In un recente articolo Roberto Contardi (La mortificazione della Metapsicologia e il disorientamento della psicoanalisi. Alle origini dell’esorcismo della strega, (2020), Rivista di psicoanalisi, LXVI, pp.11-33) affronta il problema del declino della metapsicologia, cui, in un passaggio assai noto, Freud si riferì come alla “strega”. L’A ricostruisce in modo accurato e puntuale la quasi darwiniana catena delle ascendenze genetiche degli esorcisti che, nel decennio a cavallo del 1970, giunsero a condannarla. Dalla sua ricostruzione il lettore può ricavare che a colpire alle spalle la vittima innocente fu il malefico virus germinato nella “infelice evoluzione personale e scientifica” di Ferenczi, trasmesso agli eredi e incattivitosi nell’incontro, anche utilitaristico, con il mondo accademico americano e la sua visione pragmatista e positivista della scienza. Un lettore avvezzo all’indagine storico-critica credo debba avere, su questa interpretazione, qualche dubbio e più di un’incertezza.
Non ho ascendenze magiare né particolare simpatia per Ferenczi. Credo, però, di avere una discreta familiarità con la metapsicologia, per averla studiata e insegnata per una quarantina d’anni e per averle dedicato più di una pubblicazione, dalla prima nel lontano 1982 all’ultima nell’assai più prossimo 2015. La lunga frequentazione mi offre buone ragioni per  pensare che il destino della strega è stato determinato da una trama assai più intricata e complessa di fattori, anche se la ricostruzione della “congiura magiara”, potrebbe aggiungere un elemento succoso, alla comprensione del suo spiacevole destino. Alla comprensione del “come”. Sicuramente  non del “perché”!
Intanto la “mortificazione” della strega si è sempre nutrita, ancora calde le ceneri di Freud, della diffusa noncuranza per la teoria formale, che il popolo degli analisti ha, da sempre, più  riverito e venerato che approfondito e conosciuto. Dagli anni  ottanta in poi la già inerziale “mortificazione” è andata scivolando in una più marcata, silenziosa, obliterazione, che si è fatta, oggi, inconfessata rimozione  tanto che temo sia difficile trovare tra gli analisti più di qualche nostalgico appassionato che sappia davvero di che si parla quando si parla di metapsicologia.
Nel determinare questo progressivo venir meno hanno certo avuto un ruolo anche le campane a morto dei rapaportiani (gli “esorcisti”!), ma nel quadro di un ventaglio di fattori sostanziali e all’interno di un processo complesso partito ben più da lontano. Del resto l’impresa stessa di Rapaport e il suo esito imprevisto ebbero sempre eco assai fievole almeno nelle nostre contrade. In Italia non furono né le riviste specializzate né uno psicoanalista o un cattedratico a riferire della crisi della metapsicologia. A parlarne per primo in modo ampio e documentato, fu nel 1981 Giovanni Magnani, un gesuita dell’Unversità Gregoriana, cui, anni dopo, fece seguito, coraggiosamente,  Giordano Fossi.  In ogni caso mi riesce difficile pensare che la congiura magiara possa spiegare la riduzione della strega a metafora, proclamata in un autorevolissimo congresso dell’IPA per bocca del suo autorevolissimo presidente o la vera e propria obliterazione dell’idea stessa di teoria generale, che, personalmente, ritengo assai più grave della dipartita della metapsicologia, con cui, a torto, viene evidentemente equiparata e confusa.

L’ argomentazione di R. Contardi poggia sull’assunto che  la strega  sia stata un’innocente, incolpevole vittima e che responsabile della sua mortificazione  sia stato l’improvvido incontro con la metodologia e la visione del mondo positivista americano, incautamente perseguita e voluta dai Menninger, dagli Hartmann e dai Rapaport. Non ho particolare simpatia nemmeno per quel mondo a stelle e a strisce, ma temo che l’assunto non sia così autoevidente, che la strega non sia stata né vittima né innocente e che il suo destino fosse invece già profondamente inscritto nel suo corredo genetico.
