamo, quando il paziente aveva due anni, possa avere qualche significativa  relazione causativa con un tratto caratteriale o comportamentale del paziente o con un sintomo e che un determinato sogno, che interviene in una certa seduta,  possa essere connesso a quellevento e a quel tratto?  Ancora meglio: supponiamo che in un certo frangente della terapia stiamo lavorando su un punto preciso, per esempio, su una caratteristica comportamentale e relazionale del paziente che, nel linguaggio condiviso con lui, chiamiamo distacco oppure raffreddamento emozionale, una tendenza che ricorda lazione di quello strumento, divenuto indispensabile nelle grandi cucine, che chiamano abbattitore. Cosa ci autorizza a ritenere che un certo evento di quando egli aveva due anni, la nascita di un fratello quando ne aveva quattro, una malattia della madre quando ne aveva sette, unosservazione espressa recentemente a riguardo del suo timore nel maneggiare aggeggi che hanno a che fare con lelettricità, la frequente sensazione  di calore e di sudore umidiccio, il sogno che ha appena raccontato possano essere considerati elementi in qualche modo collegati e collocabili, quindi, nello stesso quadro in modo tale che si possano inferire  nessi che ci spiegano  il suo distacco e la sua tendenza a funzionare come un abbattitore?

Per Freud e, in generale, per la psicoanalisi sino agli anni 70 il problema non si poneva. La teoria classica, infatti, poggiava sullassunto della continuità psichica, che, anzi, a fronte dellevidenza osservazionale della discontinuità della coscienza, diventava la vera prova del nove che giustificava lasserto dellesistenza di processi psichici inconsci (1). Su tale assunto era costruito lapparato psichico, il cui primo e generale principio di funzionamento prevedeva che ogni eccitamento attraversasse lapparato in direzione sia progressiva che regressiva - (da P a M e da M a P, nello schema del VII Cap.) - lasciasse una traccia indelebile e, dunque, almeno in teoria, recuparabile. Questa impostazione implica logicamente anche una concezione fissa e determinata del significato, perché come sottolineava Rapaport il significato di un qualunque elemento del vissuto dovrà, infatti, situarsi e definirsi sulla base della continuità psichica, perché, quando ci chiediamo a proposito di un sogno o di un sintomo: che significato ha?altro non intendiamo dire se non: in che modo questo sogno si adatta alla continuitàpsichica dellindividuo che lo ha sognato?.

In questo quadro teorico lanalista poteva tranquillamente presumere non solo di avere una cornice in cui situare gli elementi man mano emergenti, ma, in virtù delle leggi di funzionamento dellapparato,  aveva anche  un manuale che gli consentiva di stabilire  la tipologia dei nessi, le modalità del loro funzionamento e persino una catena gerarchica di funzionamenti (meccanismi di difesa e sviluppo della libido), che gli consentiva di procedere strato dopo strato. In un certo senso  non solo aveva la sicurezza di poter collocare gli elementi   entro la stessa cornice, ma il suo lavoro mostrava una tendenziale somiglianza con il processo di  ricostruzione di un puzzle, - per quanto si trattasse di un puzzle assai complicato, - o con uno scavo archeologico, secondo la metafora freudiana, in cui la statua, la colonna o il vaso stavano lì in attesa di essere scoperti ed esistevano  a prescindere dal fatto di essere o no scoperti(2).

Oggi le cose sono assai cambiate. Abbiamo perso il manuale” duso dellapparato e del suo funzionamento ed è svanita anche la solidità della cornice della continuità psichica, che non è un dato osservazionale, ma un postulato esigito dalla struttura della teoria classica. La necessità di tale postulato, infatti, non è né assoluta né necessaria per ogni teoria psicologica. Lo è soltanto per una teoria, che, come quella freudiana, intenda costruirsi come naturalistica e deterministica e in cui, dunque, i significati possano essere considerati prevedibili in funzione di sequenze determinate di cause e di effetti, ciò che, in assenza di una determinazione cosciente, a causa della frammentarietà e lacunosità della coscienza, porta necessariamente a presupporre processi psichici inconsci per non interrompere la catena causativa deterministica.

