Valentino Cristiano mi invia  una citazione di Bromberg chiedendomi di postarla sul blog perché ritiene che il testo ponga “diversi quesiti e, forse, equivoci”.  Raccolgo volentieri l’invito e proverò a esplicitare qualche quesito.

“Uno dei principi fondamentali [...] sancisce che la forma dell'interazione e il significato degli affetti e delle intenzioni relazionali che regolano lo scambio scaturiscono da un processo co-creativo. I processi co-creativi producono forme uniche di stare insieme in qualsiasi relazione, non soltanto in quella madre-bambino. La co-creazione pone l'accento su cambiamenti dinamici e imprevedibili delle relazioni che sottendono la loro unicità. [...] [Il] concetto di co-creatività non implica né una serie di passi, né uno stato finale; implica piuttosto che, quando due soggetti si coinvolgono reciprocamente in uno scambio comunicativo, non è dato sapere come staranno insieme, né quali sono le dinamiche e la direzione che seguiranno; tutto questo scaturirà soltanto dalla regolazione reciproca. Quindi, mentre possiamo osservare uno scambio avvenuto e descriverlo con una narrazione, dobbiamo renderci conto che prima che esso avvenisse e durante il suo svolgimento, non esisteva alcuna narrazione o matrice a strutturare lo scambio stesso. Cogliere e rispettare questa distinzione, capire cioè che ciò che è accaduto può essere narrato, a differenza di ciò che sta accadendo, comporta conseguenze importanti ai fini della comprensione di ciò che avviene nelle relazioni, compresa la relazione terapeutica.”

“Co-creazione” implica qualcosa di diverso rispetto al più consueto “co-costruzione”?  Sotto molti versi, sembra soltanto il suo gemello, solo più esplicito - (e spregiudicato!) - nel sottolineare l’aspetto d’imprevedibilità creativa, che, tuttavia, in termini più discreti, è già implicito nel più consueto “co-costruzione”.

“Co-costruzione” è termine espressivo, forse utile, ma da … maneggiare con cura a causa della sua indecisa vaghezza. Si fa apprezzare per la capacità di esprimere in modo immediato e concreto una promettente direzione di ricerca attraverso il drastico superamento di assunti  tradizionali diventati obsoleti. Suggerisce, infatti, in un colpo solo, che il comportamento non è prodotto da un apparato psichico o una mente isolata, che la mente non è ristretta e contenuta nella scatola cranica, che mente, vissuto e comportamento si devono spiegare nello spazio aperto dell’interazione tra menti, che intenzioni e significati sono frutto di processi complessi e non effetto di eteree entità mentaliste. Tale ricchezza rischia, tuttavia, la mera assertività, in assenza di un’attenta e falsificabile descrizione congetturale dei processi evocati. Senza una precisa teoria che descriva e spieghi i processi, - io non la trovo! - il termine rischia di restare una réclame autoevidente o un'elegante scatola vuota facilmente usurpabile a schematico slogan, seduttivo ma inconsistente.

“Co-creazione”, il gemello più intraprendente, mostra facilmente i possibili equivoci derivanti dall’insufficiente elaborazione teorica. Bromberg scrive che “che la forma dell'interazione e il significato degli affetti e delle intenzioni relazionali che regolano lo scambio scaturiscono da un processo co-creativo”. Certo! Non si potrebbe però contemporaneamente anche pensare che forma dell’interazione, significato degli affetti e (conseguenti) intenzioni realazionali abbiano un ruolo non secondario nella determinazione del processo stesso? Qualche indizio sulla  solidità di tale congettura non sembra davvero mancare nella messe di dati forniti dalla psicologia scientifica, dalla neuro-psicologia e magari anche da cento anni  di pratica clinica.

Bromberg ha sicuramente ragione nel ritenere che ogni interazione è una singolarità e che, conseguentemente è ragionevole affermare che “...quando due soggetti si coinvolgono reciprocamente in uno scambio comunicativo, non è dato sapere come staranno insieme, né quali sono le dinamiche e la direzione che seguiranno; tutto questo scaturirà soltanto dalla regolazione reciproca”. Certo. A che livello, però, tale asserto deve essere considerato vero? Al livello dell’osservatore-partecipante e, dunque, per quanto attiene alla psicoterapia, a livello puramente tecnico-relazionale? O anche al livello dell’osservatore-scienziato e, dunque, metodologico? O deve essere considerato vero in assoluto e, dunque, a livello teorico più generale? Se l’asserto è inteso come vero dal punto di vista metodologico e teorico, non si sta contemporaneamente negando ogni pretesa scientifica della psicoterapia? Se, infatti, l’esito di un processo è in assoluto imprevedibile, non può essere oggetto di indagine scientifica: la scienza è previsione confermata dall’osservazione. Il dubbio è che i processi evocati siano assai più complessi e il quadro delle variabili assai più intricato.

Bromberg spiega, infine, che “...mentre possiamo osservare uno scambio avvenuto e descriverlo con una narrazione, dobbiamo renderci conto che prima che esso avvenisse e durante il suo svolgimento, non esisteva alcuna narrazione o matrice a strutturare lo scambio stesso”. Sembra evidente! Prima e durante un’interazione non può esistere narrazione possibile di quella interazione. Si può, però, dedurne e concludere che non esisteva alcuna narrazione o matrice a strutturare lo scambio stesso? Questa deduzione è davvero logica? Questi asserti, se intesi in senso forte, non implicano, necessariamente, che l’ADESSO non è in alcun modo determinato dall’ALLORA? In realtà, da molti angolini della biblioteca delle scienze antropologiche  spuntano  indizi che lo “spazio tra le menti”  sia, invece, assai affollato di narrazioni e matrici che strutturano lo scambio. Anche quello tra madre e bambino, per non dire di quello tra terapista e paziente.

A riguardo di molte formule che diventano virali (co-costruzione, co-creazione sintonizzazione emotiva...) sarebbe saggio  interrogarsi sul “chi” e sul “cosa”: chi-co-costruisce-cosa, chi-co-crea-cosachi-sintonizza-cosa ... ? Forse è ingenuo pensare che il “chi” sia semplicemente il “soggetto” o la diade dei soggetti. Il “soggetto” è causa o effetto dei processi? Cos’è un soggetto senza narrazioni? e senza processi?  Se si assume un “soggetto-che-causa-i-processi”, linearmente,  come si può evitare il mentalismo?

 La difficoltà a rispondere a queste domande è buona misura approssimata del lavoro teorico da svolgere prima di poter ragionevolmente canonizzare  una qualsiasi di tali  formule. E’ anche una misura di quanto sia pesante la mancanza di una teoria generale!

Questo testo - qui suddiviso in tre parti - è stato presentato a il 28. 05. 2016 alla SIPRe (Milano).

Molto tempo fa, quando provavo a smettere di essere bambino senza riuscire a essere giàragazzo, mi capitòdi fare una scoperta, che aggiunse uno spicciolo consistente al salvadenaio della mia autostima. Dico scoperta per dire. Erodoto e Tucidide mi avevano preceduto di qualche anno! Ci arrivai da solo,  però. Per me, quindi, fu una scoperta. Ricordate il libro di storia della prima media? Sfogliatelo mentalmente  Sumeri, Assiri, Babilonesi, Egizi, Ittiti, Cretesi, MiceneiOccupavano in fila, uno dopo laltro, il palcoscenico della storia. In ginnasioda capo! Stesso ordine, ma più confuso perchési aggiungevano Kurriti, Mitanni, Cassiti, Elamiti, Amorrei, Ebrei Fu la battaglia di Kadesh a farmici pensare. Ramses combatteva con gli Ittiti, dunque … si mischiavano in guerre, traffici e contese! Chi? Con chi? Quando? Ecco la scoperta. Tirai su un foglio abbastanza grande una linea continua. A sinistra, sotto, scrissi  3000 A.C. e sopra, Sumeri, più sopra Egizi, poi, procedendo verso destra, aggiungevo le date di ingresso e di uscita  degli assiri, dei babilonesi e delle altre culture man mano che la linea del tempo procedeva. Linee continue parallele segnavano la persistenza nel tempo, linee verticali indicavano i contatti, pacifici e non, tra popoli e culture. La sensazione fu di aver fatto chiarezza in tutto quel disordine perché potevo capire, con un colpo docchio, chi, con chi, quando e dove si potevano o dovevano mischiare. Seppi di aver fatto una cosa intelligente quando il professore mi regalòun 8 del tutto inatteso - 8, a quei tempi,  era il massimo; 9 lo avevano dato, forse, a Dante e a Galileo; 10 era riservato a Dio! - e mi mise in mano un libro dalla copertina gialla sulla guerra tra Atene e Siracusa, che aveva appena letto. Quel  libro mi consentì unaltra scoperta: per la prima volta mi resi conto che andare per fratte,  inseguendo la curiosità, èmeglio che seguire il sentiero sicuro del manuale. Da allora mi ècapitato spesso di  dirmi: qui bisogna tirare la linea!.

A riguardo della psicoanalisi mi capitò, la prima volta, sul finire degli anni settanta. Credo  sapete di quello sparuto gruppetto - in tutto non facevamo neanche i dodici apostoli, - che si riuniva a Via Casilina. Il giovedì si tenevano le lezioni. Il martedì, invece, dalle sette e mezzo, si studiava, si parlava, si discuteva e si litigava. A oltranza! In genere, non cera un ordine del giorno, ma anche quando cera, in fondo, si parlava sempre della cosa. La cosa” era la psicoanalisi come devessere. Non sapevamo come doveva essere. Forse pensate che noi giàsi parlasse di soggetto, soggettività, intersoggettività. Non ècosì! Avevamo soltanto  smesso di credere che la psicoanalisi fosse davvero una scienza normale come  si diceva ancora ed eravamo abbastanza certi che la psicoanalisi-comera non era  la psicoanalisi-come-devessere. In quel momento, era giàabbastanza aggrovigliata. Cera la Psicologia dellIo, predominante in Nord America, che si riteneva lo sviluppo genuino della disciplina fondata da Freud. In Gran Bretagna si erano attutite le infinite controversie tra la corrente kleiniana e quella guidata da A. Freud e da Jones e si era sviluppato impetuoso il non lineare contributo dei teorici della relazione oggettuale. In Sud-america, lArgentina era marca  kleiniana. In Francia prevaleva la rilettura lacaniana, mentre in Germania si andavano affievolendo gli echi della Scuola di Francoforte, che tramite Fromm aveva rinvigorito la corrente culturalista americana. Il noto articolo di Hartmann (1950) sullIo, che rileggeva lIo narcisistico del 1914 secondo unaccezione prossima alla nozione di Self, aveva consentito una robusta contaminazione tra la psicologia dellIo e le istanze della relazione oggettuale, promuovendo teorie come quella della Mahler, della Jacobson e di Kernberg, ma, soprattutto, aprendo la strada alla prepotente revisione kohutiana, che minacciava la posizione dominante della psicologia dellIo. In Italia prevalevano le posizioni kleiniane e lacaniane, poiché, a causa del fascismo, per molto tempo gli aspiranti analisti avevano dovuto emigrare a Londra o a Parigi per il loro training. Giungevano anche i segnali dissonanti della non ovvia riflessione bowlbiana.