La psicoanalisi non ha avuto bisogno alcuno di navigare sino agli Stati Uniti per incontrare il positivismo e farsene avvelenare: nel positivismo, per di più nella sua più dura versione fisicalista, ci è nata! Il positivismo fisicalista era semplicemente il mondo scientifico del dottor Sigmund Freud, che nel laboratotio di Brücke, uno dei tre cavalieri della “Scuola fisica di Berlino”, era cresciuto e si era formato come ricercatore. Non è un reato. Non ci è dato scegliere né l’utero né la culla e quello era di necessità l’utero e la culla  della creatura di Freud, che, infatti, nell’incipit del Progetto scriveva: “L’intenzione di questo Progetto è di dare una psicologia che sia una scienza naturale, ossia di rappresentare i processi psichici come stati quantitativamente determinati di particelle materiali identificabili al fine di renderli chiari e incontestabili”. Contardi potrebbe obiettare che ciò avveniva “prima” dell’abbandono dei “neurotica”  e dell’effettiva nascita della strega, che, in quel “prima”, era solo in  “gestazione”. Di solito, però, il neonato che viene al mondo  è lo stesso “feto” che prima era in gestazione! Credo sia sufficiente anche una non troppo approfondita analisi storico-critica e teorico-critica delle tre tranches dedicate allo “strumento composito” nel VII capitolo della Traumdeutung per scoprire che l’apparato psichico del 1899 è il medesimo che era  stato abbozzato nel 1895, con qualche superficiale aggiustatura nella nuova trasposizione psicologica.  Il cervello “reale” che traspare, per quanto indeciso e nebuloso, nella filigrana dell’apparato psichico è il medesimo. Del resto, senza l’originario imprinting meccanicistico non sarebbe nemmeno pensabile un “apparato” come aggeggio ingegnieristico che produce il comportamento. Potrei aggiungere che persino il concetto di inconscio, deve la sua stessa possibilità di esistenza a quell’impianto, trova, infatti, la sua giustificazione teorica nell’assunto della continuità psichica. Questa non è né un fenomeno né un dato osservazionale, ma soltanto un postulato necessario a una teoria che si vuole deterministica, in cui i significati possano  essere considerati prevedibili in funzione di sequenze determinate di cause e di effetti, ciò che, in assenza di una determinazione cosciente, porta a supporre processi psichici inconsci per non interrompere la catena causativa. Del resto è sufficiente rileggere la paginetta iniziale di Pulsioni e loro destini (1915) per avere di prima mano conferma  del “positivismo” freudiano. Non è difficile intravedere in quelle righe l’inconfondibile profilo di Mach. Freud, del resto, poteva costruire la sua teoria dell’apparato soltanto servendosi della strumentazione concettuale, delle premesse epistemologiche e delle conoscenze disponibili nel suo mondo scientifico-culturale. Anche questo non è un reato, ma un’ovvia necessità sempre carica di limiti  e conseguenze, che un’accurata analisi  storico-critica potrebbe (e dovrebbe!) individuare nel profilo originario della strega e nel suo non lineare e contrastato sviluppo. Purtroppo, però, il mondo psicoanalitico ha sempre privilegiato la “storia”, specie se dotta e riverente, piuttosto che la fredda, ma più logica e più neutrale, indagine storico-critica.
Contardi potrebbe ancora obiettare che, anche dato e non concesso che una tale  struttura epistemologico-concettuale sia così profondamente connaturata alla metapsicologia, non si possa però negare che la prepotente  novità della teoria freudiana sia qualcosa d’altro e di diverso rispetto all’originaria impalcatura meccanicista. Vero! La potenza innovatrice della teoria freudiana non nasce  dal profondo sostrato positivista, cui deve soltanto la compiutezza e coerenza della sua struttura formale, che rappresenta, comunque, la prima organica organizzazione del campo concettuale e osservazionale per la costruzione di una psicologia clinica scientifica. La novità scaturisce, infatti, dall’oggetto inusitato che, con tale inadeguato e limitato armamentario epistemico e concettuale, Freud decise di esplorare, poggiando, da un lato, sulla fedeltà al modello, che lo costringe a costruire una teoria nei limiti della logica scientifica, ma restando dall’altro lato, fedele alla natura del suo materiale, che lo conduceva, per vie nuove, ben lontano dai sentieri ristretti del  positivismo. Per questo, del resto, il suo discorso, ha ancora una rilevanza per noi, che, pure, necessariamente dobbiamo muoverci secondo ottiche epistemologiche assai differenti e possiamo avvalerci di conoscenze che gli erano precluse.