E dunque che cosa ci può consentire di collocare entro la stessa cornice gli eventi della biografia di Sara o di Giuseppe, un evento successo una settimana fa, quel sogno vecchio di tre mesi e quello che mi ha appena raccontato? E sopratutto che cosa può garantirci che il significatodi un evento di allorasia stato quello che noi gli attribuiamo  adesso” e che si possa stabilire un nesso tra quel significatoe quello che attribuiamo a un tratto, a un comportamento  o a un vissuto attuale? Se né la  continuità psichica né lormai falsificato asserto secondo cui  tutto quanto accade  è registrato nella memoria dellapparato reale (i dati sembrano suggerire che soltanto l1% o poco più dell’esperito viene registrato nella MLT!)  possono soccorrere la nostra fiducia nel poter considerare tutti i dati e tutte le comunicazioni di Sara o di Giuseppe come appartenenti  allo stesso registro, a che cosa potremo rivolgerci?

Se corriamo al cassetto, in cui conserviamo le nostre vecchie foto, sappiamo  che quel bimbetto di 6 mesi sorridente chissà perché, quellaltro un pò cresciutello di due con quello strano boccolo in cima alla testa, quel compunto ragazzino con la fascia da prima comunione e  i primi pantaloni lunghi, quel ragazzotto sedicenne che sembra mimare un attore hollywoodiano, quellaltro più maturo, ma con locchio acceso dalla baldoria alcoolica  del pranzo nuziale testimoniano e fissano  tutte  frazioni temporali datate di uno stesso continuo Io-me. Sebbene non di tutte queste immagini conserviamo anche il sonoro” del vissuto, che ci consenta di sentirci dentro” al film, di cui quelle foto sono un fotogramma, siamo convinti che quello ero\sono Io. Allo stesso modo assumiamo che i fatti e i frammenti ricordati della storia di Sara si collochino in una continuità e appartengano alla stessa linea continua dellIo-me di Sara. Questo, però, è un fatto più che altro di senso comune, la cui verità,  per un verso certo innegabile,  si dimostra tuttavia superficiale e assai falsificabile, come dimostrano cento e più anni di psicoanalisi.  Del resto, per dare sostanza alla fragilità di questa dubbia convinzione è sufficiente correre a un altro cassetto, quello in cui conserviamo gli ingialliti quaderni dei nostri diari giovanili e le agende degli anni più maturi. Se apro una pagina a caso del mio diario del 1967 e comincio a scorrerla, posso avere la poco confortante impressione di trovare che leggere  e capire un mio scritto di quando avevo 21 anni non è poi molto diverso dal leggere e capire una pagina del Ritratto dellartista da giovane (Joyce) e che, dunque, quellIo-me non è poi così…ovviamente Io-me!

La letteratura non sembra dare molto peso a questo interrogativo, anzi, paradossalmente gli dava più peso prima degli anni 60\70 quando ancora vigevano la continuità psichica e la completezza del database dellapparato, che non dopo, quando il problema si è ufficialmente aperto. I motivi? La psicoanalisi è essenzialmente una pratica clinica e i clinici  hanno poco tempo e poco interesse per  lindagine storico-critica e teorico-critica e, del resto, il soggetto che sta innanzi a me sulla poltrona o sdraiato sul lettino, è seduto o sdraiato sul sacco della sua storia e, anzi, egli è la sua storia” sin dai primi casi clinici di Freud: egli é tutta la sua storia anche quella negata o rimossa. Leredità storica (anche quella che mutua dalla continuità psichica), labitudine tramandata della pratica, il senso comune e magari anche il rumore di fondo di un essenzialismo mai morto, perché scritto profondamente nel sotto-codice della cultura occidentale, possono facilmente fornire la nebbia che può gentilmente esorcizzare i contorni del problema. Eppoic’è comunque  linconscio, che, ai molti servigi resi allanalisi clinica da fine 800 ad oggi, sembra aggiungere  anche quella di poter fungere da terreno portante di una supposta, preconcetta, non detta, non definita, generica continuità psichica, sopratutto da quando il terreno dellinconscio” ha cominciato a meticciarsi con quello dellimplicito. Sembra infatti di cogliere sempre più frequentemente la convinzione  che la distinzione tra memoria implicita\esplicita, possa facilmente con-fondersi con quella tra esperienza implicita\esplicita e questa sovrapporsi alla contrapposizione verbale-non verbaleprestandosi a porsi come una formulazione post-energetica e moderna della processualità primaria e secondaria, (come in Loewald) in cui esplicito e verbale si sovrappongono a conscio e implicitonon verbale  si sovrappongono a inconscio (o a almeno a non-conscio” (3).