Questa la situazione. Antecedentemente, nel 1958, si era svolto un importante convegno alla New York University, in cui la natura scientifica della psicoanalisi fu messa al vaglio della filosofia della scienza. Il giudizio degli epistemologi, nonostante la difesa di Arlow e Hartmann, fu inesorabilmente negativo a causa dellimpossibile traduzione operazionale degli asserti psicoanalitici. Rapaport però aveva raccolto la sfida e per due decenni aveva lavorato alla formalizzazione della teoria con lintento di sottoporla a verifica. Il mondo psicoanalitico, però, in quelli anni,  dibatteva piuttosto su tre grandi problemi:

1°. Il primo era stato innescato nel 1946 da Alexander che, con la famosa formula della esperienza emozionale correttiva, aveva lanciato un sasso insidioso quasi quanto quello con cui Davide irrise il gigante filisteo. Lasserto di Alexander non metteva in dubbio soltanto lindiscussa fiducia nella triade interpretazione-insight-cambiamento, ma, evocando un fattore di cambiamento tarato sullesperire invece che sul ricordare, metteva in discussione lintera concezione del metodo e, conseguentemente, la piattaforma teorica su cui il metodo poggiava. La questione si chiuse nel 1961 al Congresso di Edimburgo, con il trionfo del gigante e la restaurazione ortodossa, che sterilizzòil sasso di Alexander con la riaffermazione dellunicità dei fattori attivi conoscitivi nella forma sistematizzata da Eissler (1953) e dai suoi parametri.

2°. La nascita di nuove formule psicoterapeutiche rendeva poco concorrenziale loneroso impianto dellanalisi freudiana e molti analisti si trovarono costretti a modificare il setting, riducendo drasticamente il numero delle sedute e dando vita a quella che sarà chiamata Psicoterapia psicoanalitica. Si aprì così linfuocato dibattito sul rapporto tra psicoanalisi (loro) e psicoterapia psicoanalitica (il bronzo), il cui spessore emerge facilmente, confrontando il famoso articolo di Gill del 1954 e il suo remake di 30 anni successivo.

3°. Infine, la psicoanalisi inglese poneva con forza il problema del self, del mondo interno, dei rapporti oggettuali, ma si preoccupava assai poco del rapporto da stabilire tra queste istanze soggettive  e relazionali, la teoria dei processi e lapparato metapsicologico.

In questa situazione aggrovigliata ci sembrava necessario tirare la linea per mettere ordine nelle cose. Tracciarla però era compito assai più complicato della semplice trovata di fissare la linea del tempo per sistemare Sumeri, Egizi, Babilonesi e Ittiti. Si trattava di disegnare la linea pulita della teoria per giungere più spediti alla psicoanalisi come devessere.

A quei tempi era chiaro che la psicoanalisi aveva tre differenti livelli di teoria: la teoria formale, indicata più spesso come metapsicologia, la teoria clinica o speciale e la teoria della tecnica. La prima èla vera teoria, perchésu di essa poggiano le altre due. Non ci vogliono centinaia di pagine per descriverla: Freud nel VII capitolo dellInterpretazione dei sogni se la cava con poco più di una ventina. Rapaport se ne fa bastare anche meno. Ridotta allosso, la metapsicologia si riduce ai  punti di vista: topico, economico, dinamico, strutturale, cui si deve aggiungere quello genetico, non esplicitato da Freud.  Si tratta di veri punti di vista, che guardano al vissuto e al comportamento dal punto di vista, appunto, della coscienza e dellinconscio (topico), da quello delle energie (economico), da quello delle forze (dinamico), da quello delle funzioni strutturate (strutturale) e, infine da quello del divenire nel tempo (genetico). La metapsicologia, astratta e distante dal vissuto, è poco maneggevole, per capire Giacomo o Maria, per questo la psicoanalisi si era dovuta dotare anche di una teoria di medio livello, detta in genere teoria clinica che, grazie a generalizzazioni più vicine allosservazione e allesperienza, consentiva lapplicazione della teoria generale al caso singolo e al singolo sogno, sintomo o comportamento. Lo sviluppo psico-sessuale, lEdipo, il narcisismo, i meccanismi di difesa, la formazione dei sintomi sono capitoli della teoria clinica, le cui modificazioni o confutazioni,  non toccano  la sostanza della teoria psicoanalitica. Infine, per utilizzare queste teorie in un intervento tecnico controllato, era necessario un ulteriore livello di teoria, il cui nome appropriato era metodo, ma, in genere, veniva indicato come teoria della tecnica.

I tre livelli non sono autonomi; dipendono logicamente l’uno dal’altro. Anzi, a voler essere precisi, tutta la piramide grava su un unico assunto, che si chiama “principio di costanza”, da cui dipende il principio del piacere, che regola l’economia, su cui poggia la dinamica, la quale, a sua volta, regge la topica con  la fondazione sia dell’ inconscio topico che della più tarda struttura tripartita Io, Es e Super-io. Da questa concatenata architettura dipendono tutti i concetti della teoria clinica e, quindi, pezzi da novanta come le nozioni di fantasia inconscia, desiderio inconscio, intenzionalità inconscia, transfert e ancora lo sviluppo psicosessuale, il narcisismo, i meccanismi di difesa e via enumerando. Anche gli elementi essenziali del metodo dipendono dall’insieme del grappolo, perché, soltanto se reggono tutti gli anelli soprastanti, posso  ragionevolmente pensare  che, se rivelo a Maria le sue segrete intenzionalità inconsce, che la costringono a rovinarsi la vita, sarà in grado di smettere di rovinarsela. Ciò equivale a dire che l’assunto tecnico, che si può sintetizzare nella triade interpretazione-insight-cambiamento, presuppone la totalità della metapsicologia.

Oltre allintrico delle differenze di scuola, cerano altri segnali  che suggerivano la necessità di tirare la linea. Erano segnali che vivevo in prima persona perché, avendo dedicato, per la tesi di laurea e la sua pubblicazione, sei anni allo studio storico-critico della teoria freudiana, mi ero andato sempre più convincendo che in quella costruzione le fondamenta non fossero giuste per quella pianta, che la pianta non fosse giusta per quellalzato e che, per muoversi dentro quello spazio concettuale, era necessario ricorrere continuamente a invisibili funi appese al cielo (Dennett). Come non bastasse, giungevano da occidente altri segnali sinistri. Erano tuoni e lampi ancora lontani. Poi fu diluvio! Il lavoro di Rapaport aveva confezionato un imprevisto, involontario siluro  che, armato puntigliosamente da Rubinstein,  aveva colpito  dritto il picciolo che reggeva tutto il grappolo delle tre teorie, segando di netto il principio di costanza e il concetto di energia. Era la santabarbara. Colpita e affondata!

Immagino che qualcuno di voi stia pensando: sì! va bene! Perchéci parli di queste vecchie cose di 40 anni fa… la metapsicologia… la teoria formale … il principio di costanza? Per capire la crisi  che sta facendo a pezzi la Siria mica serve andare giù giù a frugare nelle viscere degli Ittiti! Certo! Eche vorrei farvi toccare con mano lallora  urgente necessità di tirare la lineadapprima per lo sfrangiarsi della teoria in rivoli incomunicanti, poi per il suo crollo catastrofico. Ho, però anche un secondo intendimento. Le teorie sono una bellissima cosa, ma sono anche strani animali con una vita tutta loro e strane abitudini. Tu credi di pensare le teorie, ma èmolto piùvero che le teorie … pensano te. Questabitudine può congegnare trappole pericolose. Temo che, negli ultimi 30 anni, in una di queste trappole la psicoanalisi sia cascata con tutte le scarpe così che, magari anche oggi, quando tutto il mondo sembra diventato relazionale e intersoggettivo, potrebbe essere necessario … tirare la linea.

La banda dei sanculotti di via Casilina giunse presto a stabilire  che, morta la teoria, era certo giusto  piangerla, seppellirla con tutti gli onori per volgersi, però, dopo un congruo lutto ma prima possibile, a tirare unaltra linea, che consentisse di ordinare in modo nuovo le cose. Questo proposito traspare nel nome stesso che si diedero. Oggi è facile. Uno dice Psicoanalisi della relazione ed è qualcosa che va giù tranquilla. Per voi é un nome, che entra leggero nellorecchio, scivola diritto per il nervo acustico e, giunto nella stanza centrale del vostro cervello, entra come uno di famiglia e i vostri gnomi mentali continuano a fare ciò che stavano facendo senza nemmeno badarci. Allora mica era così. Quel nome era una cosa né tonda né liscia. Era una pigna tutta bozzi e punte che quando, scorticando la rampa timpanica, arrivava nella sala comandi, metà degli gnomi incrociavano le braccia e la guardavano con sospetto: e che è sta cosa?.

Psicoanalisi, oggi, ècosa fluida, che ognuno si  puòaggiustare a piacere, come il pongo. Allora era cosa dura, precisa, una sfera di porfido nero. Apparato, energia psichica, realtàpsichica, pulsione, difesa, investimento, controinvestimento, rimozione, Io, Es, Super-io… La sfera non aveva un incavo o un gancio, cui appendere una cosa come relazione. Psicoanalisi” spiegava sogni, sintomi, fantasie e relazioni. Tutto. Specificare Psicoanalisi con un della” poteva significare soltanto lapplicazione della teoria a un oggetto particolare così se si diceva psicoanalisi dei sogni o della relazione, si doveva intendere la procedura di spiegazione di....

Noi perònon sintendeva questo. Quel della” era una specificazione di psicoanalisi, non del suo oggetto. Ed era cosa irriverente e scorretta. Suonava male ed era anche poco presentabile. Per non dire, che relazionesi sapeva mica cosera: non esistevano mappe di relazione.

Discutendo e dibattendo si riuscì a chiarire che non si trattava di spiegare relazione” con psicoanalisi, ma piuttosto psicoanalisi con relazione. Forse non lo sapevamo dire in modo così chiaro, ma a questo si giunse ed era linizio degli anni 80. Cera, infatti, un modo semplice e comodo, per dare un senso presentabile a psicoanalisi della relazione. Bastava accodarsi ai relazional-oggettuali. Facile, accettabile, utile per le … relazioni che contano. Era una strada in discesa, che, però, portava dritta al mentalismo. Cominciavamo, infatti, a capire che la mente, -  ed era lidea di soggettivitàe  intersoggettivitàche cominciava a presentarsi! - non sta nella scatola cranica, èpiùfuori che dentro, ma èfatta di corpo, di neuroni. Di neuroni e di altre menti, che stanno fuori e, per entrare nel dentro” della mente di Sara, devono ridiventare neuroni. I neuroni, però, tirano facile al riduzionismo!

