La gente pensa e anche noi pensiamo (almeno quando non ci mettiamo a riflettere sul significato!) che “là fuori ci sia la realtà”; che sia una realtà precisa che è proprio “come è”; che, anzi, spesso non ci possiamo fare proprio niente per cambiarla e in quei casi ci diciamo “che bisogna accettare la realtà”; che, se i nostri sensi e il nostro cervello funzionano a dovere,  abbiamo tutto quello che serve per cogliere questa “realtà così com’è”; che, se vediamo qualcuno comportasi  “come se la realtà non fosse come effettivamente è”, siamo autorizzati a pensare che “quello è fuori di testa” e che o i suoi cinque sensi o il suo cervello non funzionino bene; che se qualcuno ci fa notare  che la realtà non è come noi la vediamo, è ragionevole che ci possiamo offendere perché pensiamo stia alludendo a un nostro “errore” o, peggio,  a una nostra malevola intenzione (non sto barando!)  o, peggio ancora a un nostro “mal funzionamento” (guarda che non sono pazzo!). Tutte queste convinzioni, cui  tutti facciamo riferimento nella vita quotidiana, dal punto di vista del buon senso, hanno qualcosa di ragionevole e hanno anche una loro “verità” e sarebbero effettivamente “solidamente vere” se davvero “là fuori” ci fosse davvero “una realtà come é”, correntemente percepibile e percepita da tutti in modo oggettivo. Là fuori, però, una tale “realtà come è” non c’è. Questo fatto ha molto a che fare con il problema del significato perché lo complica molto. Anzi, è proprio il fatto che “là fuori” non c’è una “realtà come è” a rendere  complicato, ma straordinariamente importante da un punto di vista  non solo psicologico e clinico, il problema del significato.
Il problema del “cosa c’è la fuori?” l’uomo se lo è posto da tempo immemorabile, almeno dal tempo in cui fissava il quadro  del “mondo là fuori” in un racconto delle origini che stabiliva il modo in cui il mondo era stato fatto “così come è” da una divinità come nella genesi biblica o in modi più complicati e connessi alle teogonie come nel mondo greco, in quello mesoamericano o in quello indiano. Queste narrazioni stabilivano già che “là fuori” c’è un “mondo come è”. Nel mondo occidentale  questo problema è stato il problema principe della filosofia che lo ha dibattuto da 25 secoli, a partire anche da quelle narrazioni, e continua a dibatterne.
Ad Aristotele risale la formula più fortunata che, sopratutto dal XIII secolo con la scolastica,  ha dominato il mondo culturale. E’ la formula che definisce la verità come adaequatio rei et intellectus, che, dunque stabilisce che i significati stanno là fuori e alla filosofia resta il compito di  stabilire  le metodologie per cogliere la verità e i significati che stanno là fuori. Quasi all’alba della scienza moderna la distinzione cartesiana tra res cogitans e res extensa, prosegue nella stessa direzione, liberando anzi, la res extensa dai lacci e lacciuoli dell’aristotelismo medioevale e rendendola disponibile all’indagine e alla conoscenza scientifica. La formula dualistica cartesiana, però, apre anche il campo nuovo della dialettica tra spirito e materia e quello assai spinoso del rapporto anima-corpo, che diventerà infine del rapporto mente-corpo.
Dopo Cartesio altro momento cruciale è quello fornito dalla formula kantiana della Ding an sich (la “cosa in sé”) distinta sia dal fenomeno che dal noumeno. (Il  fenomeno è l’ambito della conoscenza umana (sensibilità, emozione, ragione), il noumeno è l’ambito della cosa in sé inattingibile se non tramite operazioni mentali, la ding an sich, la cosa in sè, è del tutto inattingibile alla mente). La formula kantiana  spariglia per sempre la semplicità della formula aristotelica e attraverso la complessa dialettica tra idealismo e empirismo giunge sino a noi. C’è che il punto di vista scientifico si è quasi naturalmente  collocato nella deriva  che dall’adaequatio rei et intellectus di  Arstotele, passando  per  la res extensa di cartesio e il fenomenismo kantiano giunge all’oggettualismo della scienza dell’ottocento che ispira direttamente, nella lettura peraltro radicale del fisicalismo della scuola di Berlino, Freud e la formazione della teoria psicoanalitica tra le fine del XIX e l’inizio del XX secolo.  Oggi però  vediamo le cose in maniera più complessa e possiamo tranquillamente dire senza ripudiare nulla della conoscenza scientifica e, anzi, valorizzandola, che “là fuori” non c’é alcuna realtà “così come è” e alcun significato. Questo però non era il punto di partenza della psicoanalisi classica a riguardo del problema del significato