Operazioni di meticciato trasformista come questa non sono nuove. La psicoanalisi, infatti, nel rincorrersi delle concezioni e dei paradigmi ha sempre preferito ridefinire i suoi concetti, mantenendo fissa una forma di teoria, che, con la sua apparente invarianza,  si presta amabilmente a garantire una immagine di coerente sviluppo e di continuità  della disciplina (4).

In cerca di  chiarezza e anche di semplicità torniamo al paziente che abbiamo supposto seduto o sdraiato innanzi a noi: il suo raccontare avviene nellADESSO, ma si riferisce per lo più e, sotto molti aspetti inesorabilmente, a un ALLORA prossimo o remoto. Noi, però, per collocare gli elementi del racconto e stabilire nessi tra i dati delle sue narrazioni e tra lADESSO e lALLORA, non possiamo contare sulla continuità psichica o sulla registrazione indelebile delle sue memorie e nemmeno sul suo generico inconscio.  La cornice e il telaio di cui possiamo disporre è più labile perché costituita essenzialmente dalla semplice continuità narrativa” o “biografica” che, però, è anche il luogo dellauto-fraintendimento e dellauto-inganno  dal punto di vista della psicoanalisi. Sottostante alla continuità biografica c’è una più solida e obiettiva continuità organismica, che ci rassicura ancorandoci alla più generale legge della biologia secondo cui il biologico è essenzialmente storico, legge che ci induce a ritenere comunque, che, nella storia di Sara o di Giuseppe, l ADESSO dipende comunque dall ALLORA”. Più solida ma assai poco praticabile in modo operativo perché il modo in cui si concretizza e realizza  la dipendenza dellADESSO dallALLORA ci risulta oscuro e anzi il rapporto tra lALLORA e lADESSO è proprio il punto focale della teoria di cui avremmo bisogno, ma che sfortunatamento  manca alla nostra cassetta degli attrezzi.

In termini molto generali, possiamo certamente stabilire che:

1.   oggetto della teoria-teoria sono le leggi che regolano la determinazione delladesso da parte dellallora in ragione delle regole di funzionamento del sistema orgaanismico-soggettuale. Un evento  (traumatico o no), infatti può organizzare un comportamento nel senso che, detto alla grossa, può avere come esito uninibizione o prescrizione nel comportamento del soggetto  o può attivare  risposte, che, a loro volta, possono delimitare un ventaglio di comportamenti o possono anche coattivamente prescriverne uno solo, ma ciò può dirsi appunto solo alla grossa. Una teoria dovrebbe formulare ipotesi operative sul come ciò avvenga. Se si volesse essere precisi, si dovrebbe dire che un evento, in realtà, non può organizzare un sistema; può influire sullorganizzazione del sistema impattando con i processi e le regole di relazione e organizzazione di quel sistema, che appunto dovrebbero essere oggetto della teoria.

2.   Oggetto della teoria clinica sono, invece, le generalizzazioni di massima che losservazione della casistica consente di fare a riguardo delle classi di conseguenze che lallora determina nella conformazione delladesso del sistema, sulla base delle regole di funzionamento della classe  o sottoclasse dei sistemi complessivi in esame.

3.   Oggetto del metodo è, infine, la ricerca delle procedure guidate da 2 e spiegate da 1 per modificare le conseguenze dellallora sulladesso.