Con il procedere degli anni 80 questo  ci diventava più chiaro e conseguentemente sembrava  logico ci si dovesse rimboccare le maniche  per tirare sul foglio una nuova linea,  coerente con quanto sapevamo del funzionemento del cervello e con quanto le altre scienze delluomo ci dicevano a riguardo dellazione umana. Non era semplice, però, per due motivi. Anzitutto eravamo  impastati nella rete concettuale della teoria classica che, per questo, modellava  i nostri tentativi di ripensamento della teoria  più di quanto noi riuscissimo nel nostro tentativo di modificarla. Adesso èfacile capire  che era lidea stessa  di apparato psichico  a produrre il vischio che ci impaniava. E’ una delle conseguenza delle strane abitudini delle teorie cui prima facevo cenno. Laltro ostacolo invece era connaturato alla teoria  psicoanalitica. A Freud era del tutto estraneo il concetto di soggetto, che, dunque, mancava del tutto nel nostro armamentario. Questo gli impedì (a lui, ma anche a noi!) di assumere un punto di vista organismico, in grado di giustificare dal basso lunità bio-fisio-psicologica del soggetto, che doveva essere garantita invece in termini psicologici, e dunque dallalto, delegando allo psicologico, e dunque a una parte, una funzione che logicamente dovrebbe essere attribuita alla totalità. In un certo senso, tutto il nostro lavoro, nella prima parte degli anni 80, era volto  al tentativo di superare  questi due impedimenti, andando un poalla cieca e risalendo il canalone scivoloso  del concetto di Io, perché,  a causa dellidea di apparato e dellassenza della nozione di soggetto, non potevamo intravedere altra possibilità se non quella di partire dallIo.

La misura e la conta del lavoro compiuto ce la dava il convegno annuale, una specie di seriosa, goliardica, gita fuori porta. Il lavorio confuso di quei fumosi martedì, si coagulava in relazioni scritte, poi presentate e discusse, in una due-giorni di studio, che si svolgeva allinizio dellestate, in luoghi un po'sperduti, in cui elemento ricorrente era la presenza di un lago (Scanno, Ariccia). Erano relazioni corpose, estenuanti. Roba di ore! A rileggerle oggi (tre relazioni sono state fortunosamente ritrovate da Susanna Porcedda in un vecchio faldone dimenticato in cantina!) mostrano  tutta la fatica a superare quei limiti e  il faticoso approdo alla nozione di soggetto. In particolare mi ha fatto piacere ritrovarne una che si chiamava la Fabbrica dei desideri. In modo non del tutto consapevole, era lanticipazione di un punto di vista organismico. Rileggendola, mi sono sorpreso a costatare che non ho fatto altro, in seguito, che sviluppare quello schizzo troppo fantasioso.

 Faticosamente, però, arrivammo al soggetto! Una relazione al primo congresso ufficiale della SIPRe nel 1985 aveva come titolo La rimozione del soggetto nella teoria psicoanalitica” e Il soggetto psicoanalitico è il titolo  di un libretto pubblicato nell  87, che forse detiene il record di libro meno letto della storia.

Mentre noi  cosìsi faticava, accadevano cose importanti. Nel 1982 apparve il saggio di Gill sullanalisi del transfert e nell84 quello sulla psicoterapia psicoanalitica. Furono salutati  con entusiasmo da quanti timidamente cominciavano a pensare al transfert  in termini di interazione. Molto piùtardi, nel 1994, apparve il suo ultimo libro, che non tracciava la linea, ma indicava la direzione. Nel 1983 arrivò, invece,  il libro di Greenberg e Mitchell sulle relazioni oggettuali che legge tutta la storia della psicoanalisi come il lento e tortuoso tentativo di superare il modello pulsionale per approdare a quello relazionale. Secondo Mitchell questa spinta è chiaramente  visibile nelle formulazioni dei teorici delle relazioni oggettuali, che mirano a colmare lo iato tra il modello pulsionale e quello relazionale sino a portare  sul finire del secolo allaffermazione chiara del secondo. 

Un evento si ostinava invece a non accadere: il mondo psicoanalitico mostrava di non aver sentito  le campane a morto  dei rapaportiani e continuava a parlare di pulsione, libido, Edipo, come nulla fosse successo. Nel 1988, però, nella sessione inaugurale di un congresso dellIPA e, quindi, come dire, ex cathedra, Wallerstein, che ne era il presidente, pronunciò la famosa prolusione dal titolo Una o molte psicoanalisi?. Era la risposta, ma  non quella che avremmo sperato. Wallerstein  spiega che la teoria di cui la psicoanalisi ha bisogno è una teoria di basso livello, in grado di elaborare i dati direttamente osservabili nellinterazione terapeutica e questa è anche tutta la teoria che i suoi dati possono sostenere e provare. Nel suo pensiero, tale teoria di basso livello è la teoria del transfert e della resistenza, del conflitto e della difesa. La teoria psicoanalitica èsemplicemente la teoria clinica! La metapsicologia - disse - non èla nostra teoria, ma la nostra mitologia, e non ce nè una sola, ma tante. Così le teorie della Klein e dei post kleiniani, dei relazional-oggettuali, di Kohut e persino dellincolpevole Schafer, (che si era tanto affaticato per propugnare lidea che si dovesse fare a meno, persino, di una teoriuccia piccola piccola!), si ritrovarono promosse al rango di metapsicologie. La prolusione di Wallerstein  chiuse definitivamente il discorso sullesito dellimpresa di Rapaport  e sulla morte della teoria formale. Se qualcosa èmorto fu qualcosa di irrilevante: è morta  una metafora e non c'èbisogno alcuno di tirare una linea nuova sul foglio. Ci basta la teoria clinica. Da allora ogni discorso sulla teoria generale si èdefinitivamente estinto.

Accadevano peròanche altre cose. Dincanto, la psicologia dellIo perse la sicurezza nel suo ruolo di erede autentica della tradizione psicoanalitica. Con la sicurezza e la supremazia perse anche il nome. Analogo destino ebbe la kohutiana psicologia del sé. Perse lo slancio, che ne alimentava una crescita apparentemente irresistibile sino a trasformarsi, in alcune sue componenti, in senso marcatamente relazionale o costruttivista come del resto accadde a consistenti minoranze dellex-psicologia dellIo.

Il concetto di conflitto andòincontro a una rapida eclisse, divenendo sempre più raro nella letteratura e, improvvisa e inattesa, giunse anche una generalizzata preterizione dei concetti pulsionali. Non un dichiarato abbandono, ma una silenziosa e non dichiarata consegna alloblio. La difesa della teoria pulsionale divenne rara, anzi, equivalente ad unauto-dichiarazione passatismo. In questo orizzonte nebbioso, si doveva, infine, registrare lirresistibile ascesa dellintersoggettivismo americano.

Questi inattesi fenomeni non si accompagnarono né ad unanalisi critica delle conseguenze, che il venir meno del quadro pulsionale avrebbe dovuto implicare  per la stragrande maggioranza dei concetti, non solo della metapsicologia, ma anche della clinica, néad una qualunque dimostrazione del fatto che si possa effettivamente espellere la pulsione dal corpo teorico e continuare ad usare concetti come transfert, rimozione, difesa, inconscio, fantasia inconscia. Di fatto la teoria formale  fu relegata in un limbo: nédifesa néconfutata, silenziosamente avvolta nellovatta e dimenticata dietro la convinzione che la teoria psicoanalitica èla teoria clinica nelle varie declinazioni di scuola.

Questa inerziale chiusura dei giochi ha incoraggiato:

1.   il giàrobusto disinteresse degli psicoanalisti e degli psicologi clinici per la teoria;

2.   lidea che i cosiddetti paradigmi siano auto-fondati, auto-giustificati, auto-sufficienti e, persino, equivalenti;

3.   la certezza  che i concetti della teoria clinica siano del tutto validi e che, col ritocco di una qualche  vernice, magari relazionale o intersoggettiva, siano forti e vitali;

4.   la tendenza al fai da tee al taglia e incolla” nella costruzione di personali teorie per  la propria pratica clinica, confidando che esista, da qualche parte, un pavimento, che regge unimprobabile scaffale nei cui ripiani collocare il  ciòche mi piace di Winnicott, di Kohut, di Weiss, di Stolorow o di Mitchell;

5.   la  sicurezza  che lesperienza clinica giustifica l... esperienza clinica! 

Ho detto prima che le teorie possono  architettare trappole in cui si puòcadere con tutte le scarpe. Ecco qui il Dott. Candido e Sara, la sua paziente. Il dott. Candido èuno stimato analista che, come Wallerstein, non nutre dubbi sul fatto che esista una solida teoria psicoanalitica, che da cento anni  trova ogni  giorno mille  inconfutabili prove della realtà del transfert, della resistenza, del conflitto e della difesa. Candido, però, che di Wallerstein èmolto piùgiovane, èconvinto che tale teoria  sia anche in costante, progressivo e positivo sviluppo, come dimostrano i contributi   di Mitchell, di Stolorow, di Stern e di altri autori giustamente noti. Egli apprezza le ricerche  sulla diade madre-bambino e le acquisizioni delle neuroscienze, sopratutto quelle sulla memoria e sui neuroni specchio, che confermano la rilevanza della comunicazione inconscia  e delle costruzioni intersoggettive  che si disegnano nelle sue interazioni con Sara. Già...  Sara! Dopo poche sedute il dott. Candido conosce i fatti piùimportanti della sua biografia, i personaggi e le vicende  della sua famiglia, le scelte di vita, gli studi, il lavoro. Ha un quadro delle sue relazioni, dei suoi problemi, soprattutto di quelli che lhanno indotta a chiedere  una terapia. In questo momento  egli e Sara lavorano su un punto preciso. Sara ha una caratteristica comportamentale e relazionale che, in seduta, essi chiamano distacco, un modo di funzionare che al dottore - come un giorno le ha brillantemente rivelato - ricorda lazione di quello strumento, indispensabile nelle grandi cucine, detto abbattitore. Oggi Sara ha connesso  il suo fungere da abbattitore a  quanto accadeva in lei quando suo padre e sua madre litigavano, poi èpassata a parlare della nascita  del fratello quando aveva 4 anni, e di una malattia della madre quando ne aveva 7. Più avanti, ha fatto un cenno al suo timore nel maneggiare aggeggi elettrici e alla frequente sensazione  di calore umidiccio. Ha anche portato un sogno in cui i suoi vicini di casa litigavano furiosamente.

Il quesito che vorremmo porre al dottor Candido èsemplice: sulla base di che cosa il  dottore pensa che questi disparati elementi  possano essere considerati in qualche modo collegati e, quindi, collocabili nello stesso quadro? perchè crede se ne possano inferire  nessi utili a spiegare la tendenza di Sara a funzionare come un abbattitore? e sulla base di che cosa egli puòavere fiducia nel fatto che gli ALLORAraccontati da Sara possano spiegare il suo ADESSO” e che lADESSO, detto e interpretato alla luce degli ALLORA, possa modificare gli effetti, che da tali ALLORA egli  crede siano stati determinati?