La maniera più semplice per esplorare rapidamente la concezione freudiana  dell’interpretazione e del significato è quella di partire dai modelli  del lavoro analitico proposti da Freud stesso: il modello archeologico e quello del lavoro “per via del levare”. L’archeologo al lavoro sul sito, (soprattutto il tipo d’archeologo, cui faceva riferimento Freud, che inevitabilmente pensava a Schliemann e ad Evans), utilizza la tecnica del “levare”, con un duro e paziente lavoro di vanga, per “scoprire” i manufatti che “stanno lì” (muri, basamenti, colonne, rovine, frammenti di vasi, di statue e di pitture e, magari, il tesoro di Priamo e gli ori degli Atridi). Nella collina  di Hissarlik, di Tell-el-Amarna o di Choluca nulla, se non forse qualche frammento disperso,  fa presagire  che, sotto gli arbusti, gli alberi o la sabbia, si celino le memorie  di Troia, della città di Amenofis o della immensa piramide dei Toltechi, così come nel tell del sintomo, nulla lascia presagire il rimosso; ma essi “stanno lì” in attesa di essere scoperti, il significato è racchiuso e conservato nella matrice, che lo preserva e nasconde. Schliemann, però, non ha trovato la Troia che avrebbe desiderato, una specie di Pompei imbalsamata nel giorno della tragedia, con i graffiti sui muri e le porte Scee spalancate o divelte dall’irrompere degli Elleni, il tempio di Athena,  le zampe o uno zoccolo, almeno, del cavallo di Odisseo e, dappertutto, il sigillo onnipresente  della furia devastatrice degli Achei. L’archeologo trova frammenti e rovine che dovrà  interrogare, classificare, collegare, comporre e ricomporre  come Evans con il palazzo di Crosso (purtroppo!) e come Freud con i pensieri del sogno e le vestigia del rimosso. Per Scliemann, per Evans e per Freud, però, le vestigia stanno lì vere, definite, determinate,  talvolta, anche - (ahimé solo apparentemente e spesso falsamente!) - compiute, come il tesoro degli Atridi   o come il Principe dei gigli. L’archeologo e Freud devono ambedue avere conoscenze: studiare cosa cercare e dove, distinguere una collina da un tell, conoscere la tipologia dei manufatti, sapere come si ricuperano i frammenti, come si scavano, si ripuliscono e si ricompongono nella forma preesistente, integrando i pezzi mancanti  sino a far rivivere l’antica forma del vaso, del tempio o della statua.
Il punto fondamentale nella visione freudiana del “significato” è, dunque, che il significato esiste, immutato e immutabile e, dunque, può essere colto. Freud non ha dubbi sull’ipotesi che  “nella vita psichica, nulla può perire una volta formatosi, che tutto in qualche modo si conserva e che, in circostanze opportune, ogni cosa può essere riportata alla luce”. In questo modello l’accento del problema non cade  sul significato, ma sulle regole dell’individuazione, della comprensione e della traduzione: il significato esiste! Questa impostazione permette anche di capire il terreno, in cui germinano sia la Deutung, l’interpretazione,  che la Bedeutung, il significato.
 Il significato  è il “significato inconscio”, da intendere come il significato dell’azione, del comportamento e del sintomo, che,  per quanto apparentemente illogici, irrealistici e irrazionali, riacquistano intelligibilità e razionalità, quando  vengono connessi ai loro moventi inconsci. La  restituzione dell’intelligibilità al sintomo, tramite l’individuazione del significato inconscio, fondano a un tempo sia il “metodo scientifico”, che scopre i significati, sia  il metodo della cura.  
Il metodo (dell’indagine e della cura) ha sin dall’inizio su questo punto una lineare coerenza.  Già in quello strano antefatto della psicoanalisi, che è il caso di Anna O., Breuer scoprì che il sintomo svanisce, quando è riesumato l’ambito mnestico-emozionale, in cui si radica. L’isterico, dunque,  soffre di ricordi. La teoria del trauma sessuale precoce (“del falso nesso”) configurava, perciò, il metodo come un’indagine archeologico-poliziesca sulle tracce  del ricordo sepolto del trauma, da cui prende vigore il falso nesso. La congettura si dimostrò erronea, ma Freud non mollò la presa e, spostando l’accento sul “fantasma”, firmò la nascita di quello, che si può indicare come il teorema conoscitivo. La definiva strutturazione della topica e della dinamica e la concezione del sintomo come compromesso tra desiderio (rimosso) e difesa (inconscia), fissarono, per sempre,  la linea portante della strategia terapeutica: se il sintomo è determinato dal rimosso (e dalla difesa inconscia), la strategia terapeutica non può  consistere che in un lavoro di coscientizzazione, che alla fine renderà obsoleto il sintomo. La struttura dell’apparato consente la conservazione d’ogni elemento mnestico (con le sue associazioni) e la reperibilità degli indizi, che consentono di rivelare  il significato e, di modificare il rimosso (1915), tramite l’interpretazione e l’insigh

Gli elementi costitutivi della mappa freudiana del significato sono dunque: 

  1. L’assunto di base, secondo cui ogni eccitamento lascia una traccia nell’apparato, per cui ogni elemento della vita psichica inconscia, permane immutato e immutabile; 
  2. L’apparato psichico, che costruisce i significati secondo la logica della sua struttura e le leggi del suo funzionamento (apparato psichico, processo primario e secondario, teoria della libido, fasi della libido, conflitto e difesa, evoluzione ontogenetica dell’apparato, teoria delle tracce mnestiche e delle organizzazioni della memoria, rimozione originaria, regressione,...);
  3. La grammatica e sintassi dell’inconscio, ricostruita a partire da quella straordinaria stele di Rosetta, che è il sogno,  che ha permesso di decifrare le regole e le leggi del linguaggio inconscio, rendendo possibile la decrittazione di ogni  senso latente, del significato inconscio;
  4. La definizione delle procedure euristiche necessarie a dirigere il lavoro “per via di levare” e cioè le corrette modalità tecniche di conduzione dell’analisi, comprese le precauzioni necessarie a preservare la purezza dei reperti  da ogni intrusione di possibili contaminazioni eventualmente immesse da un inopportuno lavoro per la “via del porre” (neutralità e astinenza).

Sappiamo che questa concezione del significato, che poggia sulla visione complessiva della struttura dell’apparato psichico e del suo funzionamento topico, dinamico, economico, non è più soddisfacente a causa della falsificazione della teoria dell’apparato. Dal punto di vista del problema del significato, il punto di nascita delle aporie è proprio l’assunto naturalista e oggettualista, cui si contrappone l’idea che là fuori non c’è un mondo così com’è.

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