Dopo un secolo e più di psicoanalisi e di psicoterapia, sappiamo molte cose su ognuno di questi tre punti, ma si tratta di conoscenze, inferenze, generalizzazioni e concettualizzazioni pertinenti a orizzonti teorici o falsificati (teoria freudiana dellapparato), o parziali o discontinui o persino pertinenti a territori teorici disparati  o mediati direttamente da ambiti non coerenti tra loro come accade per  i dati delle neuroscienze o per quelli dellinfant research e della tradizione bowlbiana e neo-bowlbiana.

Con questo seppur scarno orientamento torniamo al paziente che abbiamo di fronte. In seduta, tra me e lui o lei,  ciò che si passa è un flusso di narrazioni, che sono anche interazioni e narrazioni di interazioni, verbalizzate o no. Tale flusso, punteggiato dalle cesure delle sedute e da altre cesure, meno appariscenti, allinterno della seduta, non è oggettivato da un osservatore  terzo, neutrale (quale potrebbe essere anche locchio di una telecamera), ma è invece soggettivizzato dal flusso dei vissuti dei due attori che lo vivono dal loro interno. Conseguentemente ogni narrazione è una costruzione soggettiva nel narrante e nell osservatore e contemporaneamente ogni interazione è una costruzione intersoggettiva dei due attori, infatti nellanalisi del flusso possiamo assumere, accanto al punto di vista soggettuale, anche un punto di vista intersoggettuale.

Sia partendo dal primo che dal secondo punto di vista, non dobbiamo aspettarci di cercare e trovare un ALLORA conservato immutato e immutabile in qualche angolino della mente o del cervello. Un tale allora non può essere né raggiunto né riesumato né modificato perché, come amavano dire i Greci, i fatti non li possono cambiare neanche gli dei!. LALLORA non è in un sacrario nascosto: lALLORA è nellADESSO attraverso le sue conseguenze che agiscono nellADESSO e, concretamente, è nei vincoli che lALLORA ha generato e che determinano lADESSO. I vincoli fanno sì che Sara non riproponga adesso un vissuto soggettuale, una configurazione relazionale, dei significati, delle intenzioni, delle immagini, delle emozioni di ALLORA e non costruisce  intersoggettivamente con il terapista nessun ALLORA, ma  vive ADESSO la configurazione relazionale, il significato, le intenzioni, le immagini, le emozioni di ADESSO,  perché i suoi vincoli costruiti nei suoi ALLORA  consentono di vivere questo ADESSO e non un altro. E in questo modo complesso che lALLORA determina lADESSO. In modo altrettanto complesso lADESSO  può anche modificare lALLORA, non entitativamente e direttamente, ma attraverso NUOVI ADESSO che possono relativizzare  o sminuire la forza dei vincoli creati dallALLORA mediante nuovi vincoli creati dallADESSO. 

Per poter guardare correttamente a questa modalità complessa di determinazione  dellADESSO da parte dellALLORA possiamo pensare a ciascuno dei due attori come a una totalità soggettuale, la cui azione complessiva è governata e modulata da una serie ordinata di filtri. Nel caso del terapista (partendo dallalto) i filtri sono teorici, teorico-clinici, tecnici, personali (il più noto è quello che si chiamava equazione personale per la cui esplicitazione e autoconsapevolezza si richiede appunto lanalisi didattica) più in fondo poi gli analisti tendono a collocare, per abitudine secolare, quello cui fanno riferimento come linconscio. Se osserviamo il terapista, dando priorità al suo Io osservante, la pila dei filtri può essere elencata nellordine che è stato detto, se guardiamo a lui come totalità soggettuale interagente dobbiamo rovesciare la pila e partire dal basso: inconscio, equazione personale, tecnica, teoria clinica, teoria-teoria.

Guardiamo adesso a ciò che gli analisti chiamano appunto inconscio. Questo tradizionale inconscio, (che era concepito come una matrice di desideri, difese, fantasie variamente  combinate per spiegare lazione o la non azione di Sara o di Giuseppe e comunque i vissuti interni e privati), può essere operazionalmente  inteso come una complessa rete di vincoli, che in vario modo determinano (o influiscono su) lazione dei filtri soprastanti,  per esempio attrraverso la percezione, la memoria, la selezione, lattribuzione di importanza  a questo o a quello elemento...