Temo che il dottore,  più che prodursi in una pronta risposta, si stupirebbe della domanda, che giudicherebbe inutile e capziosa a fronte dei cento anni di successi della clinica. La psicoanalisi  ha sempre cercato e  trovato quei nessi, consentendo ai pazienti  di giungere  a profondi insight capaci di promuovere il cambiamento. Ciò ci darebbe il destro  di incalzare il dottore con unaltra domanda a proposito della triade  interpretazione-insight-cambiamento, che sembra affondare radici, tronco e rami nella vetusta e dimenticata metapsicologia. Il dottore, senza certamente negare il valore della triade tradizionale, si affretterebbe, però, a insaporirla con abbondanti spruzzi di ri-vissuto e ri-esperito, con lo spessore degli spazi interattivi di profonda inconscia comunicazione aperti, magari, dalla reverie dellanalista, e con la trasparenza delle costruzioni intersoggettive che riattivano lalloranelladesso dellinterazione transferale.  Eppoi, - potrebbe aggiungere, - cé linconscio, non linconscio rimosso, ma linconscio della memoria implicita” e della esperienza implicita che costituisce il sottobosco non verbale  dei nostri vissuti espliciti e verbalizzati e funge quindi da tessuto connettivo dei nostri meccanismi difensivi come delle intenzioni inconsapevoli che guidano le nostre azioni.

Il fatto èche certamente, prima degli anni 70, il problema del quadro in cui disporre gli elementi disparati  e quello di connettere lALLORA con lADESSO non si poneva. La teoria classica, infatti, poggiava sullassunto della continuitàpsichica, che, per la discontinuitàdella coscienza, diventava la prova dellesistenza di processi psichici inconsci. Su tale assunto era costruito lapparato psichico, il cui primo e generale principio di funzionamento prevedeva che ogni eccitamento attraversasse lapparato, in direzione sia progressiva che regressiva, lasciasse una traccia indelebile. Questa impostazione implica logicamente una concezione fissa e determinata del significato, su cui il dottor Candido dovrebbe, forse, spendere più di qualche dilucidazione. In questo quadro lanalista poteva tranquillamente presumere non solo di poter situare e connettere gli elementi man mano emergenti, ma disponeva anche di  un manuale che gli consentiva di stabilire  il significato dei nessi, i possibili intrecci e persino la loro posizione gerachica cosìche egli poteva procedere strato dopo strato. Il suo lavoro mostrava, così, una tendenziale somiglianza con il processo di  ricostruzione di un puzzle, - per quanto si trattasse di un puzzle assai complicato, - o con uno scavo archeologico, secondo la metafora freudiana, in cui la statua, la colonna o il vaso stavano lì in attesa di essere scoperti ed esistevano  a prescindere dal fatto di essere o no scoperti.

Ma oggi? Certo il dottor Candido ha dismesso il manuale dellapparato. Il guaio è, però, che, con il manuale, è svanita anche la solidità della cornice. La continuitàpsichica, infatti, non èun dato osservazionale. E un postulato necessario della teoria classica, che, naturalistica e deterministica, doveva assumere che i significati possano e debbano essere considerati prevedibili in funzione di sequenze determinate di cause e di effetti, ciò che implica presupporre desideri, intenzioni e fantasie inconsce per non interrompere la catena causativa deterministica. Con la continuitàpsichica, però, viene meno la giustificazione logica di un inconscio che abbia qualche parentela logica e funzionale con linconscio freudiano.

Per mettere insieme lADESSO e gli ALLORA di Sara, il dottore  non puòpiù fare affidamento nésulla continuità psichica nésullormai falsificato asserto secondo cui che tutto quanto accade  èregistrato nella memoria dellapparato reale (i dati sembrano suggerire che soltanto l1% o poco più dellaccadere viene registrato nella MLT!). Non può nemmeno transustanziare linconscio freudiano  nellinconscio della memoria implicita e procedurale per poi attribuirgli, sottobanco, funzioni e caratteristiche proprie dellinconscio dinamico. Per non dire dei fenomeni imbarazzanti che la psicologia scientifica ha scoperto sul funzionamento quantomeno bizzarro della memoria!

E, dunque, che cosa giustifica la sicurezza del dottor Candido e nostra che si possano collocare in uno stesso quadro i disparati elementi  comunicati da Sara? che essi possano fornire significativi nessi per spiegare il suo funzionare da abbattitore?  che il suo ADESSO sia determinato dai riferiti ALLORA e che tutto questo lavoro sulle multiformi memorie del passato possa produrre un cambiamento?

Le credenze del dottor Candido o sono giustificatie da ipotesi suscettibili di verifica o si auto-giustificano o sono assunzioni non giustificate. Il dottor Candido non sembra disporre di giustificazioni basate su ipotesi verificabili, nè il suo metodo può contare su dati che siano  effettivamente dei dati, in grado quindi di giustificare le sie ipotesi e le sue tecniche. Difficilmente egli potrà trovare altra giustificazione che non sia leredità storica, labitudine tramandata della pratica, il senso comune e magari anche il rumore di fondo di un essenzialismo mai morto. Il fatto, però, che, qualunque cosa ne pensi Wallerstein, le teorie cliniche e il metodo sono figli legittimi della metapsicologia freudiana, la quale giustifica i processi inconsci, lintenzionalità inconscia, la fantasia inconscia, il transfert, le identificazioni, le proiezioni, le regressioni, le dissociazioni oggi tanto di moda e anche la triade interpretazione-insight-cambiamento. Il dubbio, dunque, è che la metapsicologia falsificata e dimenticata nel limbo, continui in incognito a giustificare le concezioni e le pratiche della moderna psicoanalisi che lha ha seppellita nelloblio senza preoccuparsi del fatto di poggiare con i piedi e le scarpe su un pavimento che non ha voluto esplicitamente disconoscere per non doverlo sostituire. E la trappola cui facevo cenno, in cui sembra siano incorsi anche gli intersoggettivismi più avanzati. Da questo punto di vista si potrebbe, forse,  dire che le moderne teorie, anche relazionali e intersoggettive, hanno fatto come  Odisseo quando, accecato Polifemo, restò ostaggio dellenorme masso, che occludeva lingresso della grotta. Odisseo trovò la dritta. Giunto il mattino, con i compagni, si abbarbicò al vello delle pecore immani del ciclope e, confuso nella lana del veicolo animale,  sfuggì al tatto del gigante ferito, tornando,  impunito alla nave.

Anche la moderna psicoanalisi prigioniera della caverna naturalista, impotente a sollevare il masso della teoria dei processi,  disarmata dogni strumento, che non fosse la teoria clinico-tecnica, modellata nella  metapsicologia, ha abbandonato la caverna, utilizzando le pecore di Polifemo. Spento locchio della pulsione alla teoria naturalista, si è aggrappata a un certo numero di concetti atti a veicolare esigenze soggettuali, interattive e persino intersoggettive. A fungere da pecore di Polifemo sono stati il transfert, il controtransfert, lidentificazione proiettiva, lintenzionalità inconscia, la fantasia inconscia, lenactment. In tal modo, gli analisti, come Odisseo, si sono aggrappati al vello delle pecore del ciclope per abbandonare, non visti,  la caverna naturalista, in cui Freud era rimasto prigioniero. Odisseo, però, una volta fuori, lasciò gli ovini e corse alla nave; gli psicoanalisti, anche intersoggettivisti, trovano, invece, comodo restare abbarbicati a quella lana e sembra non intendano liberarsi delle pecore, che, come è loro costume, tornano ogni sera allovile, riportando i fuggitivi ignari alla caverna naturalista cui credono ingenuamente di essere sfuggiti! Sono le trappole delle teorie!

Ebbene, proprio come alla fine degli anni 70, sembra necessario tirare la linea, per stabilire sul piano  epistemologico, metodologico e  concettuale le relazioni e le  modalitàdi determinazione dellADESSO da parte dellALLORA.

Il racconto e linterazione di ogni Sara avvengono nellADESSO della seduta e della vita, ma trovano valenza clinica in rapporto agli eventi e alle narrazioni dellALLORA. La teoria classica con la sua articolata architettura di congetture  riguardanti la genesi, lo sviluppo, la struttura e il funzionamento dellapparato, forniva:

 a. la cornice e lo spazio logico in cui collocare e rendere intelligibili le narrazioni, le azioni” e, sotto forma di transfert, anche le interazioni di Sara;

b. un set di regole di trasformazione per leggere le differenti modalitàdi determinazione del passato rispetto al presente;

c. una giustificazione del metodo perchéera la stessa architettura di congetture a giustificare la triade interpretazione-insight-cambiamento.

Non possiamo più contare su tale giustificazione perchéla mente èciò che fa il cervello e il cervello non funziona al modo in cui pretendeva lapparato freudiano. Non si puònemmeno contare  sui dati relativi allefficacia, perchéil verdetto di Dodo” avverte che le terapie funzionano, ma non per i motivi  per cui pretendono di funzionare. Dunque lefficacia non puògiustificare nessuna delle teorie che governano la pratica.

Al posto della robusta continuitàpsichica” possiamo disporre soltanto di una più  labile continuitànarrativa” o biograficache, però, dal punto di vista psicoanalitico, èanche il luogo dellauto-fraintendimento e dellauto-inganno. Possiamo contare anche sulla piùsolida continuità organismica, che ci rassicura garantendo la natura essenzialmente storica di ogni organismo vivente, ma èdi scarsa utilitàsul piano operativo perché  ben poco puòdirci riguardo al modo in cui lADESSO di Sara dipende dai suoi ALLORA. Loggetto, il compito e lo scopo di una teoria generale è infatti questo: spiegare, tramite una rete di ipotesi suscettibili di controllo, il modo in cui  avviene la determinazione dell’ ADESSO” da parte dell’ ALLORA.