La novità e la potenza euristica della strega non possono però nasconderne o minimizzarne i problemi, le incongruenze e le aporie, che ci sono e andrebbero riconosciute.
La metapsicologia nacque e assunse la sua forma pressocché definitiva nell’ultimo scorcio del XIX secolo nel bel mezzo del sopravvenire della crisi della meccanica classica, che cominciava a produrre, per dirla con Heisenberg, radicali “mutamenti nelle basi della scienza”. Di quella crisi, che metteva in discussione lo schema conoscitivo Soggetto-Oggetto e apriva la questione nuova del soggetto della scienza, la psicoanalisi non fu passiva spettatrice. Fu protagonista! Protagonista, ma anche, involontariamente, vittima.  Freud, nella sua scrivania di architetto costruttore della teoria  come nella sua poltrona di clinico, non poteva che collocarsi nell’ovvio e consolidato punto di vista del soggetto conoscente che osserva e conosce l’oggetto conosciuto. Ciò che tuttavia, suo malgrado, in tal modo osservava, dall’alto e dal punto di vista di Dio, seppur munito della necessaria indifferenz, - che prima che alla neutralità analitica disattesa da Ferenczi, rimanda a quella del ricercatore che guarda dall’oculare del microscopio - non erano  pezzi inesplorati della res extensa,  bensì, le viscere mai viste della res cogitans, la polta soggettiva dell’occhio, supposto oggettivo, dell’Io conoscente. Qui è il punto di nascenza della novità freudiana, ma anche del destino già scritto della metapsicologia. L’oggetto osservato (l’esperienza, il vissuto e le narrazioni di un soggetto) non era più un consueto docile e passivo “oggetto naturalistico”, ma un “(s)-oggetto-osservato-che-osserva”, con cui, a dispetto dell’indifferenz (e della “neutralità” analitica), - che volontaristicamente si provano a salvaguardare la linearità e pulizia dello schema Soggetto-Oggetto,  - non si può non interagire come non si può non comunicare. Lo decide la logica a prescindere da ogni teoria.  L’incompatibilità radicale tra l’occhio positivista e l’ “oggetto soggettuale” determina una non voluta, inevitabile, ma sostanziale, frattura epistemologica che segna sin dalle origini e dalle fondamenta la struttura della strega, interferendo profondamente, per quattro decenni, con il suo sviluppo,  dettando  le ricorsive crisi e lasciando   uno stigma indelebile, nella carne viva della costruzione teorica. E’ tale frattura, profondamente inscritta nel suo Dna, ma mai sufficientemente riconosciuta, la vera causa del destino della strega, delle sue debolezze  e del suo doloroso ma necessario venir meno.  
Nata  come disciplina naturalista e fisicalista, ma occupando di fatto lo spazio logico di una teoria del soggetto, senza poter dichiarare di esserlo e senza possedere una (a quei tempi inesistente) adeguata attrezzatura concettuale, la psicoanalisi si è presto trovata, infatti, nella sua costruzione e sviluppo, a sgomitare contro le strettoie del carapace fisicalista, che però ne costituivano il basamento e le colonne portanti (arco riflesso, stimolo esterno al corpo e all’apparato, energia psichica, realtà psichica vs. realtà reale, principio di costanza, punto di vista economico-dinamico sulla base dell’helmholtziano principio di conservazione, che definisce l’energia (in questo caso l’enigmatica “energia psichica”) come l’invariante in un processo di trasformazione, almeno teoricamente misurabile).