Unimmagine concreta dellazione dei vincoli potremmo ricavarla grazie a unanalogia con un aggeggio ben conosciuto. La rete organizzata dei vincoli potrebbe funzionare, infatti, come un navigatore satellitare, come un ton-ton, che sulla base delle informazioni contenute nel suo data-base ti dice in ogni occorrenza se devi andare dritto, a destra o a sinistra o quale delle  uscite devi imboccare a una rotonda. Il database del ton-ton è  del tutto esplicito, scritto in linguaggio digitale nella pancia dellaggeggio e può essere modificato  man mano che cambia il territorio, per esempio quando venga introdotto  un senso vietato o aperta una nuova strada. La rete dei vincoli del terapista di Sara o di Giuseppe, invece, non ha un database né conosciuto né conoscibile e questa è la differenza fondamentale tra la concezione che sto cercando di descrivere e la concezione tradizionale più o meno riformata, che continua a riferirsi all’”inconscio. Il suo database è la risultanza del flusso degli eventi e dei vissuti che, man mano che accadevano nel tempo, fissavano i nessi  tra percezione, valutazione emozionale, azione e\o inbizione, attesa, avvicinamento, fuga. La parte più superficiale del database può essere esplicitata e conosciuta ed è appunto lequazione personale - (anche se per nessi recenti e particolari può essere del tutto conosciuto levento responsabile  della fissazione del nesso, per esempio una indigestione può costituire il dato che mi impone di evitare un alimento!), - ma per il resto la rete dei vincoli funziona in modo automatico e del tutto inconsapevole per lio osservante, che,  nella situazione x, si trova  a scegliere di andare a destra senza nemmeno rendersi conto che  sta andando a destra e che il suo ton-ton gli ha imposto di andare a destra: lalternativa, infatti, può semplicemente non solo non essere percepita, ma persino proprio non esistere.

Limprinting traumatico della psicoanalisi fa sì che la più parte degli analisti ritenga che le fissazioni vincolanti avvengano e corrispondano punto a punto. E un problema empirico quello di stabilire se  è possibile che un singolo evento traumatico possa generare un vincolo. In generale, però, il vincolo si forma essenzialmente per ripetizione (proprio perché pertiene alla memoria procedurale), ma la sua caratteristica più importante, dal punto di vista psicologico, è il suo funzionare come attrattore cioè il suo assimilare allo stimolo-grilletto tutti gli stimoli che hanno attinenza (realstica, simbolica, analogica o metaforica)  con tale stimolo. Per un paziente che si presenta alla studio di un terapista, a parte casi particolari che si possono naturalmente verificare, ciò che sembra importante non è il singolo vincolo, ma il risultato del sistema complessivo delle reti di vincoli. Se facciamo riferimento al distacco del paziente, che funziona come un abbattitore,  è più semplice pensare che un tale tratto comportamentale ed emozionale sia una caratteristica globale (in senso  comportamentale e direi, ormai, caratteriale), che deriva non  da singole svolte imposte dal ton-ton, ma è piuttosto il risultato complessivo  di tante tante svolte,  a tanti tanti livelli e a tanti tanti differenti incroci.

Tutto questo vale naturalmente sia per il terapista che per il suo paziente, anche se i due, sotto molti aspetti, si trovano su posizioni differenti per quanto attiene allazione dei filtri soprastanti teorici, tecnici, e personali ecc. In ogni caso si trovano su posizioni del tutto altre rispetto ai corrispettivi sistemi di vincoli costruiti da ciascuno di essi nella loro deriva storica. Se, dunque si considerano  i due attori da questo punto di vista,  avremo che le loro interazioni  saranno in qualche modo controllate dalle due corrispettive reti di vincoli e che il fluire delle loro interazioni  si disegnerà secondo una trama  che ognuno di essi leggerà, sia dal punto di vista dellIo osservante che da quello della totalità narrante (me-narrante), secondo il profilo del proprio canovaccio.