Questo compito non puòessere demandato néalle neuroscienze, in una riedizione del riduzionismo ottocentesco, néa una pura ermeneutica dei significati (mentalismo) néa una ossessiva classificazione  statistica delle conseguenze di ogni possibile evento come il comportamentismo cognitivista ha fatto diventare di moda e come il revival del concetto di trauma rischia di reintrodurre in psicoanalisi. Non alle neuroscienze, il cui oggetto éla spiegazione del comportamento in quanto determinato dalla struttura e funzionamento del substrato neurale. Esse hannno lonere di spiegare la  natura prima e il modo in cui essa, nella deriva evolutiva, ha imparato a supportare la natura seconda, ma non possono spiegare questultima, che si pone come loggetto principe del mondo 3 (Popper). Quanto alla nozione di trauma ècerto che un evento puòdeterminare un ADESSO, ma nel senso che puòinfluire sullorganizzazione del sistema impattando con i processi e le regole di relazione e organizzazione di quel sistema, che appunto dovrebbero essere oggetto della teoria. Proprio questo è il compito specifico della psicologia, che studia il comportamento di un soggetto, che emerge dalla deriva evolutiva in una precisa situazione storica e culturale. Più specificamente  èil compito della psicologia clinica, che  dopo un secolo e piùdi psicoanalisi e di pratica clinica, possiede una massa non trascurabile di conoscenze, inferenze, generalizzazioni e concettualizzazioni, che pertengono, però, a orizzonti teorici discontinui, falsificati (teoria freudiana dellapparato), pertinenti a territori teorici disparati  o mediati da ambiti non coerenti tra loro come accade per  i dati delle neuroscienze o per quelli dellinfant research e della tradizione bowlbiana e neo-bowlbiana.

Non so tirare la linea, ma negli anni impiegati a scivere La mente del corpo” ho esplorato il territorio di una costruenda teoria soggettuale e intersoggettuale dellazione del soggetto, individuando i punti chiave, che la conformazione del territorio candida a essenziali punti di orientamento per la sua costruzione, e conducendo una prima raccolta dei dati che possono fungere da indicatori del percorso. Da questo lavoro ho tratto la convinzione che, dopo 40 anni di traversata del deserto, la formulazione di una nuova teoria generale sarebbe impresa possibile, se non ci fosse  una nutrita serie di ostacoli da superare.

Il primo e piùgrave ostacolo èla convinzione degli analisti che non ci  sia necessitàalcuna  di tale teoria, che il ventaglio di teorie di cui disponiamo  sia ampio, ricco e adeguato. La seconda difficoltà, affine alla prima, èla consolidata convinzione che la seduta sia contemporaneamente il luogo della cura, della ricerca e della prova, che i dati della  seduta siano dei veri datie che, dunque,  la teoria clinica sia autosufficiente, autofondata e persino empiricamente costruita e validata.

Questi ostacoli di tipo, direi, ideologico  sono difficilmente superabili, ma, nel contempo, sembra essersi addolcito quello che fino a tempi assai recenti era lo scoglio più insormontabile. I rapaportiani fallirono nel loro tentativo di riformulazione a causa della nozione di fantasia inconscia, che sembrava indispensabile per la spiegazione dellintenzionalità inconscia. Gill e Klein, che a quel concetto non sapevano rinunciare, si consegnarono alla Scilla mentalista, mentre Rubinstein,  con la sua impostazione neometapsicologista  e neurofisiologista, finì nelle braccia della Cariddi riduzionista. Oggi, per quanto non se ne parli, èancora così. Nel panorama della psicoanalisi degli ultimi decenni, infatti, le avanguardie intersoggettive e relazionali hanno raccolto la bandiera dellalternativa psicologica, sollevata da Klein e Gill. A essi si contrappongono quanti, cercando un sostituto biologico sostenibile per la falsificata biologia freudiana, si raccolgono dietro la bandiera, che fu di Rubinstein, impugnata in modo esplicito dalla neuro-psicoanalisi e da quanti si affidano in modo diretto alle neuroscienze.

Alla radice del problema, cera proprio  lassenza nellarmamentario concettuale di Freud della nozione di soggetto, che lo costringeva a risolvere  il problema della continuità del vissuto in termini psicologici alti e, dunque, in termini di continuità psichica e in termini di desideri, fantasie, intenzioni inconsce. Questa necessità oltre che al mentalismo  porta anche a un paradosso logico. Se per spiegare il comportamento di Maria introduco sotto qualche forma unintenzione inconscia, sto introducendo intelligenza” per riempire i buchi di non conoscenza a riguardo del processo reale, che genera il comportamento che sto spiegando. Questa intelligenza introdotta nella testa di Maria si rivela una proiezione, dellintelligenza, che emerge in Maria come effetto dellazione e del funzionamento della sua totalità, cioèdellinsieme dellattività del suo sistema organismico-soggettuale. Se, nella costruzione della teoria e nella spiegazione del comportamento di Maria, tale effetto della totalità di Maria è considerato causa di uno specifico comportamento, si èimplicitamente provveduto a miniaturizzare la totalitàdi Maria e a collocare questa piccola Maria omuncolare tra i processi, che dovrebbero determinare proprio leffetto che mi ripropongo di spiegare. In sintesi, si ètrasformato leffetto in causa e la totalità – mentalizzata e omuncolarizzata  – in un pezzo del processo.

La nozione di soggetto puòfarci scivolare indenni tra mentalismo e riduzionismo consentendo di riconoscere che la contrapposizione, per oltre mezzo secolo considerata insanabile tra biologia (pulsione) e relazione (soggettivitàe intersoggettività), rispecchia, una caratteristica essenziale delloggetto stesso di una psicologia clinica. Tale oggetto non puòessere, infatti, se non lazione umana soggettiva e intersoggettiva, che, assunta nella sua complessità, esige la coniugazione, in un modello unitario, della natura prima e della seconda, della linearità e della circolarità, dei processi e dei significati.

La nozione di soggetto consente lassunzione di un punto di vista organismico in grado di supportare una teoria dellazione che, situata nella deriva evolutiva sia per quanto riguarda la selezione dei geni sia per quanto riguarda la selezione dei memi, puòconnettere lanalisi processuale dal basso con lanalisi della narrativa dallalto. La prova del nove della praticabilitàdi questo approccio èdata dalla possibilità  di impostare in modo nuovo il problema dellintenzionalitàinconscia, superando lo scoglio della fantasia inconscia e il suo insuperabile rimando mentalistico. Non ho il tempo e lo spazio concettuale  per descrivere il modo in cui questo ostacolo possa essere superato. Basteràosservare che tutti gli organismi dal paramecio allo scimpanzé, sono intenzionali e lo sono senza bisogno alcuno di formulare intenzioni. Homo appartiene alla classe degli organismi soggettuali e ne condivide le caratteristiche e le funzioni. Egli, grazie alla lingua, sa formulare e costruire simbolicamente intenzioni riflesse, esplicite e comunicabili, exattando, direbbe Gould, lintenzionalitàpiù ampia dellorganismo. Il fatto peròche egli possa esprimere intenzioni consapevoli non implica che tutte le sue azioni  presuppongano unintenzione. Poggiando su quanto la ricerca neuro-psicologica ci ha consentito di apprendere sul sistema delle emozioni, sul suo ruolo nel processo di valutazione\attribuzione di significato,  sulla sua continua attivitàdi  scansione dei pattern percettivi in entrata e dei risultati dellazione in uscita, è possibile pensare a una  intenzionalità senza intenzioni. Si puòcioéipotizzare che la costante processazione in sequenze di valutazione-previsione, in ragione di un significato corporeo ed emozionale, costituisca il nostro meccanismo organismico-processuale di guida nella costruzione del mondo e del me nel mondo e la matrice da cui emergono le effettive intenzioni sia quelle dette e formulate in modo consapevole sia quelle non dette, che innervano silenziosamente il comportamento e le azioni. Questo elementare meccanismo è intenzionale nel senso che seleziona e sceglie in rapporto al risultato. Un osservatore esterno potrebbe anche descrivere lazione conseguente in termini  di intenzioni o di fantasie. Per esempio, la percezione di una certa contrazione dei muscoli facciali, che riattiva la memoria di uno stato del corpo sperimentato, può innescare unaspettativa emozionale negativa e motivare inconsapevolmente unazione di evitamento. Tutta la sequenza èfacilmente descrivibile con un enunciato del tipo quando x allora y, dunque con una teoria o fantasia, che tuttavia sarebbe propriamente effetto, non causa dellazione del soggetto.

I dati e gli elementi che consentono  di riformulare in termini processuali nériduzionisti némentalisti il problema dellintenzionalitàinconscia  permettono  di sperare di porre rimedio anche alla perdita del piùsostanziale vantaggio   della teoria classica, andato perduto nelle concezioni teoriche correnti. La maggior virtùdella teoria classica consisteva nel fatto che essa disponeva di una rete di concetti (carica, controcarica, fissazione, condensazione, spostamento, rimozione, regressione, isolamento) sufficientemente bassi, neutri e lontani dal vissuto esperito, che le consentivano di congetturare i processi, in modo relativamente indipendente dai contenuti. Le teorizzazioni cliniche successive, per la caduta del modello pulsionale, hanno dovuto lasciare cadere i concetti processuali, ritrovandosi:

  • a non possedere più dei concetti abbastanza bassi da un punto di vista gerarchico e abbastanza  neutrali rispetto alla fenomenologia dei vissuti;
  • a dover tuttavia mantenere  concetti come identificazione, proiezione, regressione, transfert, fantasia inconscia, difesa, che dai concetti processuali traevano, però, la forza e la rilevanza;
  • a dover conseguentemente privilegiare i contenuti scambiandoli spesso per processi come avviene in modo trasparente  nel caso dellidentificazione proiettiva, nel revival  delle spiegazioni traumatiche e, più in generale, nelle visioni teoriche fondate su gerarchie di bisogni o di motivazioni.

Torniamo a Sara. In seduta  ciòche si passa èun flusso di narrazioni, interazioni e narrazioni di interazioni, verbalizzate o no. Tale flusso non èoggettivato da un osservatore  terzo, neutrale - (fosse anche locchio di una telecamera!), - ma èinvece soggettivizzatodal flusso dei vissuti dei due attori che lo vivono dal loro interno. Conseguentemente ogni narrazione è una costruzione soggettiva nel narrante e nellosservatore e ogni interazione èuna costruzione intersoggettiva dei due attori. Sia le costruzioni soggettive dei due narranti e osservatori sia le loro costruzioni intersoggettive avvengono nellADESSO. Dove sta lALLORA  in tale adesso e in che modo  modo lALLORA  ha determinato lADESSO?

Sembra non possiamo piùaspettarci di trovare un ALLORA conservato immutato e immutabile, come la mummia di Ramses, in qualche angolino della mente o del cervello. Un tale ALLORA non puòessere néraggiunto nériesumato némodificato perché, in quanto fatto, non esiste più e, dunque, come amavano dire i Greci, non lo possono cambiare neanche gli dei!. LALLORA ènellADESSO, nelle  conseguenze che determinano questo ADESSO e non un altro e, dunque, esiste e agisce nei vincoli e tramite i vincoli  che determinano lADESSO. I vincoli fanno sì che Sara e il suo terapista non ripropongano ADESSO un vissuto soggettuale, una configurazione relazionale, dei significati, delle intenzioni, delle immagini, delle emozioni di ALLORA. Essi non costruiscono né soggettivamente né  intersoggettivamente nessun ALLORA. Essi vivono ADESSO la configurazione relazionale, il significato, le intenzioni, le immagini, le emozioni di ADESSO,  perché i vincoli costruiti nei rispettivi ALLORA  consentono di vivere questo ADESSO e non un altro. In questo modo complesso lALLORA determina lADESSO. In modo altrettanto complesso lADESSO  può anche modificare lALLORA, non entitativamente e direttamente, ma attraverso NUOVI ADESSO che possono relativizzare  o sminuire la forza dei vincoli creati dallALLORA mediante nuovi vincoli creati dallADESSO.