Questo costante sgomitare è leggibile nelle svolte e nei punti di crisi del suo sviluppo storico, in particolare in quelli relativi all’ala difensiva del conflitto, ma sopratutto nelle vicissitidini del concetto di “Io”, dapprima giustamente espunto, in accordo con l’ottica processuale, poi surretiziamente reintrodotto in termini pulsionali (pulsioni dell’io), quando già si profilava l’emergere del drammatico problema che le psicosi ponevano alla strega. Innanzi alla possibilità di dover sottoscrivere (con Jung) il crollo della teoria della libido o la sua dequalidicazione a teoria ad hoc per le nevrosi di transfert, Freud, che era bravissimo a trovare sempre un coniglio nel fondo del capello - (ne aveva già scovati almeno altri due: il concetto di fantasia inconscia, che sconfina già di parecchio nel mentalismo, e quello di transfert, che sopperisce con l’intersoggettività fossile oggettualizzata, all’incapacità della strega di cogliere l’intersoggettività attuale) - scova nel narcisismo e nell’Io narcisistico un coniglio davvero geniale, che gli consente con una ipotesi ad hoc (di questo si tratta!) di non gettare via la teoria della libido e di connettere lo schema originario libido-difesa a quello, logicamente più ampio, soggetto-mondo esterno. Freud sa benissimo che il concetto di libido narcisistica è un’ipotesi ad hoc, che poggia sulla distinzione puramente verbale tra libido dell’io  e interesse delle pulsioni dell’io. Non usa il termine, ma esplicita il senso in modo assai chiaro. Si trattava del resto di una manovra del tutto legittima  che,  consentendo di prendere tempo e di usufruire del vantaggio iniziale garantito dalle conoscenze ricavate nell’analisi delle nevrosi, avrebbe potuto portare a una modificazione dall’interno della teoria, che sembrava poter virare, grazie al narcisismo, in una direzione più prossima ad una teoria soggettuale. Freud ci andò molto vicino. Tra il 1914 e il 1917 il traguardo sembrava raggiungibile e, infatti, nella lez. 26  scriverà: “la psicologia dell’Io alla quale aspiriamo non deve essere fondata sui dati della nostra autopercezione, ma, come per la libido, sull’analisi dei disturbi e delle devastazioni dell’Io. E’ verisimile che quando quel maggior lavoro sarà compiuto, non terremo in gran conto la nostra attuale conoscenza dei destini della libido, attinta dallo studio delle nevrosi di traslazione”. Non Avvenne. Anzi addomesticato il narcisimo - (con qualche acrobazia tendenziosa, che sfiora talvolta la mistificazione e anche con qualche sorprendente incidente, come quando “dimentica” di aver appena segato le gambe della sedia su cui fa accomodare il Super introducendolo nel coro dei concetti!) - con la sua riduzione a pura vicenda pulsionale, la teoria divenne ancora più pulsionale e ancora più mentalista, alimentando, certo involontariamente, accanto a quella processuale, una seconda anima, omuncolare e intenzionale, che prese a circolare sottobanco come il fantasma nella macchina. Il fantasma, del resto, si poteva nutrire facilmente, della spiegazione  dell’intenzionalità inconscia in termini di fantasie e desideri, che implicano una direzionalità omuncolare e mentalista che mal si concilia, oltre che con l’impalcatura meccanicistica, anche con la logica, dato che presuppone la spiegazione dell’azione di una qualunque Maria, tramite la sua totalità stessa, ma miniaturizzata, omuncolarizzata e ridotta a fattore causante. Pochi hanno notato che la tendenza freudiana ad antropomorfizzare i processi - che si esprime nell’attribuzione  di scopi, intenzioni e strategie anche alle istanze, arbitrariamente, trasformate, così, in agenzie sub-soggettive - non è soltanto una cattiva abitudine o  una veniale trasgressione del rigore concettuale. Esprime, invece, una necessità, che ha la sua radice nel fatto che la teoria si trova a dover spiegare il comportamento di un soggetto,  senza poter essere una teoria del soggetto. I lettori meglio disposti nei confronti  di Freud, hanno interpretato tali ibride escrescenze come  una seconda anima umanistica, quelli meno ben disposti hanno preferito parlare, più brutalmente, di vitalismo, finalismo e mentalismo.  In realtà si tratta semplicemente di ammettere, che la teoria freudiana si configura dal punto di vista epistemologico, per la sua origine, che colloca il soggetto nella strettoia dell’asse soggetto-oggetto, come un  cripto-dualismo all’interno di un monismo dichiarato. Di fatto, per tutto il secolo XX, la psicoanalisi, in quanto scienza dei processi, che si occupa dei  vissuti e dei significati, si è trovata in bilico tra i due versanti del dualismo cartesiano e del muro diltheyano, non potendo rinunciare né alla sua vocazione scientifica né al suo oggetto soggettuale. Una scienza del soggetto sembrava, infatti, impensabile e la psicoanalisi, che, per natura e posizione logica, non può essere, che una scienza della soggettività, ha scontato l’errore di Cartesio, fungendo da ghiandola pineale tra la scienza riduzionista della res extensa e la scienza ritenuta impossibile della res cogitans.