Sin qui abbiamo considerato nellinterazione complessa tra i due soggetti, lazione di ogni singolo soggetto come un processo intra-soggettuale; la loro interazione però è analizzabile anche come  un processo inter-soggettuale. Da questo secondo punto di vista, ogni interazione intersoggettiva può essere denotata come una costruzione intersoggettiva, il cui risultato, in termini di significato, di intenzionalità e di effetto, non è riducibile al significato e alleffetto intenzionale dei due processi intra-soggettivi. Questa analizzabilità in termini di costruzione intersoggettivacostituisce la vera sostanza di una concezione intersoggettuale, ma linferita costruzione intersoggettiva, esattamente come già detto per lazione soggettuale, non costruisce un ALLORA ma soltanto un ADESSO. Tale adesso ha ceramente più di un rapporto con lALLORA dei due attori, ma in ognuno di essi, nella deriva della propria personale storia e nel contesto della personale narrazione di quanto sta accadendo  ADESSO. Leffettiva costruzione intersoggettiva” (sia considerata in generale sia considerata invece nei singoli episodi) sarà sempre quella che sta effettivamente accadendoin forza dei rispettivi vincoli e non è determinata dalla intenzionalità consapevole dei due attori, anche se ciascuno di essi si sforza di modellare questa trama in modo consapevole  e lo fa essenzialmente attraverso le narrazioni dellio osservante, che si racconta e racconta ciò che accade.



NOTE

[1]La discontinuità della coscienza è un dato osservazionale, mentre la continuità psichica non è un dato, ma un postulato, che, fornendo la staffa necessaria all’affermazione dell’esistenza di processi psichici inconsci, funge da leva di Archimede dell’intera costruzione teorica. È, infatti, la continuità psichica a rendere logicamente necessaria l’esistenza di processi psichici inconsci. Sarà Rapaport, nell’ambito della sua riflessione metodologica, a evidenziare questa implicazione, affermando senza mezzi termini che l’esistenza di processi psichici inconsci si fonda sul postulato della continuità psichica e che questa, a sua volta, deriva logicamente dalla scelta di costruire una scienza deterministica dei processi psicologici: “Se si presuppone che nella vita psichica tutto sia determinato niente sia accidentale, allora si è semplicemente detto che si vuole costruire una scienza, cioè una scienza nomotetica e niente di più. La forma assunta dal determinismo costituisce uno specifico postulato. Qui assume la forma della continuità psicologica, cioè ci sono certe leggi se si conosce la funzione psicologica come un livello emergente dello sviluppo. Se c’è un nuovo insieme di leggi emergenti, la psicoanalisi dice che vi sono un determinismo e una continuità perfetti. In effetti la continuità psicologica è la forma che un perfetto determinismo assume nel materiale psicologico se studiato mediante il metodo clinico” (Rapaport, 1944-1948)

[2] Freud mancava della nozione moderna di soggetto e di un punto di vista organismico in grado di garantire dal basso l’unità bio-fisio-psicologica del soggetto (Scano, 2008a, 2010).  Questa carenza lo obbligava, da un lato, a trovare incongrua e inaccettabile l’idea di una serie interminabile di stati di coscienza sconosciuti a noi stessi e gli uni rispetto agli altri, – idea che, invece, è centrale nelle moderne teoria della coscienza, – e, da un altro lato, lo metteva nella necessità di garantire l’unità dell’organismo con il ricorso alla continuità psichica e all’unità sequenziale dei contenuti psicologici. Ciò gli consentiva certo di superare la discontinuità della coscienza e di contare su una catena causativa continua adeguata all’impianto deterministico della teoria fisicalista, ma al prezzo di dover garantire in termini psicologici, e dunque dall’alto, la necessaria unità dell’organismo. Questa soluzione finisce per delegare allo psicologico, e dunque a una parte, una funzione che logicamente dovrebbe essere attribuita alla totalità, ma soprattutto scava un baratro epistemologico alla radice stessa della costruzione teorica. Essa attribuisce, infatti, ai processi psichici inconsci la stessa struttura formale dei processi consci, facendone l’analogo dei desideri, delle fantasie e dei pensieri consapevoli, ponendo in tal modo il problema della natura dello psicologico e della sua relazione con il non psicologico e lasciando lo spazio a un sotterraneo cartesianesimo di ritorno.