Se lALLORA esiste nei vincoli che determinano lADESSO, si potrebbe formulare e formalizzare un concetto di vincolo a indicare un nesso stabile tra un elemento somatico-valoriale e un elemento simbolico-rappresentazionale. Tale nesso limita il ventaglio delle azioni possibili del soggetto o, persino, prescrive o inibisce una specifica azione.

Per elemento somatico-valoriale” intendo un qualunque evento corporeo che, per il suo valore edonico positivo o negativo, può fungere da marcatura qualificante e, dunque, si tratta essenzialmente delle sensazioni della diade piacere-dolore e delle cosidette emozioni primarie (rabbia, paura, tristezza, gioia, sorpresa, disgusto,)  da cui con lo sviluppo si specificheranno quelle secondarie (allegria, ansia, vergogna, gelosia, invidia, speranza, rimorso\senso di colpa, rassegnazione, perdono, offesa, delusione, disprezzo) sino ai sentimenti.

Per elemento simbolico-rappresentazionale” intendo, invece,  un elemento narrazionale che ha lasciato una memoria consapevole o inconsapevole e puòessere richiamata da uno stimolo. Lo stimolo può essere  percettivo, (un oggetto, limmagine (grafica, fotografica...) di un oggetto, un odore, un colore, il timbro di una voce, una parola o una frase detta, udita o letta, il tono di una voce.....), simbolico (il simbolo percepito di qualcosa che èstato  antecedentemente percepito), onirico (un sogno, il ricordo di un sogno, il racconto di un sogno), pensato, immaginato. Puòessere semplice e diretto come in tutti i casi precedenti, o complesso e articolato (una scena, una situazione, un ambiente, un compito, un dovere, un ordine, unaspettativa, unattesa...). Puòessere  qualcosa che sta avvenendo qui e ora, qualcosa che avverrà, qualcosa che forse accadrào che sicuramente accadrào che temo possa accadere. In ogni caso si tratta di un evento che interviene nel flusso dei vissuti e che,  direttamente o indirettamente, ha o puòtrovare un antecedente  nel vissuto pregresso.

Un vincolo sarebbe in sintesi uno schema fisso anticipatorio di emozione-azione, che in virtùdella marcatura emozionale, limita il ventaglio  delle azioni possibili e anzi, spesso, prescrive una risposta o la inibisce, ponendosi anche come un attrattore sul piano logico, analogico o metaforico.

Un costrutto come questo si propone come una forma neutra, indipendente dal contenuto,  ma capace tuttavia di esprimere qualunque contenuto, collocabile ai vari livelli della stratificazione del vissuto in  senso sia temporale che funzionale e capace dunque di funzionare come mattone nelle costruzione di  più complesse reti di vincoli. Da questo punto di vista  il concetto di vincolo sembra in grado di unificare i territori che nella teoria tradizionale erano suddivisi tra i concetti di transfert, difesa e resistenza. Mi piace sottolineare che questo concetto, seppure in termini diversi, insiste sullo stesso tema su cui si affaticò Rapaport per oltre venti anni con il suo lavoro e con il continuo richiamo alla necessità di definire formazione, nutrimento e cambiamento delle strutture.

Prima di finire devo assolvere un compito. Il dott.  Candido, raccomandandomi di salutarvi, mi ha pregato di dirvi di non badare troppo ai peli nelluovo che il dottor Scano ama seminare e di rallegrarvi, invece, del fatto di possedere la migliore delle teorie possibili, che, dice, è cosa di grande aiuto nel lavoro clinico. Sara è una paziente e non mi ha consegnato messaggi, so però che, se avesse potuto,  mi avrebbe chiesto di dirvi che il dottor Candido è certamente una splendida persona  voi peròragazzi bisogna vi diate da fare!.

Là, innanzi a noi, c’è un paziente. Pensiamo a Sara o a Giuseppe. Già dopo i primi colloqui, giungiamo a conoscere i fatti più importanti della sua biografia, i personaggi della sua famiglia, le scelte di vita, gli studi, il lavoro. Ci facciamo un quadro delle sue relazioni, dei problemi -  soprattutto di quelli che lo hanno indotto a chiedere  una terapia - eventualmente dei suoi sintomi. Oltre a questi dati, avremo anche una certa percezione del suo mondo interno, del suo paesaggio emozionale, delle sue modalità e difficoltà affettive e, oltre a queste valutazioni inferite dal suo raccontarsi,  avremo, in maniera  forse assai meno consapevole, anche una serie di impressioni  derivate dal suo modo di proporsi, dai suoi atteggiamenti, dal modo di esprimersi, dalla sua immagine complessiva, dalla sua  espressività mimica, dal suo concreto proporsi innanzi a noi. Presumibilmente avremo anche la disponibilità di unaltra serie di dati di diversa natura e cioè linsieme delle risposte, consapevoli e non, suscitate nel nostro vissuto dai racconti e dalle nostre percezioni del suo raccontarsi complessivo. Potremo considerare questo primo mucchietto di percezioni e conoscenze come una sorta di fotografia, che, per definizione, sappiamo inadeguata, provvisoria, sotto molti aspetti anche ingannevole e comunque incompleta.  Man mano che le sedute si susseguono molti aspetti della fotografia si precisano. Emergono eventi e personaggi nuovi che intervengono nella narrazione. Lentamente si definiscono meglio molti aspetti, ora luno ora laltro, del suo profilo complessivo. Una relazione terapeutica, però, non ha uno scopo primariamente conoscitivo. Non lavoriamo per produrre una fotografia sempre più accurata e precisa, anche se naturalmente avviene anche questo. La sequenza dei racconti va a salti e a strappi, guidata dal concreto accadere (fatti, eventi, problemi, sogni, auto-percezioni, auto-valutazioni, stati danimo) e dal susseguirsi dei vissuti sia esterni che interni alla terapia. A margine di questo fluire il paziente porterà nuovi racconti o magari racconti differenti di eventi già raccontati, sogni, associazioni, ricordi, fantasie.

Ora il problema è: abbiamo un telaio o una cornice in cui disporre questi elementi più o meno coerenti  e che tipo di nessi (fattuali? semantici? associativi? causali?) possiamo stabilire tra i vari elementi disposti nel quadro? Cosa ci autorizza, per esempio, a pensare che un certo evento accaduto, supponiamo, quando il paziente aveva due anni, possa avere qualche significativa  relazione causativa con un tratto caratteriale o comportamentale del paziente o con un sintomo e che un determinato sogno, che interviene in una certa seduta,  possa essere connesso a quellevento e a quel tratto?  Ancora meglio: supponiamo che in un certo frangente della terapia stiamo lavorando su un punto preciso, per esempio, su una caratteristica comportamentale e relazionale del paziente che, nel linguaggio condiviso con lui, chiamiamo distacco oppure raffreddamento emozionale, una tendenza che ricorda lazione di quello strumento, divenuto indispensabile nelle grandi cucine, che chiamano abbattitore. Cosa ci autorizza a ritenere che un certo evento di quando egli aveva due anni, la nascita di un fratello quando ne aveva quattro, una malattia della madre quando ne aveva sette, unosservazione espressa recentemente a riguardo del suo timore nel maneggiare aggeggi che hanno a che fare con lelettricità, la frequente sensazione  di calore e di sudore umidiccio, il sogno che ha appena raccontato possano essere considerati elementi in qualche modo collegati e collocabili, quindi, nello stesso quadro in modo tale che si possano inferire  nessi che ci spiegano  il suo distacco e la sua tendenza a funzionare come un abbattitore?

Per Freud e, in generale, per la psicoanalisi sino agli anni 70 il problema non si poneva. La teoria classica, infatti, poggiava sullassunto della continuità psichica, che, anzi, a fronte dellevidenza osservazionale della discontinuità della coscienza, diventava la vera prova del nove che giustificava lasserto dellesistenza di processi psichici inconsci (1). Su tale assunto era costruito lapparato psichico, il cui primo e generale principio di funzionamento prevedeva che ogni eccitamento attraversasse lapparato in direzione sia progressiva che regressiva - (da P a M e da M a P, nello schema del VII Cap.) - lasciasse una traccia indelebile e, dunque, almeno in teoria, recuparabile. Questa impostazione implica logicamente anche una concezione fissa e determinata del significato, perché come sottolineava Rapaport il significato di un qualunque elemento del vissuto dovrà, infatti, situarsi e definirsi sulla base della continuità psichica, perché, quando ci chiediamo a proposito di un sogno o di un sintomo: che significato ha?altro non intendiamo dire se non: in che modo questo sogno si adatta alla continuitàpsichica dellindividuo che lo ha sognato?.

In questo quadro teorico lanalista poteva tranquillamente presumere non solo di avere una cornice in cui situare gli elementi man mano emergenti, ma, in virtù delle leggi di funzionamento dellapparato,  aveva anche  un manuale che gli consentiva di stabilire  la tipologia dei nessi, le modalità del loro funzionamento e persino una catena gerarchica di funzionamenti (meccanismi di difesa e sviluppo della libido), che gli consentiva di procedere strato dopo strato. In un certo senso  non solo aveva la sicurezza di poter collocare gli elementi   entro la stessa cornice, ma il suo lavoro mostrava una tendenziale somiglianza con il processo di  ricostruzione di un puzzle, - per quanto si trattasse di un puzzle assai complicato, - o con uno scavo archeologico, secondo la metafora freudiana, in cui la statua, la colonna o il vaso stavano lì in attesa di essere scoperti ed esistevano  a prescindere dal fatto di essere o no scoperti(2).

Oggi le cose sono assai cambiate. Abbiamo perso il manuale” duso dellapparato e del suo funzionamento ed è svanita anche la solidità della cornice della continuità psichica, che non è un dato osservazionale, ma un postulato esigito dalla struttura della teoria classica. La necessità di tale postulato, infatti, non è né assoluta né necessaria per ogni teoria psicologica. Lo è soltanto per una teoria, che, come quella freudiana, intenda costruirsi come naturalistica e deterministica e in cui, dunque, i significati possano essere considerati prevedibili in funzione di sequenze determinate di cause e di effetti, ciò che, in assenza di una determinazione cosciente, a causa della frammentarietà e lacunosità della coscienza, porta necessariamente a presupporre processi psichici inconsci per non interrompere la catena causativa deterministica.