L’esito, certo non previsto e non voluto, della ricerca rapaportiana, rivela semplicemente la nudità del re, che alla fine giunge al pettine: la strega per poter garantire i suoi sortilegi conoscitivi, deve presupporre un cervello che appare assai differente dal “cervello reale” che, nella seconda meta del secolo XX, si cominciava a conoscere assai meglio di quanto non consentissero i rudimentali neuroni e i non più necessari assunti del fisicalismo, da cui la teoria aveva preso le mosse. I Rubinstein, gli Holt, i Gill e i Klein non fecero se non quello che deve fare ogni ricercatore scientifico e che Freud stesso al loro posto avrebbe forse fatto secondo l’ epistemologia e metodologia dichiarate  nel 1915. Il concetto di energia psichica, - (che fa semplicemente il verso  al concetto fisico di energia nella struttura logica e nella “funzione” teorica) - e il principio di costanza,  sono il graspo che regge tutto il grappolo. Non potevano che tagliarlo come è necessario fare con qualunque ipotesi che si dimostri erronea. Proprio la loro vicenda, però, conferma  che il problema era più profondo rispetto alle debolezze teoriche della strega in quanto profondamente inciso nelle sue fondamenta e nella difficoltà a coniugare le sue due anime meccanicista e mentalista.  Pur stabilendo infatti la necessità di una riformulazione teorica, essi non passarono indenni tra Scilla e Cariddi. Ci fu chi come Rubinstein e Holt preferì lasciarsi abbracciare dalla Scilla riduzionista e chi come Gill e Klein sprofondò nella Cariddi mentalista.
Credo però che sia ingeneroso addebitare ai rapaportiani la mortificazione della strega. La falsificazione di una teoria non è disfatta né fallimento, ma semplice presa d’atto dei suoi assunti  erronei (energia psichica) o del suo non rendere conto di nuovi dati resisi disponibili - basterebbe pensare alla differenza, che già negli anni sessanta era diventata evidente, tra il “bambino analitico” e quello “reale”! - o frutto dell’esaurimento della sua potenzialità euristica. Una teoria è una rete per pescare  “pesci-verità” (Popper),  ma, sopratutto nelle fasi iniziali e formative di una disciplina scientifica,  giunge facilmente a un punto in cui altro non riesce a pescare se non i sottoprodotti di se stessa. E’ il momento di consegnarla alla storia e di darsi da fare per produrne una nuova che spieghi i vecchi dati dando ragione dei nuovi. Da questo punto di vista la “morte” di una teoria è altrettanto importante e creativa quanto la sua costruzione. Le teorie non sono dogmi. Non asseriscono “verità”. Sono strumenti per conoscere congetturalmente qualcosa di non conosciuto e di non immediatamente conoscibile. Al contrario delle teologie, poggiano sull’ignoranza, non sulla verità e, nel processo conoscitivo, nascono per morire. La fine gloriosa di una buona teoria è di morire partorendo una nuova più potente teoria. Alla teoria freudiana questa fine gloriosa è stata negata dal mondo psicoanalitico che, per non dimenticare il suo fondatore, - “il padre che non doveva morire” diceva Wallerstein, l’ “autorevolissimo presidente” - ha preferito, in nome di una malintesa fedeltà riverente, perdere se stessa, tradendo il compito e l’impresa di continuare a perseguire da apripista la costruzione della psicologia clinica come disciplina scientifica, che proprio il suo fondatore aveva avviato con l’ormai falsificata, ma organica ed euristicamente potente teoria. Il risultato è che oggi la psicoanalisi è una pratica clinica senza una teoria che la giustifichi e che ne promuova e guidi la ricerca e lo sviluppo.  Inconscio, transfert, resistenza e difesa, promossi a teoria per decreto e volontà popolare, affondano, infatti,  radici, tronco e rami nella carne e nel sangue, ormai improduttivi, della strega.
Il lavoro di Contardi è comunque apprezzabile  (come è apprezzabile la coraggiosa impresa teorica di  F. Riolo) non fosse altro perché si occupa di un problema vero al contrario dell’imperante, fastidioso, inutile clinicismo. Certo! Questi studi sarebbero stati assai più efficaci e utili 40 anni fa, ma allora non c’era chi li scrivesse e sopratutto chi li pubblicasse. Del resto, cantare fuori dal coro è cosa assai ardua ancora oggi.

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