[3] La nozione ricorrente di “inconscio implicito”, che consegue da queste equiparazioni sembra assai equivoca. Non per il suo significato proprio, ma per luso “implicito” che ne fa, frequentemente e forse involontariamente, chi lo usa. Certo, apparentemente, lespressione non fa che spendere nel discorso analitico e magari  nel contesto di una revisione dellinconscio freudiano (ciò è più chiaro nella nozione parallela di “inconscio non rimosso”) le risultanze relative alla memoria  dichiarativa e procedurale, alla embodied cognition, alla narrativa emozionale ecc. Il fatto è però che lunica cosa in comune tra  quei dati e generalizzazioni di dati e il concetto tradizionale di inconscio è la  caratteristica descrittiva e fenomenologica  della non consapevolezza, cioè quella che Freud indicava come inconscio descrittivo. Una caratteristica, dunque, del tutto estrinseca, perchè la “qualità” inconscia di questi processi  o di questi vissuti (necessariamente inferiti) ha una parentela  assai impalpabile  con linconscio freudiano

[4]A ben guardare, tuttavia, tale immagine appare come una sorta di  vestito cucito in un tessuto di termini e concetti, che, disancorato ormai da una teoria definita, ha, man mano, sotto la spinta di un invincibile trasformismo, progressivamente cambiato i suoi significati sino a costituirsi come una sorta di lingua  rituale, che nessuno più comprende e a cui può essere conferito qualsivoglia significato. “Intrapsichico” , “psiche”, “rappresentazione”, “inconscio”, “Io”, “rimozione”, “transfert”, “identificazione”, “difesa”, “oggetto”... diventano così delle parole-funzione, il cui valore non è più codificato  e che  ognuno può utilizzarle  a piacere. Questa rottura del contratto semantico finisce per rendere irrilevante gran parte della letteratura, che assomiglia sempre di più  a una  sorta di mondo di  Alice in cui ognuno può sentirsi padrone delle parole, ma in cui, purtroppo sembra che le parole non abbiano più un padrone. 

Scorrendo la letteratura psicoanalitica ci s’inbatte frequentemente in un mucchietto  di concetti che, pur eterogenei tra loro e riferiti ad ambiti teorici e a periodi storici differenti, mostrano, tuttavia, un'indefinita\indefinibile parentela. Una breve lista non esaustiva potrebbe elencare: “comunicazione inconscia”, “percezione inconscia”, “capacità (dell’analista) di leggere l’inconscio”, “apparato per pensare i pensieri”, “esperienza emozionale correttiva”, “nuova esperienza emozionale”, “empatia”, “identificazione proiettiva”, “sintonizzazione emotiva”, “co-costruzione della realtà”, "costruzione intersoggettiva", “enactment”…

Disparati ed eterogenei si somigliano in un punto: allusivi, sfuggenti, indefiniti e per nulla operativi, evocano profondi processi misteriosi. A dispetto della loro vaghezza nascono dalla pratica clinica, da cui traggono indiscussa fortuna. E’ ai clinici, infatti, che essi appaiono profondi e concreti, capaci di esprimere un livello essenziale dell’esperienza, che sfugge allo sguardo freddo delle teorie. Si potrebbe dire, forse, che ai loro occhi essi rivelino una “faccia nascosta della luna”, una faccia nascosta della psicoterapia, inesprimibile o inespressa delle teorie.

Questi concetti condividono, però, anche una più concreta caratteristica: si riferiscono tutti ad un qualche tipo di transazione, scambio o interazione tra soggetti anche se, spesso, in modo indefinibile e\o indefinito o persino contemporaneamente affermato e negato come nel caso dell’ identificazione proiettiva.