E dunque che cosa ci può consentire di collocare entro la stessa cornice gli eventi della biografia di Sara o di Giuseppe, un evento successo una settimana fa, quel sogno vecchio di tre mesi e quello che mi ha appena raccontato? E sopratutto che cosa può garantirci che il significatodi un evento di allorasia stato quello che noi gli attribuiamo  adesso” e che si possa stabilire un nesso tra quel significatoe quello che attribuiamo a un tratto, a un comportamento  o a un vissuto attuale? Se né la  continuità psichica né lormai falsificato asserto secondo cui  tutto quanto accade  è registrato nella memoria dellapparato reale (i dati sembrano suggerire che soltanto l1% o poco più dell’esperito viene registrato nella MLT!)  possono soccorrere la nostra fiducia nel poter considerare tutti i dati e tutte le comunicazioni di Sara o di Giuseppe come appartenenti  allo stesso registro, a che cosa potremo rivolgerci?

Se corriamo al cassetto, in cui conserviamo le nostre vecchie foto, sappiamo  che quel bimbetto di 6 mesi sorridente chissà perché, quellaltro un pò cresciutello di due con quello strano boccolo in cima alla testa, quel compunto ragazzino con la fascia da prima comunione e  i primi pantaloni lunghi, quel ragazzotto sedicenne che sembra mimare un attore hollywoodiano, quellaltro più maturo, ma con locchio acceso dalla baldoria alcoolica  del pranzo nuziale testimoniano e fissano  tutte  frazioni temporali datate di uno stesso continuo Io-me. Sebbene non di tutte queste immagini conserviamo anche il sonoro” del vissuto, che ci consenta di sentirci dentro” al film, di cui quelle foto sono un fotogramma, siamo convinti che quello ero\sono Io. Allo stesso modo assumiamo che i fatti e i frammenti ricordati della storia di Sara si collochino in una continuità e appartengano alla stessa linea continua dellIo-me di Sara. Questo, però, è un fatto più che altro di senso comune, la cui verità,  per un verso certo innegabile,  si dimostra tuttavia superficiale e assai falsificabile, come dimostrano cento e più anni di psicoanalisi.  Del resto, per dare sostanza alla fragilità di questa dubbia convinzione è sufficiente correre a un altro cassetto, quello in cui conserviamo gli ingialliti quaderni dei nostri diari giovanili e le agende degli anni più maturi. Se apro una pagina a caso del mio diario del 1967 e comincio a scorrerla, posso avere la poco confortante impressione di trovare che leggere  e capire un mio scritto di quando avevo 21 anni non è poi molto diverso dal leggere e capire una pagina del Ritratto dellartista da giovane (Joyce) e che, dunque, quellIo-me non è poi così…ovviamente Io-me!

La letteratura non sembra dare molto peso a questo interrogativo, anzi, paradossalmente gli dava più peso prima degli anni 60\70 quando ancora vigevano la continuità psichica e la completezza del database dellapparato, che non dopo, quando il problema si è ufficialmente aperto. I motivi? La psicoanalisi è essenzialmente una pratica clinica e i clinici  hanno poco tempo e poco interesse per  lindagine storico-critica e teorico-critica e, del resto, il soggetto che sta innanzi a me sulla poltrona o sdraiato sul lettino, è seduto o sdraiato sul sacco della sua storia e, anzi, egli è la sua storia” sin dai primi casi clinici di Freud: egli é tutta la sua storia anche quella negata o rimossa. Leredità storica (anche quella che mutua dalla continuità psichica), labitudine tramandata della pratica, il senso comune e magari anche il rumore di fondo di un essenzialismo mai morto, perché scritto profondamente nel sotto-codice della cultura occidentale, possono facilmente fornire la nebbia che può gentilmente esorcizzare i contorni del problema. Eppoic’è comunque  linconscio, che, ai molti servigi resi allanalisi clinica da fine 800 ad oggi, sembra aggiungere  anche quella di poter fungere da terreno portante di una supposta, preconcetta, non detta, non definita, generica continuità psichica, sopratutto da quando il terreno dellinconscio” ha cominciato a meticciarsi con quello dellimplicito. Sembra infatti di cogliere sempre più frequentemente la convinzione  che la distinzione tra memoria implicita\esplicita, possa facilmente con-fondersi con quella tra esperienza implicita\esplicita e questa sovrapporsi alla contrapposizione verbale-non verbaleprestandosi a porsi come una formulazione post-energetica e moderna della processualità primaria e secondaria, (come in Loewald) in cui esplicito e verbale si sovrappongono a conscio e implicitonon verbale  si sovrappongono a inconscio (o a almeno a non-conscio” (3).

Operazioni di meticciato trasformista come questa non sono nuove. La psicoanalisi, infatti, nel rincorrersi delle concezioni e dei paradigmi ha sempre preferito ridefinire i suoi concetti, mantenendo fissa una forma di teoria, che, con la sua apparente invarianza,  si presta amabilmente a garantire una immagine di coerente sviluppo e di continuità  della disciplina (4).

In cerca di  chiarezza e anche di semplicità torniamo al paziente che abbiamo supposto seduto o sdraiato innanzi a noi: il suo raccontare avviene nellADESSO, ma si riferisce per lo più e, sotto molti aspetti inesorabilmente, a un ALLORA prossimo o remoto. Noi, però, per collocare gli elementi del racconto e stabilire nessi tra i dati delle sue narrazioni e tra lADESSO e lALLORA, non possiamo contare sulla continuità psichica o sulla registrazione indelebile delle sue memorie e nemmeno sul suo generico inconscio.  La cornice e il telaio di cui possiamo disporre è più labile perché costituita essenzialmente dalla semplice continuità narrativa” o “biografica” che, però, è anche il luogo dellauto-fraintendimento e dellauto-inganno  dal punto di vista della psicoanalisi. Sottostante alla continuità biografica c’è una più solida e obiettiva continuità organismica, che ci rassicura ancorandoci alla più generale legge della biologia secondo cui il biologico è essenzialmente storico, legge che ci induce a ritenere comunque, che, nella storia di Sara o di Giuseppe, l ADESSO dipende comunque dall ALLORA”. Più solida ma assai poco praticabile in modo operativo perché il modo in cui si concretizza e realizza  la dipendenza dellADESSO dallALLORA ci risulta oscuro e anzi il rapporto tra lALLORA e lADESSO è proprio il punto focale della teoria di cui avremmo bisogno, ma che sfortunatamento  manca alla nostra cassetta degli attrezzi.

In termini molto generali, possiamo certamente stabilire che:

1.   oggetto della teoria-teoria sono le leggi che regolano la determinazione delladesso da parte dellallora in ragione delle regole di funzionamento del sistema orgaanismico-soggettuale. Un evento  (traumatico o no), infatti può organizzare un comportamento nel senso che, detto alla grossa, può avere come esito uninibizione o prescrizione nel comportamento del soggetto  o può attivare  risposte, che, a loro volta, possono delimitare un ventaglio di comportamenti o possono anche coattivamente prescriverne uno solo, ma ciò può dirsi appunto solo alla grossa. Una teoria dovrebbe formulare ipotesi operative sul come ciò avvenga. Se si volesse essere precisi, si dovrebbe dire che un evento, in realtà, non può organizzare un sistema; può influire sullorganizzazione del sistema impattando con i processi e le regole di relazione e organizzazione di quel sistema, che appunto dovrebbero essere oggetto della teoria.

2.   Oggetto della teoria clinica sono, invece, le generalizzazioni di massima che losservazione della casistica consente di fare a riguardo delle classi di conseguenze che lallora determina nella conformazione delladesso del sistema, sulla base delle regole di funzionamento della classe  o sottoclasse dei sistemi complessivi in esame.

3.   Oggetto del metodo è, infine, la ricerca delle procedure guidate da 2 e spiegate da 1 per modificare le conseguenze dellallora sulladesso.

Dopo un secolo e più di psicoanalisi e di psicoterapia, sappiamo molte cose su ognuno di questi tre punti, ma si tratta di conoscenze, inferenze, generalizzazioni e concettualizzazioni pertinenti a orizzonti teorici o falsificati (teoria freudiana dellapparato), o parziali o discontinui o persino pertinenti a territori teorici disparati  o mediati direttamente da ambiti non coerenti tra loro come accade per  i dati delle neuroscienze o per quelli dellinfant research e della tradizione bowlbiana e neo-bowlbiana.

Con questo seppur scarno orientamento torniamo al paziente che abbiamo di fronte. In seduta, tra me e lui o lei,  ciò che si passa è un flusso di narrazioni, che sono anche interazioni e narrazioni di interazioni, verbalizzate o no. Tale flusso, punteggiato dalle cesure delle sedute e da altre cesure, meno appariscenti, allinterno della seduta, non è oggettivato da un osservatore  terzo, neutrale (quale potrebbe essere anche locchio di una telecamera), ma è invece soggettivizzato dal flusso dei vissuti dei due attori che lo vivono dal loro interno. Conseguentemente ogni narrazione è una costruzione soggettiva nel narrante e nell osservatore e contemporaneamente ogni interazione è una costruzione intersoggettiva dei due attori, infatti nellanalisi del flusso possiamo assumere, accanto al punto di vista soggettuale, anche un punto di vista intersoggettuale.

Sia partendo dal primo che dal secondo punto di vista, non dobbiamo aspettarci di cercare e trovare un ALLORA conservato immutato e immutabile in qualche angolino della mente o del cervello. Un tale allora non può essere né raggiunto né riesumato né modificato perché, come amavano dire i Greci, i fatti non li possono cambiare neanche gli dei!. LALLORA non è in un sacrario nascosto: lALLORA è nellADESSO attraverso le sue conseguenze che agiscono nellADESSO e, concretamente, è nei vincoli che lALLORA ha generato e che determinano lADESSO. I vincoli fanno sì che Sara non riproponga adesso un vissuto soggettuale, una configurazione relazionale, dei significati, delle intenzioni, delle immagini, delle emozioni di ALLORA e non costruisce  intersoggettivamente con il terapista nessun ALLORA, ma  vive ADESSO la configurazione relazionale, il significato, le intenzioni, le immagini, le emozioni di ADESSO,  perché i suoi vincoli costruiti nei suoi ALLORA  consentono di vivere questo ADESSO e non un altro. E in questo modo complesso che lALLORA determina lADESSO. In modo altrettanto complesso lADESSO  può anche modificare lALLORA, non entitativamente e direttamente, ma attraverso NUOVI ADESSO che possono relativizzare  o sminuire la forza dei vincoli creati dallALLORA mediante nuovi vincoli creati dallADESSO. 

Per poter guardare correttamente a questa modalità complessa di determinazione  dellADESSO da parte dellALLORA possiamo pensare a ciascuno dei due attori come a una totalità soggettuale, la cui azione complessiva è governata e modulata da una serie ordinata di filtri. Nel caso del terapista (partendo dallalto) i filtri sono teorici, teorico-clinici, tecnici, personali (il più noto è quello che si chiamava equazione personale per la cui esplicitazione e autoconsapevolezza si richiede appunto lanalisi didattica) più in fondo poi gli analisti tendono a collocare, per abitudine secolare, quello cui fanno riferimento come linconscio. Se osserviamo il terapista, dando priorità al suo Io osservante, la pila dei filtri può essere elencata nellordine che è stato detto, se guardiamo a lui come totalità soggettuale interagente dobbiamo rovesciare la pila e partire dal basso: inconscio, equazione personale, tecnica, teoria clinica, teoria-teoria.

Guardiamo adesso a ciò che gli analisti chiamano appunto inconscio. Questo tradizionale inconscio, (che era concepito come una matrice di desideri, difese, fantasie variamente  combinate per spiegare lazione o la non azione di Sara o di Giuseppe e comunque i vissuti interni e privati), può essere operazionalmente  inteso come una complessa rete di vincoli, che in vario modo determinano (o influiscono su) lazione dei filtri soprastanti,  per esempio attrraverso la percezione, la memoria, la selezione, lattribuzione di importanza  a questo o a quello elemento...

Unimmagine concreta dellazione dei vincoli potremmo ricavarla grazie a unanalogia con un aggeggio ben conosciuto. La rete organizzata dei vincoli potrebbe funzionare, infatti, come un navigatore satellitare, come un ton-ton, che sulla base delle informazioni contenute nel suo data-base ti dice in ogni occorrenza se devi andare dritto, a destra o a sinistra o quale delle  uscite devi imboccare a una rotonda. Il database del ton-ton è  del tutto esplicito, scritto in linguaggio digitale nella pancia dellaggeggio e può essere modificato  man mano che cambia il territorio, per esempio quando venga introdotto  un senso vietato o aperta una nuova strada. La rete dei vincoli del terapista di Sara o di Giuseppe, invece, non ha un database né conosciuto né conoscibile e questa è la differenza fondamentale tra la concezione che sto cercando di descrivere e la concezione tradizionale più o meno riformata, che continua a riferirsi all’”inconscio. Il suo database è la risultanza del flusso degli eventi e dei vissuti che, man mano che accadevano nel tempo, fissavano i nessi  tra percezione, valutazione emozionale, azione e\o inbizione, attesa, avvicinamento, fuga. La parte più superficiale del database può essere esplicitata e conosciuta ed è appunto lequazione personale - (anche se per nessi recenti e particolari può essere del tutto conosciuto levento responsabile  della fissazione del nesso, per esempio una indigestione può costituire il dato che mi impone di evitare un alimento!), - ma per il resto la rete dei vincoli funziona in modo automatico e del tutto inconsapevole per lio osservante, che,  nella situazione x, si trova  a scegliere di andare a destra senza nemmeno rendersi conto che  sta andando a destra e che il suo ton-ton gli ha imposto di andare a destra: lalternativa, infatti, può semplicemente non solo non essere percepita, ma persino proprio non esistere.

Limprinting traumatico della psicoanalisi fa sì che la più parte degli analisti ritenga che le fissazioni vincolanti avvengano e corrispondano punto a punto. E un problema empirico quello di stabilire se  è possibile che un singolo evento traumatico possa generare un vincolo. In generale, però, il vincolo si forma essenzialmente per ripetizione (proprio perché pertiene alla memoria procedurale), ma la sua caratteristica più importante, dal punto di vista psicologico, è il suo funzionare come attrattore cioè il suo assimilare allo stimolo-grilletto tutti gli stimoli che hanno attinenza (realstica, simbolica, analogica o metaforica)  con tale stimolo. Per un paziente che si presenta alla studio di un terapista, a parte casi particolari che si possono naturalmente verificare, ciò che sembra importante non è il singolo vincolo, ma il risultato del sistema complessivo delle reti di vincoli. Se facciamo riferimento al distacco del paziente, che funziona come un abbattitore,  è più semplice pensare che un tale tratto comportamentale ed emozionale sia una caratteristica globale (in senso  comportamentale e direi, ormai, caratteriale), che deriva non  da singole svolte imposte dal ton-ton, ma è piuttosto il risultato complessivo  di tante tante svolte,  a tanti tanti livelli e a tanti tanti differenti incroci.

Tutto questo vale naturalmente sia per il terapista che per il suo paziente, anche se i due, sotto molti aspetti, si trovano su posizioni differenti per quanto attiene allazione dei filtri soprastanti teorici, tecnici, e personali ecc. In ogni caso si trovano su posizioni del tutto altre rispetto ai corrispettivi sistemi di vincoli costruiti da ciascuno di essi nella loro deriva storica. Se, dunque si considerano  i due attori da questo punto di vista,  avremo che le loro interazioni  saranno in qualche modo controllate dalle due corrispettive reti di vincoli e che il fluire delle loro interazioni  si disegnerà secondo una trama  che ognuno di essi leggerà, sia dal punto di vista dellIo osservante che da quello della totalità narrante (me-narrante), secondo il profilo del proprio canovaccio.

Sin qui abbiamo considerato nellinterazione complessa tra i due soggetti, lazione di ogni singolo soggetto come un processo intra-soggettuale; la loro interazione però è analizzabile anche come  un processo inter-soggettuale. Da questo secondo punto di vista, ogni interazione intersoggettiva può essere denotata come una costruzione intersoggettiva, il cui risultato, in termini di significato, di intenzionalità e di effetto, non è riducibile al significato e alleffetto intenzionale dei due processi intra-soggettivi. Questa analizzabilità in termini di costruzione intersoggettivacostituisce la vera sostanza di una concezione intersoggettuale, ma linferita costruzione intersoggettiva, esattamente come già detto per lazione soggettuale, non costruisce un ALLORA ma soltanto un ADESSO. Tale adesso ha ceramente più di un rapporto con lALLORA dei due attori, ma in ognuno di essi, nella deriva della propria personale storia e nel contesto della personale narrazione di quanto sta accadendo  ADESSO. Leffettiva costruzione intersoggettiva” (sia considerata in generale sia considerata invece nei singoli episodi) sarà sempre quella che sta effettivamente accadendoin forza dei rispettivi vincoli e non è determinata dalla intenzionalità consapevole dei due attori, anche se ciascuno di essi si sforza di modellare questa trama in modo consapevole  e lo fa essenzialmente attraverso le narrazioni dellio osservante, che si racconta e racconta ciò che accade.



NOTE

[1]La discontinuità della coscienza è un dato osservazionale, mentre la continuità psichica non è un dato, ma un postulato, che, fornendo la staffa necessaria all’affermazione dell’esistenza di processi psichici inconsci, funge da leva di Archimede dell’intera costruzione teorica. È, infatti, la continuità psichica a rendere logicamente necessaria l’esistenza di processi psichici inconsci. Sarà Rapaport, nell’ambito della sua riflessione metodologica, a evidenziare questa implicazione, affermando senza mezzi termini che l’esistenza di processi psichici inconsci si fonda sul postulato della continuità psichica e che questa, a sua volta, deriva logicamente dalla scelta di costruire una scienza deterministica dei processi psicologici: “Se si presuppone che nella vita psichica tutto sia determinato niente sia accidentale, allora si è semplicemente detto che si vuole costruire una scienza, cioè una scienza nomotetica e niente di più. La forma assunta dal determinismo costituisce uno specifico postulato. Qui assume la forma della continuità psicologica, cioè ci sono certe leggi se si conosce la funzione psicologica come un livello emergente dello sviluppo. Se c’è un nuovo insieme di leggi emergenti, la psicoanalisi dice che vi sono un determinismo e una continuità perfetti. In effetti la continuità psicologica è la forma che un perfetto determinismo assume nel materiale psicologico se studiato mediante il metodo clinico” (Rapaport, 1944-1948)

[2] Freud mancava della nozione moderna di soggetto e di un punto di vista organismico in grado di garantire dal basso l’unità bio-fisio-psicologica del soggetto (Scano, 2008a, 2010).  Questa carenza lo obbligava, da un lato, a trovare incongrua e inaccettabile l’idea di una serie interminabile di stati di coscienza sconosciuti a noi stessi e gli uni rispetto agli altri, – idea che, invece, è centrale nelle moderne teoria della coscienza, – e, da un altro lato, lo metteva nella necessità di garantire l’unità dell’organismo con il ricorso alla continuità psichica e all’unità sequenziale dei contenuti psicologici. Ciò gli consentiva certo di superare la discontinuità della coscienza e di contare su una catena causativa continua adeguata all’impianto deterministico della teoria fisicalista, ma al prezzo di dover garantire in termini psicologici, e dunque dall’alto, la necessaria unità dell’organismo. Questa soluzione finisce per delegare allo psicologico, e dunque a una parte, una funzione che logicamente dovrebbe essere attribuita alla totalità, ma soprattutto scava un baratro epistemologico alla radice stessa della costruzione teorica. Essa attribuisce, infatti, ai processi psichici inconsci la stessa struttura formale dei processi consci, facendone l’analogo dei desideri, delle fantasie e dei pensieri consapevoli, ponendo in tal modo il problema della natura dello psicologico e della sua relazione con il non psicologico e lasciando lo spazio a un sotterraneo cartesianesimo di ritorno.

[3] La nozione ricorrente di “inconscio implicito”, che consegue da queste equiparazioni sembra assai equivoca. Non per il suo significato proprio, ma per luso “implicito” che ne fa, frequentemente e forse involontariamente, chi lo usa. Certo, apparentemente, lespressione non fa che spendere nel discorso analitico e magari  nel contesto di una revisione dellinconscio freudiano (ciò è più chiaro nella nozione parallela di “inconscio non rimosso”) le risultanze relative alla memoria  dichiarativa e procedurale, alla embodied cognition, alla narrativa emozionale ecc. Il fatto è però che lunica cosa in comune tra  quei dati e generalizzazioni di dati e il concetto tradizionale di inconscio è la  caratteristica descrittiva e fenomenologica  della non consapevolezza, cioè quella che Freud indicava come inconscio descrittivo. Una caratteristica, dunque, del tutto estrinseca, perchè la “qualità” inconscia di questi processi  o di questi vissuti (necessariamente inferiti) ha una parentela  assai impalpabile  con linconscio freudiano

[4]A ben guardare, tuttavia, tale immagine appare come una sorta di  vestito cucito in un tessuto di termini e concetti, che, disancorato ormai da una teoria definita, ha, man mano, sotto la spinta di un invincibile trasformismo, progressivamente cambiato i suoi significati sino a costituirsi come una sorta di lingua  rituale, che nessuno più comprende e a cui può essere conferito qualsivoglia significato. “Intrapsichico” , “psiche”, “rappresentazione”, “inconscio”, “Io”, “rimozione”, “transfert”, “identificazione”, “difesa”, “oggetto”... diventano così delle parole-funzione, il cui valore non è più codificato  e che  ognuno può utilizzarle  a piacere. Questa rottura del contratto semantico finisce per rendere irrilevante gran parte della letteratura, che assomiglia sempre di più  a una  sorta di mondo di  Alice in cui ognuno può sentirsi padrone delle parole, ma in cui, purtroppo sembra che le parole non abbiano più un padrone.