Una facile congettura è che tali formulazioni allusive diano voce a uno spazio poco accessibile alle teorie correnti proprio a causa di questo rinvio alla transazione e allo scambio. Nata con un profondo imprinting naturalistico, la psicoanalisi tende, infatti, a spiegare il vissuto e l’azione tramite i meccanismi interni di un oggetto osservato, sia quando si pone come teoria dell’apparato sia quando si pone come teoria del mondo interno. Da questo punto di vista, le formulazioni allusive colmerebbero una lacuna del punto di vista, incapace di cogliere la faccia nascosta della luna, dando voce alla necessità di chiamare in causa  agenti  o fattori sconosciuti alle teorie tradizionali.  

Ci sono altri due ambiti, di cui uno del tutto estraneo e, il secondo, tradizionalmente in una posizione spuria rispetto alla psicoanalisi, che sembrano poter fare riferimento allo stesso ambito inafferrabile di fattori. Si tratta del placebo e della suggestione.

Il primo è stato una vera maledizione per la ricerca in psicoterapia in quanto è impossibile identificare un  placebo per la psicoterapia, ma sta diventando una croce anche per quella neuropsicofarmacologica. Qualche tempo fa Marco Casonato notava che “…il placebo farmacologico in psichiatria non riesce ad essere neutro neppure negli studi effettuati in doppio cieco” e, soprattutto che “…l’effetto placebo risulta imbarazzante per la sua efficacia paragonata a quella delle molecole con cui viene confrontato. Nel caso della depressione l’effetto placebo fornisce risposte un poco al di sopra del 30%, laddove i farmaci specifici si attestano su un modesto 40%”. Egli sotttolineava, infine, che “ciò che è peggio è che pare che l’effetto placebo stia aumentando nei soggetti anno per anno per ragioni ancora oscure”. E, dunque, quale sarà il principio attivo del placebo e che strana magia potrà mai agire nella somministrazione di uno zuccherino in un contesto clinico? Non sarà l’effetto di un nascosto, misterioso fattore attivo in tutte le situazioni di cura o, magari, persino in tutte le interazioni tra soggetti? Non si tratterà forse di qualcosa che abita la faccia nascosta della luna? Qualcosa che rivela una proprietà segreta dell’interazione, che, chissà, ha persino a che fare con la suggestione?

Freud escluse attivamente la suggestione dalla psicoanalisi, che contrappose alle pratiche terapeutiche suggestive. Gill, però, riconoscendo che nell’analisi è attiva una componente ineliminabile di suggestione, riteneva che essa debba essere analizzata e tale analisi farebbe la differenza tra la psicoanalisi e le terapie non psicoanalitiche. Ma è possibile analizzare una suggestione all’interno di una situazione suggestiva senza che l’analisi della suggestione diventi essa stessa una meta-suggestione? Setting, transfert, interpretazioni, analisi dei sogni non sono, forse, pratiche ritagliate nella materia sconosciuta di una irridente suggestione? Il “principio attivo del placebo” e il “principio attivo della psicoterapia” non potrebbero essere variazioni di questa “sostanza della suggestione”?

Forse, placebo e suggestione  rimandano anch’essi all’altra faccia della psicoterapia, come “comunicazione inconscia”, “capacità (dell’analista) di leggere l’inconscio”, “apparato per pensare i pensieri”, “esperienza emozionale correttiva”, “nuova esperienza emozionale”, “empatia”, “identificazione proiettiva”, “sintonizzazione emotiva”, “co-costruzione della realtà”, costruzione intersoggettiva, “enactment”.

Quando finalmente l’occhio neutro di una fotocamera riuscì a sbirciare per la prima volta la faccia nascosta della luna ci si avvide che essa, butterata e pietrosa, non differiva  da quella  intravista dal cannocchiale di Galileo, tanto inviso agli aristotelici. Per l’altra faccia della psicoterapia potrebbe non essere così. Magari tra le pieghe di quella faccia non vista potrebbe annidarsi la soluzione dell'enigma misterioso e inquietante del “verdetto di Dodo”, quello che stabilisce  che tutte corrono e tutte hanno diritto al premio perché tutte godono di pari efficacia. Magari nell’altra faccia delle psicoterapie non vige il semplice dominio delle leggi che regolano l’azione del soggetto, ma quello delle leggi che governano l’interazione tra soggetti.